mar, 14 apr 2009
Felicità è una parola che assume diversi significati e sfumature a seconda del senso che le viene attribuito. Anticamente si distingueva la felicità come condizione di chi è fortunato e abbonda di beni esteriori, dalle felicità interiore come stato d’animo di chi è intimamente beato.
Per Socrate la felicità interiore doveva essere congiunta alla rettitudine e alla virtù. Per Aristotele era fondata sulla vita virtuosa. In realtà, la felicità può essere definita un organo di senso come l’udito o la vista. La differenza è che, mentre questi ultimi sono rivolti verso l’esterno, la felicità è un senso rivolto verso l’interno. Non averla è come essere ciechi o sordi. Molti adulti sono infelici perchè, crescendo e invecchiando, atrofizzano questo senso quasi senza accorgersene.
Quando esso comincia a dar loro torto, segnalando che stanno tradendo i loro ideali e i loro sogni, riescono a soffocarlo abbastanza in fretta e a non pensarci più. Questa è una delle tante ragioni per cui sempre meno persone nutrono dei desideri. Non crescono e non si accorgono di non crescere, non sono felici e non vogliono sapere di non esserlo. Così non desiderano nulla di preciso, e aspettano di morire facendo qualcosa nel frattempo. Ma quando si è felici, si desidera, e quando si desidera, si è felici, perchè la felicità è l’esatto contrario della soddisfazione dei desideri. Si tratta invece di quella sensazione che si prova quando si comincia a desiderare qualcosa di più grande e di più bello di ciò che si desidera di solito. Questa è la felicità. E può aumentare all’infinito.