L’inconscio (das Unbewusste) è stato senza dubbio il perno su cui si è mosso tutto lo studio di Freud: è stato il cuore, la scoperta, la novità per eccellenza portata alla luce dalla psicoanalisi freudiana. Un mondo oscuro e apparentemente inesistente è stato infatti portato alla luce, mettendo in crisi molte delle tradizionali convinzioni della psicologia e della medicina del tempo. Con l’analisi del profondo e dei misteri che lo circondano perciò, Freud ha generato una rottura con tutte le credenze scientifiche che fino ad allora regnavano sovrane: dall’inizio del xx secolo perciò, se si voleva dare una spiegazione più accurata della malattia psichica in generale, non si poteva non prendere in esame l’analisi dell’”interno mondo straniero”, così come lo definiva lo stesso Freud.

L’inconscio, cioè ciò che esiste nella psiche umana ma che non arriva al piano della coscienza. L’inconscio, cioè il nascosto pozzo profondo entro cui si celano le chiavi per aprire le porte della comprensione dei disagi psicologici degli individui. L’inconscio, ovvero ciò che dai primi anni del Novecento iniziò a turbare le menti di molte persone ignare della “città segreta”. Freud ha sempre trattato però l’inconscio come una proprietà specifica del singolo essere umano, qualcosa cioè che esisteva solamente ed esclusivamente al suo interno, senza lasciare concessioni ad uno sviluppo più vasto del concetto: l’inconscio freudiano viene cioè analizzato in una dimensione esclusivamente individuale.

E’ stato Carl Gustav Jung a formulare una visione più vasta del concetto, giungendo a quello che poi è stato definito “inconscio collettivo”. Se per Freud cioè aveva poco senso parlare di un inconscio “superiore” a quello del singolo individuo, Jung sosteneva invece che la dimensione inconscia doveva essere trattata proprio come un concetto che superava il piano individuale, per estendersi invece ad un livello superiore, universale. L’inconscio collettivo esisterebbe cioè indipendentemente dalla diversità di razza, di luogo, di latitudine: l’inconscio collettivo sarebbe perciò patrimonio comune dell’umanità. Secondo il più famoso allievo di Freud cioè, esisterebbero delle informazioni innate, ereditarie, universali e impersonali, che costituirebbero il nucleo del mondo inconscio personale: tali informazioni universali vengono chiamate “archetipi” (i più importanti dei quali sono il Sé, l’Ombra, l’Anima, L’Animus, La Grande Madre, Le Stelle, Il Vecchio Saggio ecc.). Gli archetipi sono molto simili alle rapresentations collectives analizzate da Lèvy-Bruhl. Queste forme di conoscenza primordiali costituiscono perciò una sorta di prototipo, e grazie e per mezzo di questi l’individuo interpreta la realtà della vita quotidiana, nel tentativo di raggiungero la finale individuazione. Gli archetipi non sono precisamente delle informazioni ben codificate e nitide, bensì sono delle “possibilità di rappresentazione”, sono dei concetti primordiali che possono manifestarsi sotto forma di moltissime immagini diverse; proprio per questo l’analisi degli archetipi formulata da Jung dev’essere integrata con la conoscenza del mondo del simbolismo. L’archetipo può infatti manifestarsi sotto le spoglie di immagini a prima vista incomprensibili ed oscure; ma ad un’analisi più precisa della rappresentazione presentata, si riesce dopo un lungo lavoro di analisi ad arrivare al concetto originario e primordiale. Gli archetipi sono perciò una sorta di memoria a livello planetario, raccolta gradualmente e venuta alla luce nella maggior parte dei casi sotto forma di miti, favole e sogni.

Postulando l’esattezza della teoria junghiana, si potrebbero spiegare molte delle atrocità avvenute nel mondo: chi ha conoscenza delle meccaniche e dei processi dell’inconscio collettivo, potrebbe infatti aver fatto leva su di essi per spingere le persone a comportarsi in maniera distruttiva.

Evangelisti David, laureato con 110 e lode in Scienze Politiche all’Università di Pisa.
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