Benessere e Salute


E’ assolutamente comune fra gli esseri umani, guardarsi allo specchio e non piacersi, sentirsi orribili o inguardabili per tutta la giornata, finendo anche col non sentirsi a proprio agio. E’ pure vero che, a volte, basta la battuta di un amico, il sostegno di un compagno per sentirsi immediatamente meglio.
Ci sono, tuttavia, casi in cui questo non basta. casi in cui “vedersi brutti” allo specchio non è solo un fenomeno passeggero, magari legato ad un particolare momento della propria vita, ma il sintomo di un problema molto piùà grave e difficile da superare. Si tratta della dismorfofobia, patologia in costante aumento e legata ad un disturbo dell’Asse I. Chi soffre del problema non è semplicemente chi si sente a disagio con il proprio aspetto, ma chi “vede” fisicamente difetti che in realtà non esistono: occhi che si rimpiccioliscono o escrecsenze invisibili si materializzano allo specchio e inducono a sospettare di un problema molto più grave, il sintomo di un disturbo di natura psicotica.
Forma e dimensioni del corpo totalmente sfasate: la maggior parte dei soggetti vive con disagio questa patologia, soprattutto gli adolescenti che si sentono completamente tagliati fuori da una società sempre più legata all’aspetto esteriore. Meno grave, ma comunque con seri effetti sulla psiche, la patologia per gli adulti.
Poichè la differenza tra la patologia e la semplice non accettazione di sè è poco evidente alle persone comuni, non si riesce sempre ad intervenire con prontezza, e il dismorfismo sfocia in altre manifestazioni ancora più gravi. C’è chi finisce col rivolegersi alla chirurgia estetica, affidandosi a chirurghi senza scrupoli, che, invece di sottolineare il problema del paziente sul piano psicotico, ne approfittano per effettuare interventi assolutamente inutili. E’ per questo che è sempre bene affidarsi a specialisti riconosciuti e di cui sia provata la competenza e le abilità, nonchè l’etica deontologica. A Napoli, ad esempio, fra i vari specialisti che vantano una solida specializzazione e una comprovata deontologia professionale, ricordiamo il dott.  Ivan La Rusca. Info e news su http://www.ivanlarusca.it/

La  Sindrome del Tunnel Carpale è una delle patologie più frequenti che interessano l’arto superiore. E’ maggiormente diffusa nel sesso femminile tra i 40 ed i 60 anni, con un rapporto di 6:1 rispetto ai maschi. Si può occasionalmente presentare anche in pazienti al di sotto dei 20 anni e durante la gravidanza.
Pur esistendo una predisposizione individuale, molto dipende dall’attività svolta dal soggetto. Ad esempio, le persone che lavorano molto con le mani  frequentemente vanno incontro a tale sindrome. Basse temperature, movimenti ripetitivi svolti con strumenti non ergonomici e frequentemente accentuano la predisposizione. Nella maggior parte dei casi, la terapia farmacologica ha effetto transitorio, ed è necessario l’intervento chirurgico.
Che ci si rivolga ad un chirurgo ortopedico, un neurochirurgo oppure un chirurgo specializzato nella chirurgia della mano, è bene sempre accertarsi delle refernze dello specialista, benchè si tratti di un intervento di durata non superiore ai dieci minuti e in anestesia locale. E’ possibile approfondire dell’intervento su http://www.ivanlarusca.it/docs/sections/Sindrome%20tunnel%20carpale.pdf

Negli ultimi mesi, in conseguenza della crescita in Europa del ricorso alla rinoplastica con tecnica “open”, sono divenute sempre più frequenti ed incalzanti le domande sparse per forum, blog e chat su questa tecnica, sui suoi vantaggi, sui benefici e sulle sue conseguenze.
Occorre, innanzitutto precisare che la tecnica cosiddetta “open” o “aperta” non è affatto nuova, bensì esiste da circa vent’anni. Negli Stati Uniti, ad esempio, non viene mai effettuata una rinoplastica “chiusa”, anche in conseguenza del fatto che è la tecnica “open” ad essere insegnata e praticata durante i training dei corsi di medicina. Questo perchè viene considerata più efficace e funzionale, specie dal punto di vista didattico.
In Europa è aumentato il numero di chirurghi che adoperano questa metodologia per una sorta dieffetto diffusione: non si tratta di una semplice “moda”, bensìè il risultato del numero maggiore di studi e corsi di specializzazione che si tengono negli States o dei corsi di aggiornamento che, anche nella Vecchia Europa, vengono spesso tenuti da specialisti americani.
Differenza fondamentale fra i due tipi di rinoplastica, di cui è possibile approfondire su http://www.chirurgiadelnaso.it/rinoplastica/novita-rinoplastica_aperta_chiusa.html, risiede nel fatto che:
- la rinoplastica aperta è un accesso chirugico che prevede una incisione (e una successiva cicatrice) nella columella, la cute che divide le due narici;
- la rinoplastica chiusa non ha incisioni esterne, ma tutte all’interno del naso.
La tecnica “chiusa” da sempre adoperata nel nostro continente richiede maggiore esperienza e apprendimento, permette tempi di recupero più brevi ed è preferibile nel trattamento dei casi più semplici. I casi più complessi necessitano, spesso, della tecnica “aperta”, in quanto rende più visibili durante l’intervento le strutture nasali.
E’ tuttavia bene ricordare, che non esiste un criterio di scelta univoco e preferenziale, ma che il tipo di tecnica da applicare per effttuare una rinoplastica deve essere discusso apertamente fra medico e paziente tenendo conto di alcuni fattori tipici, come:
- deformità presenti, sia acquisite che congenite
- esiti di traumi nasali e facciali importanti
- precedenti rinoplastiche
- necessità di posizionare innesti o impianti con materiali biocompatibili
- chirurgia nasale funzionale associata.
Pertanto è bene rivolgersi ad uno specialista che si dimostri aperto al dialogo con il paziente, pronto a dare tutte le spiegazioni necessarie, cosa non sempre semplice. Fra gli specialisti presenti a Napoli è possibile rivolgersi al dott. Ivan La Rusca, che consente attraverso un apposito video di osservare la ricostruzione delle diverse fasi dell’intervento di rinoplastica, su http://www.ivanlarusca.it/rinoplastica/.

La caduta dei capelli è un problema che affligge milioni di persone ma non tutti sanno che le cause che scatenano l’evento sono molteplici e spesso genetiche.

Oggi è possibile sottoporsi a test genetici per stabilire quale sia la probabilità che si manifesti la caduta nei primi 45-50 anni di età, ma non sono comunque da sottovalutare altre cause (oltre a quella genetica) che avviino il processo, quali stress, carenze nutrizionali, dermatosi ecc ecc.

Ma come rimediare alla Caduta dei Capelli?

Nonostante la prevenzione sia uno step importante, se il fattore predominante che determina la caduta dei capelli è la genetica, la soluzione più efficace al può essere solo il trapianto di capelli.

Solo mediante la ridistribuzione chirurgica dei bulbi piliferi, infatti, si può ottenere la risoluzione delle calvizie cicatriziali o androgenetiche caratterizzate dall’atrofia del bulbo pilifero.

Ad oggi la tecnica più innovativa è sicuramente il trapianto di capelli F.U.E., metodo innovativo e minimamente invasivo che non necessita di strisce di cuoio capelluto che vengono prelevate dalla nuca; bensì i capelli sono estratti uno ad uno dalla parte donatrice (nuca) e ri-impiantati con un unico strumento.

La calvizie (concepita come alopecia androgenetica) rappresenta uno dei problemi estetici che maggiormente affliggono il sesso maschile nell’età post-puberale ed adulta ed il sesso femminile in quella postmenopausale.

Naturalmente qualsiasi forma di caduta di capelli deve essere seriamente valutata dal punto di vista dermatologico.

Una consultazione medica a questo proposito, se la caduta si protrae nel tempo, è sicuramente utile visto che sotto il quadro clinico di una caduta di capelli possono celarsi malattie infiammatorie, malattia di origine infettiva ed anche importanti disturbi del metabolismo (ad esempio quelli dovuti a patologie della tiroide).

Solo successivamente si puo’ valutare, con il proprio consulente medico, l’ipotesi di un infoltimento di capelli tramite un intervento di chirurgia tricologica.

E’ da considerare che la crescita di nuovi capelli in zone oramai irrimediabilmente calve è possibile solo con l’intervento di autotrapianto che garantisce un risultato permanente e definitivo perchè poggia su basi biologiche inoppugnabili: i bulbi piliferi della zona donatrice mantengono la loro capacità recettoriale una volta trasposti nella sede di ricezione.

L’ intervento viene effettuato in  anestesia locale  e comprende due fasi:

1) Prelievo delle unità follicolari dalla zona nucale.

2) Innesto di tali unità follicolari nella zona superiore diradata o calva.

Il nuovo concetto di unità follicolare U.F. nasce dalla constatazione che i capelli crescono in gruppi che condividono lo stesso apparato pilosebaceo, nervoso e vascolare; quindi le unità follicolari sono raggruppamenti di due, tre, quattro bulbi  talvolta anche cinque o sei soprattutto nelle persone con chiome particolarmente ricche.

Il microtrapianto di unità follicolari (dall’inglese Follicular unit micrografting) ha permesso di superare i limiti delle precedenti tecniche, compreso l’inestetico “effetto bambola” (pluggy look) e di allargare il numero di candidati alla chirurgia della calvizie.

Questa procedura, di grande flessibilità, consente più di  qualunque altra di ricreare o ridefinire la linea frontale e temporale in modo talmente naturale da rendere quasi impossibile la percezione che il soggetto si sia sottoposto a ripristino chirurgico.

Un risultato estetico finale cosi’ soddisfacente viene reso possibile dalla qualità e dalla quantità  degli innesti delle unità follicolari  che la chirurgia d’avanguardia riesce a coniugare.

Fondamentalmente sono oggi due  le procedure di prelievo alla base dell’autotrapianto:

1) l’escissione di una losanga occipitale di cuoio capelluto

2) il prelievo delle singole unità bulbari (procedura F.U.E., Follicular Unit Extraction), entrambe praticate sulla parte posteriore e/o laterale dello scalpo.

L’escissione della losanga occipitale.rappresenta la tecnica di prelievo tradizionalmente più diffusa e prevede l’incisione con bisturi di un lembo di cute contenente il numero di U.F. necessari con  successiva sutura.

Al microscopio il lembo cutaneo viene poi selezionato in unità follicolari (contenenti da 1 a 4 capelli) e unità multifollicolari (contenenti dai 3 ai 6 capelli ciascuna). La creazione di unità follicolari molto piccole consente di poter utilizzare aghi sottili per allestire i siti di ricezione, così da non correre il rischio di danneggiare i follicoli vicini e provocare eccessivo danno vascolare.

La tecnica F.U.E. (il cosiddetto prelievo “follicolare” mediante microaspiratore monobulbare) rappresenta oggi l’evoluzione della tecnica nell’autotrapianto.

Infatti la continua richiesta da parte di pazienti  di ricorrere ad interventi sempre meno invasivi, sta orientando molti chirurghi ad utilizzare la tecnica del Follicolo – Estrazione o in associazione o come alternativa a quella tradizionale.

Ciò infatti consente di evitare la presenza della cicatrice posta in regione occipitale, che può essere talvolta motivo di resistenza psicologica all’intervento di autotrapianto e da’ la possibilita’ ai pazienti piu’ giovani che prospettano per il loro look un taglio di capelli quasi raso al cuoio capelluto.

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