Benessere e Salute


il dialogo con gli Dei

Per la tradizione indiana, la danza, non è conseguenza di una invenzione umana: come i testi sacri appartenenti alla “Sruti”, essa prende origine da una “rivelazione divina”.
A Brahma, il divino creatore, si attribuiscono le scritture “originali” considerate sacre, che trattano l’arte del teatro, della mimica, della danza e della musica.
Ciò è affermato nel primo capitolo del Natya Sastra, opera attribuita al saggio Bharata e considerata forse il più antico trattato di drammaturgia.
Brahma creò la danza per soddisfare le richieste degli altri dei. In una nota traduzione-interpretazione di questo antico testo si legge:

“Brahma, dunque, ordinò all’architetto degli dei di costruire un teatro, e, affinché le rappresentazioni non fossero disturbate, fece in modo che ogni parte dell’edificio fosse collocata sotto la protezione di un Dio: Chandra, la luna, doveva proteggere la costruzione principale; i Guardiani dello spazio, i lati; Marut, il dio della tempesta, i quattro angoli; Varuna, Dio dello spazio illimitato e sovrano della notte, l’interno; a Mitra, signore del giorno, fu affidato il palco; ad Agni, Dio del Fuoco, la scena; alle Apshara, le danzatrici celesti; alla Nimphee, l’intera residenza. Yama, Dio della morte, doveva proteggere la porta; i due re serpenti Ananta e Vasuki, gli stipiti; il tridente di Shiva, Trishula, l’apice della porta, e così via… Lo stesso Brahma, avendo il ruolo di impedire gli ostacoli, occupava il centro della scena”.

“Iniziò, dunque, l’insegnamento specifico della danza pura “Nritta”: l’aspetto dinamico, potente e virile della danza “Tandava”, mostrata da Shiva e, l’aspetto grazioso, delicato e incantevole, “Lasya”, esposto dalla sua consorte Parvati”.

“Brahma mise l’accento sul valore educativo del teatro-danza con finalità di armonia nell’ordine cosmico: quest’arte di spettacolo - disse - insegna la rettitudine a chi cerca le regole etiche, dà godimento a chi attende ai piaceri dell’amore, dona il dominio di se stessi agli indisciplinati, sapienza alle persone colte”

In generale, la danza indiana propone azioni che si riferiscono a comportamenti sia umani, sia divini proposti con i relativi stati d’animo (”Rasa”). Essa, inoltre nutre i sentimenti (”Bava”) e sviluppa il piacere estetico.
Si ha ragione di ritenere, inoltre, che sia stata utilizzata anche come mezzo di diffusione dei principi vedici e induisti. Originariamente era presentata nei luoghi sacri dalle “Devadasis”, danzatrici dei templi, e l’esposizione degli episodi era affidata alla mimica del viso e alle molteplici posizioni delle mani (”Mudra”), che costituivano un preciso linguaggio, oggi ben codificato e sistematizzato. Le Mani ed i piedi delle danzatrici sono tinti di rosso proprio per rendere scenicamente più visibili le estremità, in particolare le dita della mano che svolgono un ruolo importante nella narrazione mimata. Infatti:

“dove le mani vanno, lo sguardo segue, lì dove va lo sguardo, si dirige lo spirito, dove si posa lo spirito, si manifesta uno stato d’animo, dove si intensifica uno stato d’animo, nasce la gioia suprema”.

Nelle fotografie, la danzatrice “Surya” propone alcuni passi della danza classica Bharata Natyam originaria del sud India. Questo tipo di danza è considerato lo stile madre dei sei stili di danza classica indiana, il quale, circa un secolo fa, fu strutturato in una tecnica ben precisa da alcuni maestri chiamati Nattuvanares. Dopo la sua rinascita ed affermazione negli anni trenta, si è così sviluppata, fino a divenire una delle forme di danza più complete e significative del mondo.

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Questa disciplina può divenire una via per elevati stati di consapevolezza, uno Yoga che richiede anni di preparazione e di studio per allenare il corpo e la mente a fondersi nella “Bhakti” o devozione.

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Uno spettacolo di danza indiana, in generale, con i suoi meravigliosi costumi e l’incanto dell’atmosfera diviene una esperienza emotiva di altissimo livello:

“fiori di loto sbocciano nelle mani della danzatrice e uccelli prendono il volo dalle sue dita. Il suo corpo si muove ora orgoglioso, ora sensuale, ora manifestando devozione. Il viso si trasforma in continuazione mimando sentimenti ed emozioni. Gli occhi e le sopracciglia, in particolare, esprimono ora l’amore, ora il disprezzo, il sospetto, la compassione, il disgusto, l’orrore.”

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Quest’arte vive nel suo semplice splendore da 3.000 anni.

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Nello Siva Sutra, antico testo indiano in sanscrito si legge:

“Nartaka Atma” - il sé è il danzatore,
“Rango (a)Nt(a) Ratma” - il palco è il sé interiore,
“Preksakani Indryani” - gli spettatori sono i sensi,
“Dhivasat Sattva Siddhih” - la sensibilità estatica è raggiunta con l’intuito.


di Amadio Bianchi

Questo articolo è utilizzabile gratuitamente con il consenso dell’ Autore.





…ma anche i “falsi profeti” e il pericolo del plagio.

Mi sembra importante premettere che il contenuto di questo articolo non vuole rappresentare una gratuita polemica in contrapposizione a quanto oggi sta accadendo, ma il suo autore è alla ricerca del “buono” e del “sano” che possa stimolare una corretta riflessione, alzando la qualità della vita a tutti i livelli: materiale, mentale e spirituale. Esso è frutto della mia diretta esperienza: da molti anni mi sto occupando di Yoga, Ayurveda, cultura e filosofia dell’India e, di conseguenza, apprezzo i concetti della filosofia indiana. Ciò non toglie che non ho voluto rinunciare alla libera capacità di giudizio. Anzi, a riguardo di quest’ultima affermazione, ribadisco che la capacità discriminativa è un dono divino al quale non si deve rinunciare.
Devo constatare che le discipline scientifiche e spirituali indiane sono oggi penetrate, bene o male, quasi capillarmente, nel nostro paese, rinnovando in taluni individui, la speranza di vedere realizzati i propri sogni, talvolta utopici, fornendo altresì le basi a molteplici movimenti pseudo moderni che a loro volta si definiscono spirituali.
Si può affermare, che alcuni di noi, per nascita, hanno grande bisogno di nutrire la loro parte più astratta, e la cultura indiana, con le sue filosofiche interpretazioni della manifestazione riesce in parte a portare sollievo prima di tutto a queste persone ma, in generale anche ai componenti di una società ormai preda di angosciosi bisogni materialistici, insoddisfazioni e insicurezze d’ogni genere.
Riconosco che l’India riesca utile nel riportare l’attenzione verso la sostanza spirituale della manifestazione e nel ridarle quella dignità che si merita. Ciò vale a farci sentire vivi non soltanto nei sensi ma anche nella coscienza. Anzi, asserisco che l’esperienza indiana è innanzitutto una esperienza di coscienza.
Il percorso che attende l’indagatore di questa cultura è un classico: lo stesso, che in generale, propone la meditazione orientale. Si procede, innanzitutto, al risveglio dello stato di attenzione, poi della consapevolezza (questo livello dovrebbe differenziarci dal mondo animale, anche se ho i miei dubbi) ed infine si impara ad abitare, con soddisfazione la propria coscienza. Fin qui, nulla da dire. Meraviglioso! Ma c’è un rovescio della medaglia: l’India, che in occidente si presenta in veste di maestra spirituale, a casa sua, sta facendo un percorso esattamente opposto mostrando un forte interesse per la materia.
Ciò mi fa pensare che l’uomo nemmeno in questa occasione troverà la sua soluzione. Quando l’innamoramento India sarà passato, egli dovrà ancora rimettersi lo zaino e riprendere a camminare verso la cima della montagna alla ricerca di una prospettiva davvero alta che gli consenta di contemplare l’oriente e l’occidente che divengono una terza esperienza comprendente il positivo di entrambe. Una volta in più mi sento di affermare che la futura religione universale, la religione delle religioni, potrebbe avere un nome che suona così: l’unità nella diversità. Naturalmente l’unità del meglio… di una diversità che non fa paura semplicemente poiché il diverso altro non fa che affermare l’infinito, qualità che abbiamo sempre attribuito al divino trascendente che permea ogni cosa.
A mio parere la visione indiana moderna presenta dei limiti. Taluni “personaggi” vengono considerati o si considerano (peggio ancora) di natura divina. In questo eccesso di interpretazione trapela il sottile inganno e ci sono diversi pericoli… Innanzitutto, e qui la cultura indiana ci è davvero maestra, di natura divina lo siamo tutti. Non posso accettare che Dio possa considerare un uomo più vicino a Lui di un altro. Questa è la solita interpretazione umana. Al massimo posso pensare che qualcuno sia in grado di maturare una visione un po’ più oggettiva, ovvero meno coinvolta.
Ma per tornare a questi “personaggi”, per esperienze vissute, non mi piacciono molto poiché di democratico non hanno nulla.
Mi chiedo se una parte dell’umanità ha perso il lume della ragione. Anche noi occidentali, nonostante la poca stima che abbiamo di noi stessi, abbiamo fatto un lungo ed utile percorso di conquiste sociali per liberarci di dittatori, monarchi ed altre visioni soggettive, alla ricerca di una visione più universale a cui abbiamo dato il nome di democrazia, e oggi vorremmo tornare indietro.
In altri termini abbiamo scelto di praticare una più ampia visione, che solo la moltitudine di coscienze può dare, la quale oltretutto mi sembra più sicura sulla via del giudizio oggettivo, ed oggi lasciamo che siano proprio questi “falsi profeti” a mettere in pericolo la nostra democrazia, costata tanto sacrificio e qualche volta persino sangue.
In passato questo genere di visionari carismatici, convinti di essere nel giusto (per questo sono dei visionari) hanno fatto, come era prevedibile col senno del poi, dei veri e propri capolavori di disastro. La loro migliore arma, in cattiva o buona, fede è sempre stata il plagio.
Nessun dittatore ha mai ottenuto nulla senza “forzare” sulla mente degli altri. Attenzione dunque caro lettore alle forzature, che siano esse spirituali o materiali!
Riteniamoci fortunati, di sentirci mortali e fallibili, dotati del beneficio del dubbio, armati di modestia ed amore, alla ricerca di una verità oggettiva che sappiamo di non poter mai raggiungere per limiti costituzionali umani. È proprio questa convinzione a far di noi persone prudenti, rispettose e umili.
Pensate che tristezza il contrario: essere chiusi in una gabbia comportamentale messa in atto da condotta innaturale, false certezze o illusioni come fanno questi “falsi profeti” i quali, in buona fede o no, di antiviolento non hanno nulla poiché non hanno ancora compreso che, anche solo tentare di influenzare un altro, è già un atteggiamento irrispettoso e violento.


di Amadio Bianchi

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Senza ombra di dubbio, con il suo moderno atteggiamento l’uomo ha danneggiato e sciupa continuamente la capacità di rilassarsi. Ciò accade poiché vive in continuazione nello stato di attenzione e di veglia attraverso le continue preoccupazioni che la vita moderna può infliggergli, soprattutto se tali preoccupazioni non le sa gestire attraverso il non coinvolgimento. Le tensioni conseguenti si somatizzano nel corpo trasformandosi in contrazioni, attive giorno e notte, che consumano in breve tempo tutta l’energia. Per capire cosa accade provate a stringere la mano a pugno con forza e mantenete la contrazione fino a quando vi è possibile. Il consumo di energia conseguente vi farà sentire stanchi e desiderare di interrompere l’esperimento. Questo è ciò che accade per ogni contrazione, piccola o grande, della quale siete consapevoli o no, presente nel vostro corpo. Persino il mantenere la fronte corrugata rappresenta una lenta ma inesorabile emorragia di energia.
Il primo e più importante percorso che si deve compiere, quando si decide di alzare o ripristinare la qualità del rilassamento, è un percorso di consapevolezza. È grazie alla consapevolezza che scopriamo dove le nostre tensioni si somatizzano, ed è grazie alla consapevolezza che possiamo intervenire modificando atteggiamenti e abitudini anche croniche che provocano ipertensione e disturbi nervosi. A molti soggetti capita, ad esempio, di mantenere le mascelle serrate o altre parti del corpo contratte, anche mentre dormono o sognano. Questi soggetti sono destinati ad un pessimo risveglio e abitualmente cominciano la loro giornata stanchi ancora prima di lavorare. Tutto ciò porta ad un accumulo di tensione che oggi va sotto il nome di stress. Meglio dunque dedicare qualche minuto al giorno alla pratica che qui di seguito vi consiglio prima che sia troppo tardi.
Al termine della vostra giornata di lavoro, oppure ogni qualvolta ne avete l’occasione, in ambiente adeguato, create le condizioni idonee, stando attenti, per esempio, che rumori o altro non possano disturbarvi durante la pratica. Sdraiatevi sul pavimento, abbandonando totalmente il corpo.

La chiave del successo sta proprio nel significato di questa parola: abbandono. Realizzare un abbandono totale è assai difficile poiché per farlo bisogna ripristinare quell’atteggiamento di fiducia che l’uomo ha lasciato sul campo delle sue battaglie perdute (almeno crede fino a che non scopre che le battaglie perdute sono, invece, grandi momenti di crescita, soprattutto interiore).
Sdraiatevi dunque fiduciosi e divenite consapevoli di tutto il corpo, tutto il corpo intero. Lasciate cadere le punte dei piedi verso l’esterno e girate il palmo delle mani verso l’alto per impedire al senso del tatto di mantenervi vincolati al piano materiale. Avvicinate leggermente il mento allo sterno diminuendo così la curva delle cervicali e distendete il viso rilassandolo in ogni sua parte (Dovete sapere che all’occhio di un esperto, il viso appare come una carta geografica delle tensioni mentali).
Per qualche attimo tentate con i vostri mezzi di rilassarvi, nel miglior modo possibile, anzi dite a voi stessi: io mi sto rilassando. Questo serve a trasferire la vostra attenzione in ciò che state facendo. Passate in rassegna, mentalmente tutto il corpo e sciogliete ogni contrazione che individuate. Cercate di rimanere immobili fino al termine della pratica.
Ora, noterete che è davvero difficile distrarsi dal contenuto ordinario della mente, composto di memorie, di quanto è accaduto durante la giornata o addirittura nel passato. La via della consapevolezza è invece fatta di presente. Del Qui e ora, come affermano le scuole orientali, per le quali questa è l’unica cosa che veramente conta. Quante persone, infatti, si rovinano la vita vivendo immersi in passate esperienze spiacevoli, ormai insensibili ai messaggi di gioia e piacere che la natura invia loro continuamente? Vi affermo questo perché sappiate cogliere il gradevole messaggio che la tecnica di rilassamento, qui proposta, rappresenta. Essa è un momento che appartiene al vostro presente, un momento di gioia, la gioia di sentirsi e di abbandonarsi piacevolmente al pervadere dell’energia universale. Quest’ultima entrerà in voi, non appena si verificheranno le giuste circostanze: quando il vostro corpo e la vostra mente privi di tensioni si apriranno permettendo alla stessa di permearli.
Il mezzo migliore per mantenere la mente nel presente con continuità è la concentrazione sul respiro. Nello stesso tempo tale concentrazione consente di tenere sotto controllo il piano emotivo. Regolando e bilanciando il flusso dell’aria che entra nei polmoni attraverso le narici, in modo che l’inspiro e l’espiro risultino uguali, raggiungerete un proficuo stato di armonia ed equilibrio. Contate mentalmente e fate durare 6 secondi sia l’inspiro che l’espiro. Continuate così fino a quando il tempo che avete destinato alla vostra pratica sarà terminato. Uscite dalla situazione in modo assai graduale.
Pur rimanendo ancora immobili, riportate l’attenzione sul corpo, sul piano fisico e introducete l’idea che dovrete muovervi.
Iniziate il risveglio muovendo le dita dei piedi, poi le dita delle mani. Ruotate dolcemente il capo a destra e a sinistra e lasciatevi in seguito andare a progressivi movimenti, sempre più ampi, fino a quando non vi verrà voglia di stirarvi, come se vi foste appena svegliati. Sempre con calma riportatevi seduti e quando vi sentite pronti alzatevi in piedi. La vostra pratica è terminata.

di Amadio Bianchi

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I partecipanti ad una semplice lezione di Hatha-Yoga, o Yoga comune, considerato più propriamente fisico, vengono spesso invitati dal loro docente a chiudere gli occhi anche durante il mantenimento delle posizioni.
Ciò permette loro di stare nel presente attraverso un procedimento di esperienza diverso dall’usuale, incominciando ad abitare, concretamente, il loro universo interiore.
Ed é così che, talvolta inconsapevolmente, gli allievi ricevono la prima vera iniziazione, rinascendo a nuova vita, una vita fondata su una maggiore consapevolezza.
Per questa ragione, lo Yoga, in nessun caso, neanche nell’Hatha-Yoga stesso, deve essere considerato come una normale forma di ginnastica esteriore.
Ancor più per altri tipi di Yoga, soprattutto per la meditazione, dove l’approccio “interiore” risulta ancora più evidente.
Sembrerebbe una cosa tanto semplice chiudere gli occhi ma in realtà non lo é in quanto, ad occhi chiusi, l’allievo si ritrova a mettere in azione il suo stato di attenzione su un terreno che non gli é abituale.
La sua usuale esperienza, e per conseguenza tutto ciò che sta nella sua mente fino a quel momento, gli deriva dall’esperienza dei sensi e questa nuova condizione, lo disorienterebbe se il docente con la sua presenza e le sue parole non gli facesse da punto di riferimento.
Il Maestro, infatti, normalmente, continua invitando l’allievo a prendere coscienza della posizione del suo corpo mantenendogli tuttavia l’attenzione, in un certo senso, in periferia, affinché la pratica non risulti, all’inizio, troppo scioccante per mancanza di conoscenza.
Solo quando una certa maturità consentirà allo studente di affrontarsi più in profondità, gli verrà suggerito di far convergere la consapevolezza sull’atto respiratorio, affacciandosi all’esperienza dell’io sono o senso dell’io (il sanscrito aham), il principio di individuazione e, per conseguenza, anche del soggettivo.
Il soggettivo, per la cultura Yoga, deriva dal principio centripeto e di coesione che nel Samkhya Darsana, uno dei sei punti di vista ortodossi dell’induismo, viene chiamato Ahamkara.
L’Ahamkara é lo stadio nel quale si trova la materia o Prakrti, quando, attivata dall’impulso dell’evoluzione, procede dallo stato neutro di Mahat (cioè di massa energetica) a quello di, come si legge sull’enciclopedia dello Yoga, massa unitaria, apercettiva, ancora priva di esperienza personale, ma già con l’oscura coscienza di essere un ego.
Da un punto di vista pratico-evolutivo tutti possono intuire che si tratta di quel principio che permetterà, in seguito, ad ogni cosa di essere quella che è, cioè un microcosmo con il suo nome e la sua forma.
L’Ahamkara rappresenta, essendo un fondamento di separazione, un vero e proprio ostacolo che si avverte in meditazione, impedire l’esperienza dell’unità, poiché il vero sè, imbrigliato in questa condizione, non riesce a rendersi conto della propria autonomia a causa dell’ignoranza, per la quale il sè scambia corpo, sensi e mente per il vero sè.
E questa mancanza di discriminazione tra sè e non sè, si dice sia la causa di ogni afflizione, se non altro per l’aspetto di instabilità caratteristico del non sè.
Con il sostegno della discriminazione avrà origine la libertà.
E questo, al ricercatore serio, appare chiaro da subito.
Sperimenterà varie fasi durante le quali percepirà la sua esistenza fisica come un involucro o come un abito, all’interno del quale si sentirà racchiuso, e nei momenti peggiori tale sensazione sarà accompagnata da senso di oppressione.
Il “meditante” meno preparato, invece, resterà catturato da questo suo microcosmo, soprattutto dal mentale, affascinato come un bambino al luna-park, dalla grande varietà di situazioni presenti dentro di lui e lì potrà perdersi per molto tempo, addirittura dimenticando l’esperienza-obiettivo che si era proposto.
Dicevamo che è la mancanza di discriminazione tra sè e non sè a trarre in inganno, facendo scambiare la visione soggettiva per la realtà.
Ciò è dovuto all’Avidya, parola sanscrita che sta per ignoranza.
Colui che percorre il sentiero della Yoga deve andare incontro ad una dura purificazione mentale prima di vedere insorgere in lui una capacità discriminativa oggettiva.

di Amadio Bianchi

Questo articolo è utilizzabile gratuitamente con il consenso dell’ Autore.





Con le facili torsioni a terra che vi propongo in questo articolo, è possibile eliminare alcuni disturbi della spina dorsale, renderla elastica in tutta la sua lunghezza, tonificare gli organi addominali, combattere la stipsi e stimolare l’attività epatica e biliare.
Procedete nel seguente modo: sdraitevi sul pavimento in posizione di rilassamento e, per qualche istante, sviluppate ad occhi chiusi, dapprima la consapevolezza del corpo, poi quella del respiro. Quando sarete riusciti a trasferire completamente la vostra attenzione nel presente ed in ciò che state facendo, iniziate sviluppando un primo esercizio dinamico: piegate le gambe ed inspirando spingete il bacino verso l’alto. Portate le braccia sul pavimento oltre il capo, stimolando così la colonna vertebrale ad inarcarsi come nella fotografia.

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Quando espirate portate le ginocchia verso il petto, abbracciatele per favorire sia l’emissione di aria sia la distensione della vertebre lombari.

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Ripetete il movimento una decina di volte ed al termine riposatevi con le gambe distese, le braccia rilassate vicino al corpo, tendendo a mantenere il mento vicino allo sterno.

Ora sviluppate un secondo esercizio per favorire lo sblocco del bacino e della parte più bassa della colonna vertebrale: portate il piede destro sopra il sinistro in modo che il tallone si posizioni tra l’alluce ed il secondo dito del piede sinistro, come nella fotografia.

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Inspirate ed espirando scendete con entrambi i piedi verso il lato destro,

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poi ritornate con i piedi al centro inspirando ed espirando fateli scendere dal lato opposto.

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Ripetete questo esercizio dinamico per 10 volte sia con il piede destro sopra il sinistro, sia con il sinistro sopra il destro, poi sciogliete la posizione e di nuovo rilassatevi favorendo il ripristino della respirazione spontanea.
Passiamo al terzo movimento che, in maniera più ampia, favorirà lo sblocco del bacino e della sezione inferiore della colonna. Per prima cosa disponete le mani con le dita intrecciate sotto la nuca assumendo una posizione comoda, poi distanziate i piedi e le ginocchia divaricando il più possibile le gambe.

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Anche in questo caso si deve accordare il movimento dinamico degli arti con il respiro nel modo seguente: mentre le gambe sono perpendicolari al pavimento inspirate, poi, con l’aiuto dell’espirazione fatele scendere entrambe sul lato destro.

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Inspirate ancora mentre le riportate al centro ed espirando guidatele dal lato opposto.

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Proseguite fino a quando non avvertite una sensazione di sblocco, fermate le gambe al centro, unitele e portate, accavallandola, la gamba destra sulla sinistra.

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Inspirate e, con l’aiuto dell’espirazione fate scendere entrambe le gambe sul lato destro. Mantenete la posizione statica per 2 minuti. La gamba destra, grazie alla forza di gravità, gradualmente trascinerà la sinistra verso il pavimento, favorendone lo stiramento. Ritornate con le gambe al centro, invertite, accavallando la sinistra sulla destra e ripetete l’esercizio dall’altro lato.

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Riportate nuovamente le gambe al centro, sciogliete la posizione, e lasciate scivolare i piedi fino a stendere le gambe completamente. Sciogliete anche la posizione delle braccia e distendetele lungo il corpo.
Riposatevi qualche istante permettendo al sangue e all’energia di circolare liberamente e di portare sollievo soprattutto alla parte bassa del corpo. Per non distrarvi, restate attenti alle sensazioni che vi giungono dal piano fisico, e al ritmo della respirazione. Tre, quattro minuti di pausa potranno bastare.
Con l’esercizio seguente, interesserete una porzione di colonna vertebrele leggermente più alta e precisamente l’area lombare. Unite le gambe e piegatele avvicinando le ginocchia al petto.

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Abbracciatele e mantenetele in questa posizione abbastanza a lungo. Sentirete un gran sollievo ai reni. Prima di proseguire, inspirate profondamente, poi espirando, lasciate scendere entrambe le gambe sul lato destro e contemporaneamente ruotate la testa dal lato opposto.

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Mantenete la posizione statica, sviluppando una respirazione calma e profonda, per non meno di due, tre minuti. Potete mentalmente contare i secondi per avere la certezza, quando sviluppate la posizione dal lato opposto, di mantenere la stessa durata. Ciò va a beneficio dell’incremento simmetrico del corpo. Per impostare la posizione dall’altro lato, inspirando riportate le gambe al centro ed espirando disponetele dall’altro lato, ricordandovi di ruotare la testa in senso contrario rispetto alle gambe.

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Anche in questo caso il ritmo della respirazione, durante la fase statica, verrà ottimizzato su un ritmo calmo. Può essere interessante osservare come, durante le torsioni, la respirazione tenda a sviluppare l’elasticità laterale della gabbia toracica. Prima di proseguire potete beneficiare di un’altra pausa disponendo come al solito il corpo nella posizione di rilassamento.
L’ultima torsione, quella che maggiormente interessa la parte più alta della colonna vertebrale, viene impostata disponendo il corpo, ben allineato, sul fianco destro. Piegate, quindi, la gamba sinistra e posizionatela con il piede aderente al ginocchio destro, mentre appoggiate il ginocchio sinistro al pavimento. La mano destra, portata sul ginicchio sinistro lo trattiene, aderente al pavimento, durante la torsione. Il braccio sinistro viene inizialmente mantenuto disteso davanti al viso con il palmo della mano sul pavimento. Inspirando, sollevate il braccio perpendicolare al pavimento e espirando proseguite nella rotazione fino a portarlo dall’altro lato, sospeso a pochi centimetri da terra.

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Seguite con la testa il movimento del braccio ruotandola verso lo stesso lato. Abbiate l’accortezza di mantenere la mano sospesa di qualche centimetro dal pavimento per dar vita ad una posizione attiva per circa tre minuti. Sempre per motivi di sviluppo simmetrico del corpo, dopo aver mantenuto la posizione da un lato la svilupperete anche dal lato opposto.

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Non è conveniente terminare la pratica subito dopo le torsioni. È bene preoccuparsi di riallineare i dischi vertebrali e promuovere l’allungamento della spina dorsale.
Diviene importante, dunque, prima di terminare eseguire un ultimo esercizio che avrà il compito di riallineare bene la colonna.
Sedetevi e cercate di mantenere la schiena ben eretta. Inspirando portate prima le braccia verso l’alto, poi espirando lentamente spingetele in avanti come se voleste afferrare un oggetto posto oltre i vostri piedi. Abbiate l’accortezza di mantenere le gambe distese. Appoggiate le mani nel punto che riuscite a raggiungere senza eccessivo sforzo e immobili proseguite mantenendo la posizione per almeno quattro, cinque minuti.

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Terminate la pratica disponendo infine il corpo nella posizione supina. Quando vi rialzerete fatelo in modo graduale evitando, così, gli effetti dell’abbassamento della pressione sanguigna.


di Amadio Bianchi

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