Computer


Nasce da una costola di eBizLab srl, il nuovo sito e-commerce eGlem.com  che si propone come  una ricca vetrina di prodotti elettronici, accessori, ricambi e gadget tecnologici molto ricercati.
eBizLab si occupa di importazione e commercializzazione di prodotti di difficile reperibilità, ma di altissima qualità perfettamente in linea con i più rigorosi test di mercato e con le normative CEE. Dispone di un marchio proprio: Eglemtek.
Tratto distintivo del progetto è la particolare attenzione rivolta ai suggerimenti e ai desideri degli utenti per quanto riguarda sia i prodotti che la funzionalità del sito, attraverso una mail dedicata info@eGlem.com.
Le segnalazioni più interessanti, purchè siano realizzabili, vengono premiate con un omaggio all’interno dell’ordinativo eseguito.
Si rivolge sia a privati che rivenditori e i loro prodotti si trovano nei supermercati DESPAR, ma anche in realtà come YouBuy.
Sul sito è presente una sezione delle offerte lastminute, dove per periodi di tempo limitati, ad esempio 7 giorni,  vengono offerti prodotti a prezzi esclusivi, ma a quantità limitate.

Il costante sviluppo delle tecnologie e dei software della computer grafica ha consentito la possibilità sempre maggiore di tradurre in modo realistico le proprie idee e progetti. Tale possibilità è molto importante se si svolge una professione creativa in cui si ha la necessità di trasmettere al cliente l’immagine reale di un prodotto che deve ancora essere realizzato fisicamente. In passato tale limite veniva superato con la realizzazione di disegni o fotografie che davano un’idea, comunque parziale, del prodotto finale. Oggi, invece, abbiamo a disposizione software che consentono di realizzare immagini 3D molto dettagliate del prodotto finale che rendono possibile mostrarlo in ogni sua angolazione.

Questi software sono detti “motori di rendering” e consistono in programmi basati su complesse equazioni matematiche che, in base al settaggio di particolari variabili, consentono di ottenere l’immagine reale di prodotti che devono ancora essere realizzati. Il rendering 3D, chiamato anche rendering fotorealistico, è uno strumento molto utile in ambito creativo e, in particolare, in campo immobiliare perché rende possibile la creazione di modelli molto realistici. Per creare un buon rendering 3D, però, bisogna prestare particolare attenzione ad alcuni parametri. Uno di essi è l’illuminazione che consiste nel dare la giusta luminosità all’oggetto creato attraverso il posizionamento di fonti di luce, riflessi, ombre e sfumature: è fondamentale, in questo caso, che si riescano a notare tutti i particolari. Anche la trasparenza è una variabile importante, soprattutto nel caso in cui si debbano realizzare parti in vetro, come finestre o balconi.

Bisogna prestare attenzione anche alle prospettive: esse non devono essere distorte ma corrispondere il più possibile a quelle reali. Nell’ambito della rendering 3d degli immobili tra le variabili più importanti ci sono la texture e la definizione dell’ambiente esterno che consentono di inserire nell’immagine dettagli appartenenti al mondo reale, in grado di rendere molto realistico il prodotto raffigurato. Se si ha bisogno di mostrare l’esterno di un edificio, infatti, bisognerà concentrarsi maggiormente sul rendering di esterni e prestare particolare attenzione ai particolari, come ad esempio la presenza di persone, di erba o automobili e tutto ciò che è utile a rendere realistica l’immagine.

Quando ci si appresta a realizzare un rendering di esterni, inoltre, è importante tener presente che i particolari non devono essere eccessivi o inappropriati ma ordinati e bilanciati tra di loro. Un buon rendering 3d, quindi, è quello che riesce a riprodurre un’immagine relistica che sia di grande impatto e in grado di persuadere il cliente. Dopo che l’immagine è stata renderizzata è possibile creare il movimento inserendo i fotogrammi all’interno di un’apposita timeline: si può, ad esempio, creare un percorso virtuale che mostri al cliente ogni aspetto dell’edificio realizzato in modo da dare l’idea del prodotto finito. I tempi di realizzazione di un buon rendering sono variabili e dipendono dalla complessità del prodotto da realizzare, dal suo grado di realismo e dal tipo di software utilizzato.

Tra i motori di rendering più noti e più potenti c’è il RenderMan, creato dalla Pixar, che ha reso possibile la realizzazione di numerosi film di ultima generazione.

the store - centro comerciale

Evoluzione e tecnoligia nella frontiera del commercio su internet: questo è ciò che offre Store Digitale Online, il portale per lo shop on line del celebre circuito Gigacenter.

Store Digitale propone un catalogo di oltre 3 milioni di prodotti suddivisi in varie categorie. Grazie al funzionale menù di navigazione ed al sofisticato motore di ricerca interno al sito sarà possibilie cercare e raggiungere con facilità ciò che l’utente sta cercando.
Le migliaia di prodoti disponibili sono suddivisi per categorie, composte da sezioni e sottosezioni

  • Informatica: centinaia di articoli delle migliri marche, componenti per pc, periferiche esterne, stampanti, mouse. Ma anche notebook & Desktop completi, hardware e componenti interni
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  • DVD
  • Ufficio
  • Abbigliamento

Tecnologia, Elettronica ed informatica sono solo alcune delle categorie in cui è suddiviso lo store. Presso il centro commerciale digitale tanti altri prodotti di ogni tipo e genere. Inoltre la homepage del sito, sempre aggiornatissima, propone all’utente le ultime offerte a prezzi di saldo, per promuove gli acquisti più convenienti.
Store Digitale offre trasparenza, risparmio, qualità dei prodotti e convenzia per chi vuole acquistare sul web in tutta sicurezza.

Comunicare (dal lat. cum = con, e munire = legare, costruire, mettere in comune, far partecipe, condividere) è un’arte assai complessa che rapporta l’individuo al mondo esterno.
Trasmettere un messaggio e rendere il messaggio comprensibile non è semplice: comunicare non è informare, convincere o dimostrare. È invece lo strumento per riconoscere la dignità dell’altro ed entrare in relazione con esso. Una comunicazione efficace è proporzionale alle risorse che impieghiamo per raggiungere gli interlocutori nel loro mondo, per comprendere il modo di ragionare, le necessità, le reazioni emotive.
Nell’email marketing gli attori di una comunicazione sono il mittente e il destinatario di una email, di una dem o di una newsletter. Il canale è ovviamente internet. Il feedback che consente di aggiustare le strategie della comunicazioni è dato ad esempio dalle statistiche: elemento determinante nelle piattaforme di email marketing.
Le email che vengono inviate dagli amici, che ricordano le vecchie lettere della posta tradizionale, perché attese ed emotivamente coinvolgenti, vengono lette con attenzione. Si ha invece la tendenza a leggere in modo sommario, veloce e frammentario le email generiche. L’obiettivo di chi opera nell’email marketing è quello di creare con i clienti un rapporto privilegiato, amichevole, duraturo: dal semplice informare, si passa al dialogare, al condividere.
Scrivere un’email non è un operazione semplice:

  1. la sintesi è d’obbligo, le informazioni devono essere chiare, visibili, dinamiche. Gli unici strumenti utili sono parole e immagini: la comunicazione non verbale è abolita.
  2. l’oggetto è la parte più importante di una email, è il vostro bigliettino da visita: se è utile, curioso o convincente il destinatario sarà invogliato alla lettura, in caso contrario la vostra comunicazione popolerà eternamente il cestino.
  3. l’email è un po’ come una donna in estate: ha la necessità della dieta per la prova bikini. La newsletter deve sottoporsi costantemente ad una prova “di costume”: è preferibile l’utilizzo di un linguaggio semplice, ma non troppo colloquiale. Lo scrivere deve essere leggero, non pesante, non ingombrante, intuitivo. Una comunicazione piena di parole tutte identiche, senza nessun elemento grafico è mal digerita come il verbale di una multa. Nell’ email marketing il registro linguistico è fondamentale: è dannoso utilizzare tecnicismi poco comprensibili, lo stile deve essere coerente con lo scopo della comunicazione.
  4. I link possono essere dei validi aiuti: possono essere utilizzati per non appesantire il messaggio e per spiegare nel dettaglio ciò che nelle email o in una newsletter non è bene approfondire: è preferibile creare alcune suggestioni e lasciare alla sensibilità o alla curiosità dei lettori la scelta di analizzare o meno l’argomento.
  5. Quando poi l’email sembra conclusa, ben impostata e pronta per l’invio, è proprio allora che bisogna innalzare il livello di attenzione: un email piena di strafalcioni non è professionale! È necessario essere più furbi e veloci dei refusi: gli errori spesso si palesano solo nell’istante in cui la freccia del mouse è posizionata sul tasto INVIA.

Il gioco delle ambiguità comunicative, se non si è stati sufficientemente chiari, e se non si conosce il destinatario dell’email nasce nel momento in cui la vostra newsletter viene letta. La comunicazione è ciò che gli altri leggono e comprendono, non quello che noi scriviamo. Ciò che gli altri comprendono però è mediato ed influenzato dalla modalità in cui noi comunichiamo e “ipnotizziamo” chi riceve la nostra email. Gli strumenti e la modalità con cui influenzate il destinatario delle vostre comunicazioni sono determinanti!

Simona Ibba

Simona Ibba lavora presso Hoplo ed è Business Development Manager della piattaforma per l’invio di newsletter Infomail.

Pubblichiamo l’intervento di Massimo Silvano Galli al convegno “Innovation Forum” tenutosi sabato 15 marzo a Milano, presso la sala del Consiglio della Provincia a Palazzo Isimbardi.

L’entusiasmo con cui, soprattutto negli ultimi anni, gli addetti e i cadetti della rete e delle nuove tecnologie, con l’aiuto dei mass-media e della imperante “teologia delle tecnoscienze”, hanno disegnato l’avvento della cosiddetta “Società della Conoscenza”, per quanto giustificato dalle reali opportunità di cui tale ipotetica società è -o sarebbe- depositaria, ha, tuttavia, costituito un freno all’analisi più profonda che necessariamente comporta ipotizzare una siffatta società e, a maggior ragione, esigono le azioni necessarie al suo concretarsi.

Tali, non oso dire superficiali ma, quantomeno, ergonomici entusiasmi, sembrano unilateralmente concentrati a superare due annose questioni che sole paiono frapporsi tra le potenzialità delle nuove tecnologie e il loro effettivo usufrutto, questioni che prendono il nome di “digital divide” e “cultural divide”, intendendo, con il primo, quel divario esistente in termini di possibilità tecnologiche di utilizzo della rete, che vanno dal non possedere fisicamente un Pc o il software necessario, al non essere raggiunti da DSL o simili; e, con il secondo, quel divario che va dall’ignorare le potenzialità/possibilità della rete, al non possedere gli strumenti conoscitivi per utilizzarla in parte o in tutte le sue opportunità. Due categorie che paiono distinte (per quanto, separatamente o insieme, collaborino al medesimo risultato) ma che, in verità, afferiscono ad un unico paradigma tecnocentrato.

Dando per adeguato, il primato tecnologico che delimita il concetto di “digital divide”, non possiamo -credo- rimanere indifferenti quando il medesimo primato soverchia il concetto di “cultural divide”, riducendo radicalmente i confini stessi della nozione di cultura che finisce per assumere, appunto, un piega strumentale alle esigenze tecnopratiche, ignorando tutte le implicazioni che, ad esempio, fanno della cultura il più vistoso oggetto di quella epistemologia della complessità con cui pure la rete deve non solo fare i conti, ma anche sostenere adeguatamente la concreta esemplificazione che della complessità rappresenta.

Gli strumenti, anche gli strumenti della conoscenza prettamente tecnica e pragmatica, sono, infatti, la premessa affinché una “Società della Conoscenza” sia possibile, ma perché tale società si reifichi, senza ridursi ad una “Società dell’Informazione” o, al massimo della scienza (ossia di una conoscenza troppo spesso mutilata da quel prefisso con- che sta a indicare unione, partecipazione, simultaneità), e cogliendo davvero e fino in fondo le sue opportunità, è necessario annullare, insieme al divario digitale e culturale, quel divario direi “psicologico” oltre il quale solo si può affacciare una non millantata “Società della Conoscenza”.

Questo divario, che il dibattito sulla rete pare disconoscere o non cogliere come merita, e che chiameremo, per stare in sintonia: “psychological divide”, ha a che fare con un’umanità ben più vasta, sia di quelli che subiscono il “digital divide”, sia di quelli che soccombono al “cultural divide”, e nemmeno esclude coloro che non appartengono a nessuna delle due categorie ma, anzi, paiono sfruttare la rete in (quasi) tutta la sua potenza.

Prima di profilare questo divario psicologico è bene tuttavia soffermarci sull’idea di “Società della Conoscenza” da cui emerge. È chiaro, infatti, che, se per “Società della Conoscenza” intendessimo esclusivamente un insieme più o meno vasto di individui che grazie ad una particolare dotazione tecnologia e ad una serie di tutele legislative, sono posti nella condizione di scambiarsi, come mai prima d’ora: informazioni, dati, saperi e sapienze, tale società non esprimerebbe l’esigenza di una soggetto dalla diversa predisposizione psichica. Una “Società della Conoscenza”, intesa come luogo di maggiore circolarità e disponibilità di saperi, avrebbe sì semplicemente bisogno di un individuo che possa utilizzare gli strumenti per accedere a queste informazioni e sappia come sfruttarli al meglio.

La “Società della Conoscenza” che concepiamo e che è intrisa nelle possibilità della rete, auspica invece un vero e proprio sovvertimento del rapporto che l’uomo contemporaneo intrattiene col sapere, e per questo avanza l’istanza di un necessario mutamento psicologico da parte dei suoi cittadini.

Per figuraci tale società dobbiamo evadere dall’idea di “luogo” che ci permea, e che possiamo sostanzialmente descrivere in due aree: quella del fuori-da-me, e quella del dentro-di-me, e spostarci in uno spazio terzo, che è poi lo spazio in cui la conoscenza prende forma e di cui la rete ha tutte le caratteristiche per essere l’incarnazione.

Compiendo una necessaria azione e-semplificatrice, pensiamo al computer, alla rete e ai suoi annessi, come all’ennesimo tentativo dell’uomo di spostare il patrimonio di informazioni in suo possesso dal dentro-di-sé al fuori-da-sé, con l’obiettivo di facilitarne la disponibilità, il recupero e l’utilizzo. Un tentativo che, per quanto non abbia conosciuto freni, essendo simbiotico alla stessa idea di evoluzione umana, registra fin dai suoi primi passi alcune importanti critiche su cui è necessario riflettere. È Platone (1998), nel suo Fedro, a metterci in guardia per primo. Quando il dio egizio Teuth si reca dal suo faraone per illustragli l’invenzione della scrittura, così la descrive: “O re, questa conoscenza renderà gli egiziani più sapienti e più dotati di memoria”. Ma il faraone gli risponde: “Tu credi di aver inventato qualcosa che aiuti la memoria, invece questa tua invenzione produrrà dimenticanza nelle anime di chi impara, proprio perché, fidandosi della scrittura, ricorderanno le cose dell’esterno, da segni alieni, e non dall’interno, da sé,” e poi conclude con una profezia che pare il ritratto della nostra post-modernità e in cui intravediamo il rischio di una “Società della Conoscenza” semplicemente intesa come luogo di parossistica circolazione delle informazioni: “Tu non offri verità agli allievi, ma una apparenza di sapienza; infatti, grazie a te, divenuti informati di molte cose senza insegnamento, sembreranno degli eruditi pur essendo per lo più ignoranti; sarà difficile stare insieme con loro, perché in opinione di sapienza invece che sapienti”.

Questo non significa, evidentemente, una demonizzazione della scrittura e degli innegabili vantaggi che ha recato all’umanità. Umberto Eco ci segnala, opportunamente, come l’esternalizzazione delle informazioni produce semplicemente un nuovo concetto di conoscenza che non si esprime più in “quante informazioni possiedo”, ma nella capacità di andare a cercare le informazioni che mi occorrono, ampliando evidentemente la possibilità di raccogliere dati essenziali.

Fare proprio il dubbio del re egizio ci offre però l’opportunità di osservare il fenomeno da un’altra angolazione, tanto più appropriata per quello straordinario strumento che è la rete, che rappresenta, o potrebbe rappresentare, un superamento delle critiche che Platone muoveva alla scrittura, quando l’accusava di non essere in grado di dialogare, né di sagomarsi all’anima a cui si rivolge per poter rispondere alle sue domande, accendendo così la scintilla della conoscenza. In verità, la rete, supera questo limite, almeno come possibilità, e dà l’opportunità di mettere in intima comunicazione, a partire da un oggetto di condivisione, l’autore e il lettore. Il problema è, semmai, come e con quali schemi mentali (e torniamo a bomba al nostro divario psicologico), queste due anime processano la loro relazione.

La questione è questa. Ogni allocazione di informazioni dal dentro-di-me al fuori-da-me produce, di fatto, un luogo il cui destino può essere almeno duplice: rimanere in quel territorio che afferisce al fuori-da-me, così come ci sembra corra il rischio la rete: una sorta di magazzino di dati più o meno vasto e facilmente accessibile; il luogo, per così dire, della potenza del sapere, proprio perché “sapere” non limitato nella raccolta, nell’usufrutto, nella velocità di accesso, etc. (qualità strettamente dipendenti dall’evoluzione tecnologica e libertaria di una società); oppure, ed è quello cui vorremmo auspicare parlando di una “Società della Conoscenza”, dare vita a quel luogo terzo che non è dentro-di-me e non è fuori-da-me.

Questa area, che non è dentro-di-me e non è fuori-da-me, è il luogo del potenziale, dell’ipotetico, di ciò che non è o non è stato, ma che può o avrebbe potuto essere. È quello spazio intermedio che Donald Winnicott (1974) indica tra il bambino e la madre in cui si va compiendo l’organizzazione dell’io e il soggetto neonato entra in rapporto con l’oggetto attraverso la sua ri-creazione simbolica con funzione sostitutiva al progressivo allontanamento dalla madre. È lo spazio meticcio della relazione che suggerisce Michel Serres (1992), in cui il Maestro e l’Allievo, il Bambino e la Madre, Io e l’Altro, (inteso come tutto ciò che non sono io) si abbandonano ad una danza le cui movenze sono dettate dalle singole esperienze di ogni proprio esterno e di ogni proprio interno, ma sospinti verso una soglia di cui entrambi ignorano la meta. È la terra di Terra di Hurqalya evocata da Henry Corbin (1979), un mundus imaginalis in cui ogni simbolo conserva e irradia la sua natura polisemica e i “sì” e i “no” delle cose convivono contemporaneamente sotto lo stesso sguardo. È il territorio, insomma, non dell’informazione, ma della trasformazione. È, appunto, quel luogo che Platone rivendica innalzando il primato dell’insegnamento orale sulla scrittura.

Avevo già dedicato alcune riflessioni a questa “Società della Conoscenza” nell’articolo “L’Arte Internet l’Altro”. Riportavo, allora, come al centro di una siddetta società vi debba essere, giocoforza, una congrua consapevolezza e capacità di determinare “condivisione di conoscenza”, intendendo per questa un interscambio di oggetti (fisici o astratti) tra due soggetti in relazione che siano in grado di andare oltre il semplice e meccanico peer-to-peer, ma si pongano, invece, pariteticamente e contemporaneamente come maestro e come allievo impegnati in uno sforzo ri-creativo, avendo entrambi interiorizzato quello spazio potenziale tra me e l’Altro quale elemento cardine nella costruzione mai finita della propria identità; avendo individuato l’Altro quale simile e al contempo diverso (altro da me), la cui ri-conoscenza determina la scoperta di quello iato, di quello spazio potenziale, in cui si avvicenda, colmandolo, la possibilità di creare, di trasformare e di trasformarsi, anzi di trans-formarsi<!–[if !supportFootnotes]–>. Una “condivisione di conoscenza” che, quindi, non si limita allo scambio dell’esistente ma, a partire dall’esistente, produce un nuovo oggetto di conoscenza.

Tale concetto di “condivisione della conoscenza” è qualcosa di più del semplice partecipare o mettere a disposizione di… è, invece e appunto, un atteggiamento mentale, quello che Winnicott (ibid.) indica quando parla di una “madre sufficientemente buona”, ossia una figura in grado di presentare il mondo (l’Altro da sé) al bambino (all’allievo) con creatività, mettendolo nella condizione di sperimentare l’onnipotenza soggettiva, mentre lo accompagna verso una condivisione meno egocentrica della realtà. Solo che nella “Società della Conoscenza” che auspichiamo, con tutte le approssimazioni del caso, ogni utente è al contempo madre e bambino dell’Altro e, insieme all’Altro, si dispone a condividere il gioco della libera ri-creazione del mondo.

Una disposizione estranea alle mitologie e ai paradigmi della nostra epoca, anzitutto per la forte concentrazione sull’io tipica del nostro tempo che ci fa diventare un po’ come quelle madri “non sufficientemente buone” che si dimostrano incapaci di giocare al gioco della libera ri-creazione del mondo e riescono a portare al bambino soltanto il mondo per come lo vedono loro, lasciandolo nella unica condizione di accondiscendere).

Il cittadino sufficientemente buono dell’ipotetica “Società della Conoscenza” è, invece, colui che è in grado di operare una sottrazione delle proprie proiezioni, affinché l’Altro non diventi la mera riproduzione delle sue forme interiori, dei suoi narcisismi, delle sue precomprensioni biografiche, o la ansiosa ricerca di questi. Il cittadino sufficientemente buono dell’ipotetica “Società della Conoscenza” è in grado di operare un decentramento da sé a favore di questo Altro, al quale apparteniamo più profondamente di quanto non si sappia o creda e a cui solo attraverso questo sforzo, in cui l’Io si sottrae, è possibile accedere (Mottana, 2002) dando forma a quello spazio potenziale in cui si genera la conoscenza.

Il questo senso, il divario psicologico che mi sembra si debba colmare, e su cui credo sia necessario lavorare, è direttamente proporzionale al disinvestimento pedagogico che coinvolge le società occidentali e che si manifesta nella totale assenza di un’educazione ai processi creativi che definiscono le modalità profonde con cui la conoscenza si produce e si diffonde, mentre si continua ad investire sull’idea di un mondo che, almeno in potenza, sembrerebbe in grado di sopravvivere di pura in-formazione, di conoscenze non ri-create ma trasmesse e supportate da una tecnologia -appunto- dell’informazione e dell’istruzione che, non a caso, tende a universalizzarsi attraverso la lotta (almeno dichiarata) al digital e al cultural divide.

La rete rappresenta, per ora, una grande opportunità che si dà nel più “grande spazio pubblico che la storia abbia mai conosciuto” (Rodotà, 2006): stringere un patto tra qualcuno che ha qualcosa da dire, mostrare, rappresentare, e qualcuno che cerca quella cosa, fatta in quel modo, detta così, in quel dato modo rappresentata, superando nei fatti, o comunque mettendo a repentaglio, il concetto di autorevolezza che ha dettato sin qui la distribuzione del sapere; superamento che non significa la deriva dell’incompetenza, bensì la possibilità per molti competenti, capaci, ma occulti o occultati dalle forme selettive di distribuzione dell’autorevolezza (mercati, censure, regimi, etc.), di trovare un luogo in cui la loro voce abbia risonanza, semplicemente stringendo, come insegnava Pier Paolo Pasolini (1990) in tempi non sospetti, un patto con il lettore: l’Altro -appunto- che mi è diverso e mi somiglia, il solo “[…] degno di ogni più scandalosa ricerca”.

Ma, per costruire una “Società della Conoscenza” è necessario non fermarsi a contemplare entusiasti questo scenario e, insieme alla sutura del digital e del cultural divide, iniziare a predisporre percorsi educativi e formativi in grado di guidare l’uomo contemporaneo a prendere possesso di quella complessità necessaria a penetrare e utilizzare la rete quale spazio potenziale dell’incontro ri-creativo con l’Altro.

Con il concetto di “psychological divide” intendiamo sottolineare che, per quanto si possa supporre una riorganizzazione in atto della conoscenza umana e dei suoi modelli (una sorta di lungo ponte che forse tra qualche decennio sapremo definire in maniera più adeguata), la rivoluzione che attraverso le tecnologie informatiche sta segnando l’agire umano, non ha ancora trovato piena corrispondenza in una eguale evoluzione psichica. Mentre il corpo dell’uomo contemporaneo è sempre più immerso in un ambiente di stimoli, informazioni, immagini, connessioni, comunicazioni che lo coinvolgono in uno spazio-tempo apparentemente senza soluzione di continuità, in cui oggetti e soggetti si danno tutti contemporaneamente sotto lo stesso sguardo; la sua psiche è ancora legata a quella razionalità meccanicistica che, dall’invenzione dell’alfabeto in poi, ha caratterizzato il suo cammino tecnologico e ancora permea il suo pensare. Per questo strumenti come il computer e la rete, che esemplificano la possibilità di un approccio complesso, rizomatico, non sequenziale e serendipico al sapere, faticano a imporre il loro vero primato evolutivo, mettendo in luce quell’area che abbiamo chiamato “psychological divide” e che tutti coinvolge in uno sguardo che troppo somiglia a quello con cui la regina dell’Amleto shakespeariano osserva il mondo e le sue cose: “Non vedete nulla, là?”, le chiede Amleto, e lei: “Proprio niente; eppure vedo tutto quello che c’è”.

La costruzione di una “Società della Conoscenza” deve necessariamente fare lo sforzo di guadare oltre questo “tutto quello che c’è”, educando ogni cittadino all’incontro con l’Altro nello spazio autentico di una conoscenza non disciplinata e generata da quel sapere che sta a monte d’ogni recinzione del sapere e ne è costitutivo: l’immaginazione creativa, potenza capace di miscelare la materia prima del dentro-di-me e del fuori-da-me e, al contempo, di generare, da questi e attraverso questi, nuova conoscenza; aculeo dei sensi in grado di trasformare qualsivoglia definizione del mondo e delle cose in una figura retorica che, mentre si allontana da ogni verità condivisa, né abbraccia un’altra, altre, più sottili e spesso più invisibili, ma non meno degne di essere osservate, gridate, reclamate.

È chiaro e evidente che un tale mutamento risponde ad una complessità di interventi che contemplano ma non si risolvono unicamente nella rete, nelle sue possibilità o nel superamento dei suoi limiti, ma coinvolgono la società tutta, in primo luogo nelle sue strutture educative che devono riequilibrare i processi dell’apprendimento affiancando al profilo del metodo scientifico un profilo, potremmo dire: “extrametodico della verità” che chiami in causa tutte quelle forme di accesso al sapere non governate dal regime della prova, ridimensionando radicalmente la visione ontologica della verità che ha dominato tutta l’età moderna (e che ancora è retaggio di un sentire più che comune) per modificare il sistema articolato per “trasmettere verità” che oggi ci travolge, in un sistema capace di “costruire conoscenza”.

La rete e le tecnologie annesse, esemplificano e promettono questa possibilità, ed è per questa ragione che il limitarsi ad un loro uso poco più che meccanico appare oggi non solo gnoseologicamente inconcepibile, ma forse anche moralmente eccepibile.

Massimo Silvano Galli

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