Informatica


Dal lancio dell’iPhone gli imprevisti non sono mancati per la Apple. Il boom di vendite fatto registrare dall’iPhone ha trovato impreparati anche gli stessi produttori che hanno dovuto fronteggiare una marea di richieste in più rispetto le aspettative. Ciò se da un lato è un aspetto positivo dall’altro diventa un problema perchè qualsiasi difetto il prodotto abbia verrà amplificato e non potrà passare inosservato.

E non sta certo passando inosservata la lentezza del servizio MobileMe fornito dalla Apple. Per non parlare dei bug iniziali e del disastro di e-mail andate perdute. Per chi non lo sapesse MobileMe è entrato in funzione il 9 luglio 2008 e sostituisce gli ormai pensionati servizi .Mac. Tutti gli utenti che utilizzavano .Mac sono stati fatti migrare nel nuovo servizio.

La principale differenza tra i due sta nella maggiore compatibilità di MobileMe. Infatti il servizio può essere utilizzato anche da utenti non Mac e ciò dovrebbe garantire un bacino d’utenza maggiore.

Ma la vera sorpresa è il come si sta comportando Jobs che finalmente non si fa più problemi ad ammettere eventuali errori, non cerca di nascondere e camuffare ciò che accade ed è molto propositivo nell’allacciare rapporti trasparenti con i clienti per offrire loro il servizio migliore possibile.

C’è uno dei gruppi più capaci della casa Apple che lavora dietro MobileMe nel tentativo di aggiustare ogni possibile disguido. E tutto ciò è fatto con molta trasparenza. Infatti Steve Jobs ha voluto che uno dei suoi redattori stampa fosse ogni giorno accanto al gruppo di lavoro per poter tenere informati giornalmente i clienti.

Dal punto di vista commerciale sono stati concessi a tutti coloro che avevano sottoscritto un abbonamento con MobileMe 30 giorni di prolungamento per farsi perdonare dei primi giorni di malfunzionamento del sistema.

Molti in giro si augurano che il comportamento della “Mela” rimanga così trasparente e non avvolto com’era una volta da tutta sta segretezza. I clienti alla lunga apprezzano di essere assistiti perchè è normale che non tutte le ciambelle escano con il buco all’inizio. Sperando che presto si risolvano tutti gli errori del servizio MobileMe lasciamo lavorare in pace i suoi ricercatori tenendovi però sempre aggiornati sul loro lavoro.





Email truffaldine”: così le chiama il sito della Polizia di stato che ha aggiornato la sezione “Sicurezza Telematica” con le ultime “ novità” in materia di e-mail truffa.

Ferrovie dello stato, Polizia Postale, croce Rossa e un certo Carlo Montorsini: sarebbero i mittenti, falsi, ovviamente, delle email che potrebbero arrivare o essere già arrivate nella casella di posta elettronica di numerosi utenti web.

Nel primo caso, l’email falsamente inviata da Trenitalia avvisa l’utente che può richiedere un rimborso per i ritardi effettuati, avendo diritto a 780 euro.
L’email contiene link e allegati che è bene NON APRIRE e non cliccare.

Nel caso della Polizia Postale, divisone reati internet, si richiede di contattare velocemente l’Ufficio preposto mediante, nemmeno a dirlo, un form.
Non compilare alcun campo e cestinare l’email.

L’email relative alla Croce Rossa Italiana ha come oggetto la richiesta di contributi, mentre in quella inviata da presunti uffici comunali per “immaginarie” violazioni del codice della strada si richiede di aprire un file zip: il file contiene un codice dannoso per il pc.

Infine, un certo Carlo Montorsini, sembrerebbe essere il destinatario di email relative ai diritti d’autore.
Nel corpo del messaggio si farebbe esplicito riferimento al fatto che l’indirizzo e-mail dell’utente è stato segnalato quale utilizzatore di materiale scaricato illegalmente dalla Rete.
Non cliccare su link interni all’email e non aprire file.

Infine attenzione anche alle immagini contenute all’interno del corpo dell’email, possono contenere dei codici sospetti.
Secondo la Ricerca sull’email marketing realizzata da Human Highway per ContactLab, oltre il 44% degli utenti afferma di gradire le immagini all’interno delle email e questo dato è ben noto anche a coloro che utilizzano questo prezioso strumento di comunicazione per truffare il prossimo.

In generale basterà usare il buon senso per accorgersi che l’email ricevuta è una truffa.
Per avvisi così importanti le autorità, Polizia, Croce Rossa, Ferrovie, non invierebbero MAI una email o comunque non lo farebbero se non dopo averi contattati personalmente.
Il linguaggio di queste email è scorretto e sgrammaticato.
L’importante è cestinare queste email ed eliminare il contenuto del cestino definitivamente, aggiornando spesso gli antivirus a disposizione.





Pubblichiamo l’intervento di Massimo Silvano Galli al convegno “Innovation Forum” tenutosi sabato 15 marzo a Milano, presso la sala del Consiglio della Provincia a Palazzo Isimbardi.

L’entusiasmo con cui, soprattutto negli ultimi anni, gli addetti e i cadetti della rete e delle nuove tecnologie, con l’aiuto dei mass-media e della imperante “teologia delle tecnoscienze”, hanno disegnato l’avvento della cosiddetta “Società della Conoscenza”, per quanto giustificato dalle reali opportunità di cui tale ipotetica società è -o sarebbe- depositaria, ha, tuttavia, costituito un freno all’analisi più profonda che necessariamente comporta ipotizzare una siffatta società e, a maggior ragione, esigono le azioni necessarie al suo concretarsi.

Tali, non oso dire superficiali ma, quantomeno, ergonomici entusiasmi, sembrano unilateralmente concentrati a superare due annose questioni che sole paiono frapporsi tra le potenzialità delle nuove tecnologie e il loro effettivo usufrutto, questioni che prendono il nome di “digital divide” e “cultural divide”, intendendo, con il primo, quel divario esistente in termini di possibilità tecnologiche di utilizzo della rete, che vanno dal non possedere fisicamente un Pc o il software necessario, al non essere raggiunti da DSL o simili; e, con il secondo, quel divario che va dall’ignorare le potenzialità/possibilità della rete, al non possedere gli strumenti conoscitivi per utilizzarla in parte o in tutte le sue opportunità. Due categorie che paiono distinte (per quanto, separatamente o insieme, collaborino al medesimo risultato) ma che, in verità, afferiscono ad un unico paradigma tecnocentrato.

Dando per adeguato, il primato tecnologico che delimita il concetto di “digital divide”, non possiamo -credo- rimanere indifferenti quando il medesimo primato soverchia il concetto di “cultural divide”, riducendo radicalmente i confini stessi della nozione di cultura che finisce per assumere, appunto, un piega strumentale alle esigenze tecnopratiche, ignorando tutte le implicazioni che, ad esempio, fanno della cultura il più vistoso oggetto di quella epistemologia della complessità con cui pure la rete deve non solo fare i conti, ma anche sostenere adeguatamente la concreta esemplificazione che della complessità rappresenta.

Gli strumenti, anche gli strumenti della conoscenza prettamente tecnica e pragmatica, sono, infatti, la premessa affinché una “Società della Conoscenza” sia possibile, ma perché tale società si reifichi, senza ridursi ad una “Società dell’Informazione” o, al massimo della scienza (ossia di una conoscenza troppo spesso mutilata da quel prefisso con- che sta a indicare unione, partecipazione, simultaneità), e cogliendo davvero e fino in fondo le sue opportunità, è necessario annullare, insieme al divario digitale e culturale, quel divario direi “psicologico” oltre il quale solo si può affacciare una non millantata “Società della Conoscenza”.

Questo divario, che il dibattito sulla rete pare disconoscere o non cogliere come merita, e che chiameremo, per stare in sintonia: “psychological divide”, ha a che fare con un’umanità ben più vasta, sia di quelli che subiscono il “digital divide”, sia di quelli che soccombono al “cultural divide”, e nemmeno esclude coloro che non appartengono a nessuna delle due categorie ma, anzi, paiono sfruttare la rete in (quasi) tutta la sua potenza.

Prima di profilare questo divario psicologico è bene tuttavia soffermarci sull’idea di “Società della Conoscenza” da cui emerge. È chiaro, infatti, che, se per “Società della Conoscenza” intendessimo esclusivamente un insieme più o meno vasto di individui che grazie ad una particolare dotazione tecnologia e ad una serie di tutele legislative, sono posti nella condizione di scambiarsi, come mai prima d’ora: informazioni, dati, saperi e sapienze, tale società non esprimerebbe l’esigenza di una soggetto dalla diversa predisposizione psichica. Una “Società della Conoscenza”, intesa come luogo di maggiore circolarità e disponibilità di saperi, avrebbe sì semplicemente bisogno di un individuo che possa utilizzare gli strumenti per accedere a queste informazioni e sappia come sfruttarli al meglio.

La “Società della Conoscenza” che concepiamo e che è intrisa nelle possibilità della rete, auspica invece un vero e proprio sovvertimento del rapporto che l’uomo contemporaneo intrattiene col sapere, e per questo avanza l’istanza di un necessario mutamento psicologico da parte dei suoi cittadini.

Per figuraci tale società dobbiamo evadere dall’idea di “luogo” che ci permea, e che possiamo sostanzialmente descrivere in due aree: quella del fuori-da-me, e quella del dentro-di-me, e spostarci in uno spazio terzo, che è poi lo spazio in cui la conoscenza prende forma e di cui la rete ha tutte le caratteristiche per essere l’incarnazione.

Compiendo una necessaria azione e-semplificatrice, pensiamo al computer, alla rete e ai suoi annessi, come all’ennesimo tentativo dell’uomo di spostare il patrimonio di informazioni in suo possesso dal dentro-di-sé al fuori-da-sé, con l’obiettivo di facilitarne la disponibilità, il recupero e l’utilizzo. Un tentativo che, per quanto non abbia conosciuto freni, essendo simbiotico alla stessa idea di evoluzione umana, registra fin dai suoi primi passi alcune importanti critiche su cui è necessario riflettere. È Platone (1998), nel suo Fedro, a metterci in guardia per primo. Quando il dio egizio Teuth si reca dal suo faraone per illustragli l’invenzione della scrittura, così la descrive: “O re, questa conoscenza renderà gli egiziani più sapienti e più dotati di memoria”. Ma il faraone gli risponde: “Tu credi di aver inventato qualcosa che aiuti la memoria, invece questa tua invenzione produrrà dimenticanza nelle anime di chi impara, proprio perché, fidandosi della scrittura, ricorderanno le cose dell’esterno, da segni alieni, e non dall’interno, da sé,” e poi conclude con una profezia che pare il ritratto della nostra post-modernità e in cui intravediamo il rischio di una “Società della Conoscenza” semplicemente intesa come luogo di parossistica circolazione delle informazioni: “Tu non offri verità agli allievi, ma una apparenza di sapienza; infatti, grazie a te, divenuti informati di molte cose senza insegnamento, sembreranno degli eruditi pur essendo per lo più ignoranti; sarà difficile stare insieme con loro, perché in opinione di sapienza invece che sapienti”.

Questo non significa, evidentemente, una demonizzazione della scrittura e degli innegabili vantaggi che ha recato all’umanità. Umberto Eco ci segnala, opportunamente, come l’esternalizzazione delle informazioni produce semplicemente un nuovo concetto di conoscenza che non si esprime più in “quante informazioni possiedo”, ma nella capacità di andare a cercare le informazioni che mi occorrono, ampliando evidentemente la possibilità di raccogliere dati essenziali.

Fare proprio il dubbio del re egizio ci offre però l’opportunità di osservare il fenomeno da un’altra angolazione, tanto più appropriata per quello straordinario strumento che è la rete, che rappresenta, o potrebbe rappresentare, un superamento delle critiche che Platone muoveva alla scrittura, quando l’accusava di non essere in grado di dialogare, né di sagomarsi all’anima a cui si rivolge per poter rispondere alle sue domande, accendendo così la scintilla della conoscenza. In verità, la rete, supera questo limite, almeno come possibilità, e dà l’opportunità di mettere in intima comunicazione, a partire da un oggetto di condivisione, l’autore e il lettore. Il problema è, semmai, come e con quali schemi mentali (e torniamo a bomba al nostro divario psicologico), queste due anime processano la loro relazione.

La questione è questa. Ogni allocazione di informazioni dal dentro-di-me al fuori-da-me produce, di fatto, un luogo il cui destino può essere almeno duplice: rimanere in quel territorio che afferisce al fuori-da-me, così come ci sembra corra il rischio la rete: una sorta di magazzino di dati più o meno vasto e facilmente accessibile; il luogo, per così dire, della potenza del sapere, proprio perché “sapere” non limitato nella raccolta, nell’usufrutto, nella velocità di accesso, etc. (qualità strettamente dipendenti dall’evoluzione tecnologica e libertaria di una società); oppure, ed è quello cui vorremmo auspicare parlando di una “Società della Conoscenza”, dare vita a quel luogo terzo che non è dentro-di-me e non è fuori-da-me.

Questa area, che non è dentro-di-me e non è fuori-da-me, è il luogo del potenziale, dell’ipotetico, di ciò che non è o non è stato, ma che può o avrebbe potuto essere. È quello spazio intermedio che Donald Winnicott (1974) indica tra il bambino e la madre in cui si va compiendo l’organizzazione dell’io e il soggetto neonato entra in rapporto con l’oggetto attraverso la sua ri-creazione simbolica con funzione sostitutiva al progressivo allontanamento dalla madre. È lo spazio meticcio della relazione che suggerisce Michel Serres (1992), in cui il Maestro e l’Allievo, il Bambino e la Madre, Io e l’Altro, (inteso come tutto ciò che non sono io) si abbandonano ad una danza le cui movenze sono dettate dalle singole esperienze di ogni proprio esterno e di ogni proprio interno, ma sospinti verso una soglia di cui entrambi ignorano la meta. È la terra di Terra di Hurqalya evocata da Henry Corbin (1979), un mundus imaginalis in cui ogni simbolo conserva e irradia la sua natura polisemica e i “sì” e i “no” delle cose convivono contemporaneamente sotto lo stesso sguardo. È il territorio, insomma, non dell’informazione, ma della trasformazione. È, appunto, quel luogo che Platone rivendica innalzando il primato dell’insegnamento orale sulla scrittura.

Avevo già dedicato alcune riflessioni a questa “Società della Conoscenza” nell’articolo “L’Arte Internet l’Altro”. Riportavo, allora, come al centro di una siddetta società vi debba essere, giocoforza, una congrua consapevolezza e capacità di determinare “condivisione di conoscenza”, intendendo per questa un interscambio di oggetti (fisici o astratti) tra due soggetti in relazione che siano in grado di andare oltre il semplice e meccanico peer-to-peer, ma si pongano, invece, pariteticamente e contemporaneamente come maestro e come allievo impegnati in uno sforzo ri-creativo, avendo entrambi interiorizzato quello spazio potenziale tra me e l’Altro quale elemento cardine nella costruzione mai finita della propria identità; avendo individuato l’Altro quale simile e al contempo diverso (altro da me), la cui ri-conoscenza determina la scoperta di quello iato, di quello spazio potenziale, in cui si avvicenda, colmandolo, la possibilità di creare, di trasformare e di trasformarsi, anzi di trans-formarsi<!–[if !supportFootnotes]–>. Una “condivisione di conoscenza” che, quindi, non si limita allo scambio dell’esistente ma, a partire dall’esistente, produce un nuovo oggetto di conoscenza.

Tale concetto di “condivisione della conoscenza” è qualcosa di più del semplice partecipare o mettere a disposizione di… è, invece e appunto, un atteggiamento mentale, quello che Winnicott (ibid.) indica quando parla di una “madre sufficientemente buona”, ossia una figura in grado di presentare il mondo (l’Altro da sé) al bambino (all’allievo) con creatività, mettendolo nella condizione di sperimentare l’onnipotenza soggettiva, mentre lo accompagna verso una condivisione meno egocentrica della realtà. Solo che nella “Società della Conoscenza” che auspichiamo, con tutte le approssimazioni del caso, ogni utente è al contempo madre e bambino dell’Altro e, insieme all’Altro, si dispone a condividere il gioco della libera ri-creazione del mondo.

Una disposizione estranea alle mitologie e ai paradigmi della nostra epoca, anzitutto per la forte concentrazione sull’io tipica del nostro tempo che ci fa diventare un po’ come quelle madri “non sufficientemente buone” che si dimostrano incapaci di giocare al gioco della libera ri-creazione del mondo e riescono a portare al bambino soltanto il mondo per come lo vedono loro, lasciandolo nella unica condizione di accondiscendere).

Il cittadino sufficientemente buono dell’ipotetica “Società della Conoscenza” è, invece, colui che è in grado di operare una sottrazione delle proprie proiezioni, affinché l’Altro non diventi la mera riproduzione delle sue forme interiori, dei suoi narcisismi, delle sue precomprensioni biografiche, o la ansiosa ricerca di questi. Il cittadino sufficientemente buono dell’ipotetica “Società della Conoscenza” è in grado di operare un decentramento da sé a favore di questo Altro, al quale apparteniamo più profondamente di quanto non si sappia o creda e a cui solo attraverso questo sforzo, in cui l’Io si sottrae, è possibile accedere (Mottana, 2002) dando forma a quello spazio potenziale in cui si genera la conoscenza.

Il questo senso, il divario psicologico che mi sembra si debba colmare, e su cui credo sia necessario lavorare, è direttamente proporzionale al disinvestimento pedagogico che coinvolge le società occidentali e che si manifesta nella totale assenza di un’educazione ai processi creativi che definiscono le modalità profonde con cui la conoscenza si produce e si diffonde, mentre si continua ad investire sull’idea di un mondo che, almeno in potenza, sembrerebbe in grado di sopravvivere di pura in-formazione, di conoscenze non ri-create ma trasmesse e supportate da una tecnologia -appunto- dell’informazione e dell’istruzione che, non a caso, tende a universalizzarsi attraverso la lotta (almeno dichiarata) al digital e al cultural divide.

La rete rappresenta, per ora, una grande opportunità che si dà nel più “grande spazio pubblico che la storia abbia mai conosciuto” (Rodotà, 2006): stringere un patto tra qualcuno che ha qualcosa da dire, mostrare, rappresentare, e qualcuno che cerca quella cosa, fatta in quel modo, detta così, in quel dato modo rappresentata, superando nei fatti, o comunque mettendo a repentaglio, il concetto di autorevolezza che ha dettato sin qui la distribuzione del sapere; superamento che non significa la deriva dell’incompetenza, bensì la possibilità per molti competenti, capaci, ma occulti o occultati dalle forme selettive di distribuzione dell’autorevolezza (mercati, censure, regimi, etc.), di trovare un luogo in cui la loro voce abbia risonanza, semplicemente stringendo, come insegnava Pier Paolo Pasolini (1990) in tempi non sospetti, un patto con il lettore: l’Altro -appunto- che mi è diverso e mi somiglia, il solo “[…] degno di ogni più scandalosa ricerca”.

Ma, per costruire una “Società della Conoscenza” è necessario non fermarsi a contemplare entusiasti questo scenario e, insieme alla sutura del digital e del cultural divide, iniziare a predisporre percorsi educativi e formativi in grado di guidare l’uomo contemporaneo a prendere possesso di quella complessità necessaria a penetrare e utilizzare la rete quale spazio potenziale dell’incontro ri-creativo con l’Altro.

Con il concetto di “psychological divide” intendiamo sottolineare che, per quanto si possa supporre una riorganizzazione in atto della conoscenza umana e dei suoi modelli (una sorta di lungo ponte che forse tra qualche decennio sapremo definire in maniera più adeguata), la rivoluzione che attraverso le tecnologie informatiche sta segnando l’agire umano, non ha ancora trovato piena corrispondenza in una eguale evoluzione psichica. Mentre il corpo dell’uomo contemporaneo è sempre più immerso in un ambiente di stimoli, informazioni, immagini, connessioni, comunicazioni che lo coinvolgono in uno spazio-tempo apparentemente senza soluzione di continuità, in cui oggetti e soggetti si danno tutti contemporaneamente sotto lo stesso sguardo; la sua psiche è ancora legata a quella razionalità meccanicistica che, dall’invenzione dell’alfabeto in poi, ha caratterizzato il suo cammino tecnologico e ancora permea il suo pensare. Per questo strumenti come il computer e la rete, che esemplificano la possibilità di un approccio complesso, rizomatico, non sequenziale e serendipico al sapere, faticano a imporre il loro vero primato evolutivo, mettendo in luce quell’area che abbiamo chiamato “psychological divide” e che tutti coinvolge in uno sguardo che troppo somiglia a quello con cui la regina dell’Amleto shakespeariano osserva il mondo e le sue cose: “Non vedete nulla, là?”, le chiede Amleto, e lei: “Proprio niente; eppure vedo tutto quello che c’è”.

La costruzione di una “Società della Conoscenza” deve necessariamente fare lo sforzo di guadare oltre questo “tutto quello che c’è”, educando ogni cittadino all’incontro con l’Altro nello spazio autentico di una conoscenza non disciplinata e generata da quel sapere che sta a monte d’ogni recinzione del sapere e ne è costitutivo: l’immaginazione creativa, potenza capace di miscelare la materia prima del dentro-di-me e del fuori-da-me e, al contempo, di generare, da questi e attraverso questi, nuova conoscenza; aculeo dei sensi in grado di trasformare qualsivoglia definizione del mondo e delle cose in una figura retorica che, mentre si allontana da ogni verità condivisa, né abbraccia un’altra, altre, più sottili e spesso più invisibili, ma non meno degne di essere osservate, gridate, reclamate.

È chiaro e evidente che un tale mutamento risponde ad una complessità di interventi che contemplano ma non si risolvono unicamente nella rete, nelle sue possibilità o nel superamento dei suoi limiti, ma coinvolgono la società tutta, in primo luogo nelle sue strutture educative che devono riequilibrare i processi dell’apprendimento affiancando al profilo del metodo scientifico un profilo, potremmo dire: “extrametodico della verità” che chiami in causa tutte quelle forme di accesso al sapere non governate dal regime della prova, ridimensionando radicalmente la visione ontologica della verità che ha dominato tutta l’età moderna (e che ancora è retaggio di un sentire più che comune) per modificare il sistema articolato per “trasmettere verità” che oggi ci travolge, in un sistema capace di “costruire conoscenza”.

La rete e le tecnologie annesse, esemplificano e promettono questa possibilità, ed è per questa ragione che il limitarsi ad un loro uso poco più che meccanico appare oggi non solo gnoseologicamente inconcepibile, ma forse anche moralmente eccepibile.

Massimo Silvano Galli





Pubblichiamo l’intervento al convegno Condividi la Conoscenza tenutosi a Milano il 22 giugno 2007, presso la Libera Università di Lingue e di Comunicazione, IULM

Sono un artista… Anzi, per stare sul trabattello della post-modernità dovrei forse dire: “Sono un non-anti-artista” , ma le cose si farebbero assai più complicate e non è questo il luogo per inseguire tali affabulazioni.

Heidegger scrisse che “[…] l’arte è una cosa cui è successo qualcosa”… Ecco, sono uno che fa succedere qualcosa alle cose. D’altronde anche quando chiesero a Marcel Duchamp (probabilmente il vero papà dell’arte odierna) cosa facesse, trovando difficoltà, come me, a rispondere, disse qualcosa tipo: “Non saprei dire cosa faccio. Suppongo si possa dire che passo il tempo respirando. Sono un respiratore”.
Ecco, forse così è meglio: “Sono un respiratore!”…

Movimento elementare che rimanda all’essenzialità della vita, ma non solo: anche ritmo, a volte regolare a volte sincopato, ma sempre dicotomico: inspirare e espirare: due poli di una stessa verità che ha bisogno comunque di accogliere il suo contrario per esistere. E chi, più di un artista, pardon… di un respiratore, si aggira nei territorio del poetico e del simbolico “in cui il sì e il no delle cose sono parimenti credibili” ? Chi più di un artista-respiratore si ispira e, dopo aver inspirato, espira, espia, ripara, con le sue Opere, alle brutture, sue e dell’uomo in genere?

Inspirare e espirare è movimento evidentemente al centro del concetto di condivisione e trova nell’arte la sua naturale metafora e nell’artista il suo traduttore antropologico.
L’artista-respiratore inspira, infatti, dal mondo le cose e le fenomenologie che muovono le cose, e le espira facendo succedere, a quelle cose, qualcosa. È una specie di albero che affonda le sue radici nella terra e nella storia e, attraverso un processo non dissimile dalla fotosintesi, dà nome e forma alla natura informe facendosi intermediario tra i suoi regni e il regno della cultura che si alimenta di queste opere di intermediazione. In questo senso la Conoscenza è, prima di essere ogni altra cosa, un atto immaginativo e creativo che trova nell’Opera (non per forza d’arte, ma qualsiasi Opera) la sua manifestazione e nell’uomo come essere immaginario il suo medium. Per questo Joseph Beuys dirà che “Ogni uomo è un artista”, ossia un essere immaginario (almeno potenzialmente), intimamente spirituale e creativo, e per questo ogni riflessione che tenti di sintetizzare quegli attraversamenti, sempre complessi che si ascrivono al “Conoscere”, non può non circumnavigare, sezionare, setacciare lo specifico di queste ispirazioni e espirazioni in cui l’Opera si as-solve e, al fine, si ri-solve.

Dunque, sono un artista, e lo sono ne più ne meno di qualunque bipede esemplare della specie umana. Ma non solo. Sono anche un respirante che tenta di fruire delle molteplici metafore che giungono dal respiro dei respiratori. Troppo spesso, infatti, si dimentica -o forse vi si presta solo poca attenzione- a come ogni ispirazione dell’artista-respiratore non potrebbe riempirsi di significato e assurgere al sociale e al culturale se all’uomo-immaginante, all’uomo artista, non si coniugasse il suo necessario contraltare, il fruitore: quel “Altro” attraverso il cui sguardo l’Opera, l’immaginato, scende dal piedistallo del solipsismo e si fa materia disponibile. L’Opera, quale testimone della Conoscenza, è sempre, cioè, un processo di intima condivisione tra almeno due individui in relazione: uno che immagina e l’altro che accoglie quell’immaginazione e gli dà esistenza.

Quando parliamo di “Condivisione della Conoscenza” di “Società della Conoscenza” ci troviamo, quindi, fin da subito, di fronte a due latenze che necessitano di essere esplorate e portate in luce, affinché la condivisione sia davvero tale e non semplicemente l’ennesimo mito della contemporaneità.

Il fatto che tali latenze si trasformino, il più delle volte, in vere e proprie rimozioni, per quanto risultato di diversi fattori, può però essere ricondotto, in buona sostanza, ad una difficoltà più profonda: quella di riconoscere l’Altro come parte essenziale nella costruzione mai finita della propria identità (o della propria Opera, semmai ci fosse differenza); di riconoscere sempre e comunque l’Altro come colui che mi è (come l’Opera) maestro, semplicemente per il fatto che, mio simile/diverso, se lo guardo non solo mi ri-guarda (doppio movimento che contempla l’idea di cura e attenzione mia all’Altro e, insieme, il fatto che l’Altro, guardandomi, a sua volta mi riconosce come suo simile/diverso), ma anche che, attraverso il suo sguardo, anch’io mi guardo, mi ci scopro riflesso. Si tratta, insomma, di quell’ineludibile mutuarsi che caratterizza (consapevolmente o meno) ogni relazione, poiché solo nello iato che si crea tra me e l’Altro si avvicenda, colmandolo, la possibilità di conoscere, ossia di mutarsi o, ancora una volta, di far succedere qualcosa a quella cosa (a quell’Opera) che sono.

In questa complessa relazione di intima corrispondenza che si genera nel movimento conoscitivo, emerge dunque e sopra a tutto l’inevitabilità della relazione quale elemento che comunque sottende ogni condivisione tra umani e, di riflesso, l’irriducibile dimensione educativa che, volenti o nolenti, sempre vi si insinua.

Eppure, quando si parla di “Condivisione della Conoscenza” e della società che discenderebbe dalla rivoluzione delle nuove tecnologie, quasi sempre si elude che ogni Conoscenza è il risultato di una condivisione, che non c’è condivisione senza relazione e che, ogni relazione, implica, in qualche modo, un incontro educativo.
In tutta l’Agenda di Lisbona, come in gran parte del dibattito, per quanto articolato e diversificato per temi e riflessioni, sull’ecosistema digitale: “Relazione”, “Educare” sono vocaboli probabilmente sottesi ma, di fatto, omessi, inespressi. Tutt’al più si parla genericamente di “Formazione” ma sempre -cito, più o meno, dall’Agenda stessa- per: “[…] insegnare agli studenti e al personale delle imprese l’uso delle tecnologie dell’informazione”, secondo questi obiettivi: tutte le scuole devono essere connesse a Internet entro il 2001; tutti gli insegnanti devono essere formati all’uso di Internet e delle risorse multimediali entro il 2002; sempre entro il 2002 deve essere garantito ovunque il pubblico accesso ad Internet o ai centri di Conoscenza, con formazione gratuita in loco; mentre entro il 2003, deve essere portata a termine l’alfabetizzazione digitale di lavoratori e studenti che lasciano la scuola e, entro il 2005, di tutti i cittadini.

Ora, al di là dell‘insensato ottimismo di una tale timing, nessuno può evidentemente obiettare della bontà di questi obiettivi. Quando si parla di “Società della Conoscenza” di ““Condivisione della Conoscenza” ”, si parla giustamente, anzitutto, di questo, ma si corre al contempo il rischio -dicevamo- di ridurre le potenzialità di ciò che evoca l’immagine di questa “Condivisione” e di questa ideale “Società”, riducendone, contemporaneamente, le complessità e, quindi, di fatto, rischiando di ignorarne le problematicità profonde, fino a mancarne l’obiettivo.

È indubbio che “Condividere la Conoscenza” sia qualcosa di più del semplice avere gli strumenti per farlo. Gli strumenti, infatti, sono la premessa affinché la condivisione sia possibile, ma per far sì che tale condivisone avvenga per davvero, affinché si possa davvero parlare di una “Società della Conoscenza”, è indispensabile la volontà di mettersi in relazione all’Altro per condividersi, e la consapevolezza di farlo conoscendone i vantaggi sia sul piano individuale che sul piano sociale. Insomma, appare non solo esageratamente ottimista pensare di poter edificare una “Società della Conoscenza”, esclusivamente esigendo una -per quanto fondamentale- più adeguata legislazione, o una serie di strumenti per connettersi in rete, ma segnala anche una rimozione profonda che rischia di negare qualsiasi autentico accesso alla condivisione. Il lavoro di regolamentazione, il dispositivo tecnologico, non possono, cioè, non essere associati ad un parallelo investimento pedagogico in grado di svelare queste latenze accompagnandoci all’assunzione di nuove consapevolezze e nuovi comportamenti, affinché l’auspicabile “Società della Conoscenza” non si riduca ad una Società della Tecnologia o, la massimo, della Scienza.

L’idea di una pedagogia ansimante sul letto di morte che trascina nel suo oblio qualsiasi riferimento ad una ormai impronunciabile istanza educativa lasciando il campo ad una più apparentemente dinamica “formazione”, non è certo cosa nuova; già Riccardo Massa nel lontano 1987 provava a spiegarne gli assunti quali segnali di un’epoca e delle sue mitologie.

Ma da allora la questione si è fatta -se è possibile- decisamente più drammatica e, insieme alla sempre più vistosa distanza che le istituzioni formative hanno via via preso di fronte ad ogni urgenza educativa (di cui non mancano certo i segnali), il personal computer prima e Internet poi, hanno persino dato forma alle mitologie del tempo, liberandole dal puro dogma e incarnando l’idea di un mondo che, almeno in potenza, sembrerebbe in grado di sopravvivere di pura in-formazione, supportato da una tecnologia dell’istruzione apparentemente, ma solo apparentemente, per tutti… In questo senso, l’assenza della dotazione educativa dal dibattito sulla “Società della Conoscenza” non è che la riprova di quella rimozione cui Massa guardava, chiedendo, già allora, di coglierne il significato nascosto.

Non si vuole certo qui demonizzare il computer e le sue abnormi potenzialità evolutive; ma anzi, proprio porre un segnale di attenzione affinché ogni scenario di liberazione e diffusione della Conoscenza si riveli davvero tale e la montagna non finisca, come spesso accade nella storia umana, per partorire il topolino.
La velocità con cui le nuove tecnologie investono e dissolvono i vecchi paradigmi di riferimento finirà, con buona pace di tutti, per concretare davvero questa benedetta “Società della Conoscenza” (forse anche in Italia…), il problema sarà però capire chi avrà, a quel punto, come suoi cittadini e quale sarà il concetto di Conoscenza cui si riferiranno. Il pericolo che mi pare incombere è quello di una società tecnocentrata e tecnocratica dove, ad un’elite di esperti conoscitori della rete e delle sue modalità di accesso, si sommi una maggioranza più o meno perduta tra un sito pornografico e il video di un idiota che su Youtube si prende il suo quarto d’ora di celebrità schiacciandosi i testicoli in una pressa idraulica; ma entrambi prede di un fulgore di fallace onniscienza e orfani del processo immaginario-costitutivo che definisce le modalità profonde con cui la Conoscenza si produce e gli aspetti relazionali attraverso i quali si condivide e si diffonde.

Chi passa, come me, il tempo respirando e sa che questo suo respirare per avere un senso deve necessariamente entrare in relazione con l’Altro, conosce gli ostacoli profondi che la contemporaneità frappone tra due soggetti in relazione e la loro possibile ““Condivisione della Conoscenza” ”, ostacoli che le nuove tecnologie potrebbero contribuire a farci superare ma che, ad oggi, in assenza di un’efficace consapevolezza pedagogica, sembrano solo esasperare.
Mi riferisco in particolare alla sempre più marcata inettitudine allo stupore e alla meraviglia, soprattutto nelle nuove generazioni cui ogni miracolo tecnologico sembra il risultato scontato di un presente incapace di guardare al futuro attraverso gli scenari della fantascienza; la disabitudine all’immaginazione, causa dell’iperinquinamento di immagini cui siamo sottoposti, immagini “[…] prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma e come significato, come forza di imporsi all’attenzione, come ricchezza di significati possibili” ; la resistenza all’espressione irrazionale, segnata da una scuola che, al massimo dei suoi sforzi, riesce ad accedere ai labirinti dell’arte con quella cosa improbabile che è l’educazione all’immagine… Ma sopra a tutto, anche quando, con opportuni dispositivi, si riesce a portare l’Altro sul confine dell’atto creativo e immaginale, la domanda che inopportunamente sempre precede l’urgenza passionale è: “E se me la rubano?”: l’idea, l’Opera, il manufatto, l’intuizione e -seppur metaforicamente- l’anima, o se volete ridurne la portata, laddove l’arte ci accompagna nei territori della cura, il sintomo.

“E se me la rubano?”. Domanda giustificabile ma, in qualche modo, illegittima, che contraddice la stessa idea di Conoscenza. Non c’è infatti Conoscenza che non sia il risultato di una Conoscenza pregressa. La Conoscenza contempla, di fatto, sempre il “furto” (se così vogliamo dire) di qualcosa e poi la sua trasformazione –per questo si apparenta maledettamente con l’arte. La domanda “E se me la rubano?” è quindi il sintomo di una società ben lontana dal significato di Conoscenza e assolutamente disgiunta dalla possibilità di condividerla. Il problema, semmai, è capire per quale motivo sia sempre più semplice condividere la Conoscenza, quando questa è la “Conoscenza dell’Altro”. Quando invece è in gioco il proprio mettersi in condivisione, il proprio condividersi, e si annusa fino in fondo che per condividersi bisogna in qualche modo dividersi con… tutto si fa drammaticamente più difficile e sorge la domanda “E se me la rubano?”… È qui, allora, che deve entrare in gioco l’elemento educativo, l’accompagnamento pedagogico.
Ed ecco, quindi, la proposta, nei termini di percorsi capaci di interagire, anzitutto con le nuova generazioni, attraverso progetti che sappiano mostrare come ogni dividersi con… si trasformi, nell’ambito della Conoscenza, in una strana divisione che amplifica anziché sottrarre.

Sono un respiratore e ho da tempo individuato la cifra di questi percorsi nel grande contenitore gnoseologico dell’arte cercando in ogni Opera di lavorare all’emersione di quella strettissima affinità che lega il fatto artistico e l’uomo (qualsiasi uomo) con la sua sete di assorbire, produrre, e condividere Conoscenza; cercando di palesare, non solo che il fatto artistico è la conseguenza di una Conoscenza condivisa, ma che non esiste fatto artistico laddove manca la condivisione.

Ogni oggetto dell’arte viene, per così dire “in luce”, attraverso la condivisione di una molteplicità di sguardi che si condividono l’oggetto stesso, latore di Conoscenza. C’è lo sguardo dell’artista che cattura l’oggetto decifrando gli oggetti che gli giungono dal mondo e ad esso restituendoli in quella forma nuova e inaspettata che chiamiamo “Opera”, ma c’è anche lo sguardo del fruitore che, di fatto, porta l’Opera ad esistenza, dando vita allo snodo di una rete neurale in grado di raccogliere e canalizzare gli stimoli dell’Opera, trasformandoli in consapevolezze e traducendoli in costumi ed azioni che ricadono su uno degli infiniti territori della realtà, modificandola.

È in questo senso che la rete somiglia molto all’arte e che l’arte potrebbe essere, per la rete, il suo libero codice naturale capace di liberare tutti i codici che vi si annettono; a patto che, oltre a presentarne le forme (come già accade), ne disveli i processi che costituiscono il “fare arte”, con opportuni dispositivi capaci di facilitare la condivisione profonda dei saperi, facendosi metafora di quella auspicabile “Società della Conoscenza” in cui, con rispetto e sempre meraviglia, partecipare, insieme, a quella Grande Conversazione dove gli uomini, animati dalla loro fantasia e dai loro saperi, creano nuovi mondi e nuovi uomini.

Massimo Silvano Galli - www.msgdixit.it





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Neuros Technology, produttore del flessibile videoregistratore digitale open source, ha appena annunciato la versione beta del nuovo firmware per Neuros OSD con all’interno nuove funzionalità tra cui spicca il browser YouTube

neuros_2Con questo aggiornamento il Neuros OSD è in grado di collegarsi tramite internet e mostrare i filmati in streaming da YouTube su qualunque televisione senza l’uso di un PC. 

Le attuali funzionalità del borwser YoutTube permettono la ricerca per parole chiave e la navigazione attraverso le categorie e tra le sezioni dei video più votati o più richiesti. 

 Questa iniziale versione del browser per YouTube sarà ampliata e migliorata fornendo nuove funzionalità nei prossimi firmware.    

In questa release beta del firmware sono stati aggiunti altri due nuove applicazioni in test:  

·          Photo slideshow Viewer: un album fotografico in grado di mostrare le anteprime delle foto, il dettaglio o di mostrarle in sequenza.

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·          XMMS2 Audio Player: porting per Neuros del XMMS2  un diffuso lettore open source di musica digitale (MP3 e in sviluppo altri formati).

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La realizzazione di queste applicazioni è stata possibile grazie alla comunità mondiale di sviluppatori open source. Questi sviluppatori hanno lavorato a stretto contatto con il team interno di Neuros Technology che hanno incorporato le soluzioni all’interno del firmware ufficiale. 

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 Con queste nuove funzionalità Neuros OSD si conferma come prodotto dalle infinite possibilità e dimostra come i progetti open source possano diventare delle realtà in grado di essere vere e proprie rivoluzioni. 

Come dice Joe Born, CEO di Neuros: “E’ solo l’inizio”.

Distribuito in Italia da TecnologieCreative.it