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Alcuni consigli su come ottimizzare i propri meta tag, renderli più efficaci dal lato Utente e valutarne l’importanza (o meno) per il motore di ricerca californiano.

Google, ottimizzazione del sito. I Meta tag.

Sempre più spesso mi capita di sentire e vedere webmaster che utilizzano i meta tag in modo scorretto, almeno non ottimizzato per i motori di ricerca, soprattutto per Google. Inoltre, negli ultimi tempi, si è diffusa la “simpatica” pratica di inventare (letteralmente) appositi metatag che dovrebbero incrementare le performance del sito in termini di posizionamento nelle ricerche.

Spero con questo post, di fare chiarezza, ma soprattuto far evitare “errori gravi” a chi sviluppa pagine web utilizzando meta tag a volte in modo estremamente scorretto per gli spider dei search engine.

La dichiarazione

I meta tag vengono elencati nell’head della pagina web, quindi devono essere esclusivamente compresi fra i tag <head> e </head>
a sintassi correttà è questa: <META NAME=”nome-metatag” content=”contenuto/variabili del meta.”>

Meta tag disponibili e scopi (approvati dal W3C)

Prima di elecare i tag, tengo a precisare che le caratteristiche riportate di seguito sono gli utilizzi effettivi per i quali questi meta tag sono stati creati, ma non significa che i motori di ricerca ne tengano conto, proprio come vedremo più avanti.

1) “Description” - Serve per dare una breve descrizione della pagina. La sua lunghezza massima è di 1024 caratteri (comunque si consiglia di usarne al massimo 100-120). Può essere costituito da due frasi, ma deve sempre terminare con il punto (es. <META NAME=”description”
content=”Seomarketingnews, il blog dedicato al SEO ed al web marketing.”> )

2) “Keywords” - Serve per indicare le parole chiave relative al contenuto della pagina. Anche qui la lunghezza massima è di 1024 caratteri, ma si consiglia di non superare un massimo di 5-6 parole chiavi elencate. Ogni singola keywords dev’essere separata da una virgola ed uno spazio (es. <META NAME=”keywords” content=”marketing, web, articoli, seo, motori, ricerca”> )

3) “Robots” - Creato per istruire il robot (spider di qualsiasi motore di ricerca) sugli accessi alla pagina web. Infatti può passare al robot 6 differenti istruzioni:
> “NOINDEX” - lo spider non è autorizzato ad indicizzare la pagina (quindi questa “non dovrebbe” mai comparire fra i risultati delle ricerche)
> “INDEX” - al contrario del NOINDEX autorizza il robot ad indicizzare il contenuto della pagina nei propri database
> “NOFOLLOW” - indica allo spider di non seguire e conteggiare ogni link presente all’interno della pagina (es. con l’attributo “NOFOLLOW” se nella pagina A c’è un collegamento alla pagina B, lo spider indicizzerà la pagina A ma non indicizzerà la pagina B e tantomeno conteggerà il backlink ai fini del calcolo del Pagerank)
> “FOLLOW” - funzione inversa al NOFOLLOW, che autorizza lo spider a conteggiare e visitare tutti i link presenti nella pagina web
> “ALL” = “INDEX” + “FOLLOW” (indicare ALL è come dire di indicizzare la pagina e seguire i link in essa contenuti)
> “NONE” = “NOINDEX” + “NOFOLLOW” (contrario della precedente soluzione)
> “NOODP” - impedisce ai motori di ricerca di utilizzare l’eventuale descrizione di DMOZ (ODP) nei risultati delle ricerche. La sintassi corretta è questa: <META NAME=”ROBOTS” CONTENT=”NOODP”>
I parametri passati, dovranno essere separati da una virgola e da uno spazio (es. <META NAME=”robots” content=”INDEX, NOFOLLOW”> )

4) “Generator” - Indica il programma/software che ha generato la pagina web. Può avere una lunghezza massima di 1024 ma si consiglia di non superare i 100 caratteri (es. META NAME=”generator” content=”Dreamweaver 2.0″> )

5) “Author” - Serve per evidenziare l’autore della pagina ed eventualmente i suoi contatti. Anch’esso può essere lungo fino a 1024 ma meglio porsi il limite di 100 caratteri. (es. <META NAME=”author” content=”Michele De Capitani, michele[at]prima-posizione.it”> )

6) Meta “HTTP-EQUIV” - identifica alcuni parametri che servono al browser per una corretta lettura della pagina oppure per altre funzioni particolari. Nel dettaglio, gli attributi sono:
> “Content-Type” - Indica la codifica della pagina o la tavola dei caratteri utilizzata. La sintassi corretta è questa: <META HTTP-EQUIV=”Content-Type” content=”text/html;charset=utf-8″>
> “Refresh” - Utilizzato per reindirizzare in modo automatico, dopo tot secondi, l’utente su un’altra pagina web. Un esempio concreto potrebbe essere questo: <META HTTP-EQUIV=”refresh” content=”5; URL=http//www.prima-posizione.it/”> dove, nella dichiarazione del contenuto, la prima parte numerica indica i secondi di attesa per il reindirizzamento automatico (in questo caso 5 secondi) mentre il parametro URL= serve per indicare la nuova pagina di destinazione.
> “Expires” - Indica la data di validità della pagina web (es. <META HTTP-EQUIV=”EXPIRES” content=”08/20/2001″> )

Questi sono tutti i metatag disponibili oggi per i webmaster, non e esistono altri tipo: “keypharase”, “Google”, “prayer”… alcuni moto divertenti ma che non offrono nulla di più alla pagina, visto che non vengono interpretati dai robots.

Ottimizzazione dei Meta tag

Allora, inziamo ad eliminare tutti meta superflui, perchè non più considerati oppure inutili e ritenuti ovvi agli occhi degli spider:

METATAG INUTILI:

- Keywords: infatti, ormai da un bel po’ di tempo, viene completamente ignorato da “quasi” tutti i motori di ricerca. Anzi, per Google, la presenza massiccia di parole chiave all’interno di questo meta potrebbe far scattare un campanello dall’arme per sovraottimizzazione (per altro inutile).

- Robots: i pareri su questo meta sono discordanti, comunque a mio avviso risulta essere un meta inutile perchè le funzioni “INDEX, FOLLOW e ALL” sono sotto intese, visto che lo spider è nato allo scopo di indicizzare pagine e seguirne i link. Per gli altri attributi invece, lo stesso Google, consiglia di utilizzare il file robots.txt per bloccare lo spider su determinate pagine e di adottare l’attributo “NOFOLLOW” nei link che non si desidera far seguire al robot (proprio come succede nei commenti dei blog). ECCEZIONE: l’attributo “NOODP” che a volte risulta strategico mettere per aver maggiori click sui propri link (vedi Ottimizzazione del meta tag Description).

- Generator: difatti non serve a nulla ai fini del motore di ricerca ed anche il suo valore per l’utenza è relativamente scarso

- Author: vedi quanto detto per Generator, se si vuole “proteggere” i propri contenuti con copyright meglio scrivere le referenze nel footer di ogni pagina

OTTIMIZZAZIONE DEI RESTANTI METATAG

- “Description” - Questo meta, ai fini del posizionamento non è considerato dai motori di ricerca, comunque la sua ottimizzazione è importante per due aspetti: il primo è lato utente, cioè se all’interno della descrizione mettiamo le parole chiave per le quali intendiamo posizionare il sito, Google visualizzerà nei risultati porzioni del tag description contenenti per l’appunto le keywords. Il secondo invece, è lato motore, difatti differenziare per ogni singola pagina web il meta description agevola ed evita alla pagina di finire fra i risultati omessi per pagine “similari”.
Quindi, il consigli è quello di diversificare sempre ogni meta description che verrà costruito in modo tale da contenere le parole chiave scelte per quella pagina ma contestualizzate in una frase di 2-3 righe (100-150 caratteri) con un senso logico e descrittivo. Come anticipato prima, è fondamentale a tal fine, inibire la descrizione di ODP con l’apposito meta tag “Robots” attributo “NOODP”.

- I meta “Content-Type” e “Expires” sono a completa discrezione del web master, non sono fondamentali ma se vengono indicati non generano alcun danno

- “refresh” - Questo meta è molto importante ed altrettanto “pericoloso”. Infatti, fino a poco tempo fa, l’utilizzo di questo tag era considerato SPAM da Google & Co. perchè utilizzato principalmente nelle Doorways generate dagli spammer che passavano un determinato codice agli spider, mentre reindirizzavano l’utente sulla pagina ottimale. Ora, invece, viene considerato SPAM solamente nel caso in cui il tempo sia impostato con un valore superiore allo “0″ (zero) e la pagina sia ricca di contenuti.
In questi termini, al contrario, il meta refresh utilizzato a Zero secondi su una pagina completamente priva di contenuti viene considerato “al pari” di un redirect 301 (permanente) lato server. Questa tecnica viene chiamata “redirect dei poveri” ed è molto utile quando le pagine sono hostate su server Windows dove non è possibile fare un redirect 301 lato server tramite il file .htaccess.
Quindi, l’unico modo “sicuro” per utilizzare questo meta è realizzare una pagina che contenga solamente questo codice:

<head>
<meta http-equiv="refresh" content="0;url=http://seomarketingnews.wordpress.com/" />
</head>

Con questo, spero proprio di aver chiarito alcuni aspetti dei metatag ancora poco chiari, a volte proprio a causa di SEO con uno spiccato spirito umoristico. :)

Articolo a cura di Michele De Capitani di Prima Posizione Srl
Fonte: Google, ottimizzazione del sito: i Meta Tag





Fra i webmaster, si parla sempre più spesso di penalizzazioni e siti bannati dal motore di ricerca californiano. Facciamo un po’ di chiarezza.

Penalizzazioni e ban di Google

Leggendo svariati post e blog che parlano di SEO e Web marketing, non ho fatto a meno di notare che molti utenti e webmaster, non hanno ben chiara la differenza fra sito bannato e sito penalizzato. Inoltre da un po’ di tempo, un calo nelle Serp (risultati delle ricerche), viene immediatamente associato ad una penalizzazione: non è così e questo post spero delinei al meglio i due significati e come capire se il proprio sito è penalizzato o bannato.

Differenza fra penalizzazione e ban di un sito

PENALIZZAZIONE: il sito internet è presente almeno con una pagina all’interno degli indici di Google, ma viene “retrocesso” di posizioni all’interno delle SERP in cui prima appariva nei primi risultati (prime 2 pagine). In questi termini, vi sono varie forme di penalizzazione (-30 penality, -950 penality, etc.) e, solitamente, la maggior parte delle penalizzazioni sono scovate al 70% grazie agli algoritmi anti-spam e viene risolta (tolta) altrettanto frequentemente con modalità algoritmiche.
Solitamente le penalizzazioni avvengono quando si utilizzano tecniche spam (poco invasive e massicce) per falsare i risultati in SERP.

BAN: il sito viene completamente escluso dagli indici di Google (non è in alcun modo indicizzato, anche per ricerche contenenti il nome del dominio). Questa esclusione dagli indici avviene, più o meno, al 40% in modo algoritmico, ma più frequentemente è un’operazione manuale dovuta a segnalazioni che giungono ai quality rater che studiano i siti presenti fra i risultati di ricerca. Un sito può essere bannato per svariate motivazioni, elenco solo quelle più frequenti:

  • Utilizzo di tecniche SPAM avanzate (cloaking, doorways page, etc.)
  • Backlink ad un sito Bannato (se il sito linka un sito già bannato, è probabile il ban ricada anche sul sito contenente il link)
  • Creazione di un network SPAM
  • Ora che abbiamo definito meglio i significati di penalizzazione e ban, vediamo come scoprire se un sito è vittima di queste due operazioni anti-spam eseguite da Google.

    Come capire se un sito è penalizzato

    Personalmente, per valutare la penalizzazione di un sito, procedo in questo modo:

    1) effettuare una query (ricerca) in Google per il domionio (ad esclusione del “http://www.”) ad esempio per: “nomesito.it”. Se il sito non è presente nelle prime 5 posizioni, ci sono buone possibilità che il sito sia vittima di una penalizzazione;

    2) per avere maggiori certezze, ripetere la query anche per il dominio con il “www.” ad esempio per: “www.nomesito.it” e si traggono le stesse conclusioni del punto precedente;

    3) infine, per la prova del 9, basta ricercare anche il nome del dominio (sempre senza “http://www.”) più una parola chiave principale per la quale il sito è ottimizzato, ad esempio: “nomesito.it keyword principale”. Se il sito si presenta ancora in posizioni inferiori rispetto alle prime 5, la penalizzazione è “quasi” certa (quasi perchè om condizioni particolari, tipo di fluttuazioni sinusoidali delle serp di Google, può darsi che il sito internet non sia veramente penalizzato ma solo in una particolare fase di analisi da parte di Google).

    Come capire se un sito è Bannato

    Sempre in modo personale, io utilizzo queste semplici tecniche per valutare se un sito è stato bannato da Google:

    1) soluzione più semplice ed immediata: effettuare una ricerca col comando “site:” + il nome di dominio, ad esempio “site:www.nomesito.it”. Se non vi sono risultati trovati, allora la probabilità che il sito sia bannato è molto alta. Attenzione però, questo potrebbe anche solamente significare che il sito non è stato ancora indicizzato.

    2) iscrivendo il sito al Webmastertool di Google, nell’homepage relativo al sito internet (dopo la verifica) è possibile vedere alcune indicazioni da parte del crawler di Google che indica chiaramente la motivazione del perchè il sito non sia presente negli indici (ricorda che dal web master tool è possibile anche richiedere la reinclusione di un sito bannato).

    Spero davvero di aver fatto chiarezza a tutti i webmaster ed appassionati che controllano periodicamente le SERP ed i risultati dei propri siti internet in funzione del ranking raggiunto su Google.

    Articolo a cura di Michele De Capitani
    Prima Posizione Srl - Marketing online

    Fonte: Marketing sui motori di ricerca





    Per quanto riguarda Google Adwords, trovo moltissima genta che fa battaglie infinite per stare al primo posto con gli annunci…

    Se ancora non lo conosci, Google Adwords e’ il sistema pubblicitario di Google che funziona tramite PPC (Pay Per Click). In pratica tu investi una somma in ppc per pubblicizzare il tuo sito e decidi quanto pagare per singolo click (singolo visitatore); ogni volta che una persona clicca sul tuo annuncio ti vengono decurtati dei soldi in base alla spesa da te designata.

    Il fatto di volere il primo posto assoluto su Google e’ un grosso spreco di denaro. Perche’?

    1. Le prime posizioni su Adwords vengono bersagliate da “click fraudolenti”. Significa SPESA SENZA RITORNO.

    2. I visitatori interessati a comprare cliccano sul terzo e quarto annuncio (statistica di mercato).

    3. La terza posizione e la quarta (o le piu’ basse) costano molto poco rispetto alla prima posizione.

    Gli annunci devono essere testati e valutati statisticamente prima di decidere se la loro esposizione (il loro utilizzo) continuera’ nel tempo. Cosa significa?

    Significa che un annuncio deve essere testato almeno per 2-3 settimane prima di cambiarlo. Diversamente rischi di eliminare una campagna vincente solo per casualita’ negative nel breve periodo.

    Inoltre un annuncio di Google AdWords va sempre usato in coppia. Cioe’ devi creare 2 annunci leggermente diversi tra loro e quindi testare quale sara’ da scartare. In questo modo riuscirai a risparmiare fino al 40% sui tuoi annunci ed ottenere maggiori profitti.





    Pubblichiamo l’intervento al convegno Condividi la Conoscenza tenutosi a Milano il 22 giugno 2007, presso la Libera Università di Lingue e di Comunicazione, IULM

    Sono un artista… Anzi, per stare sul trabattello della post-modernità dovrei forse dire: “Sono un non-anti-artista” , ma le cose si farebbero assai più complicate e non è questo il luogo per inseguire tali affabulazioni.

    Heidegger scrisse che “[…] l’arte è una cosa cui è successo qualcosa”… Ecco, sono uno che fa succedere qualcosa alle cose. D’altronde anche quando chiesero a Marcel Duchamp (probabilmente il vero papà dell’arte odierna) cosa facesse, trovando difficoltà, come me, a rispondere, disse qualcosa tipo: “Non saprei dire cosa faccio. Suppongo si possa dire che passo il tempo respirando. Sono un respiratore”.
    Ecco, forse così è meglio: “Sono un respiratore!”…

    Movimento elementare che rimanda all’essenzialità della vita, ma non solo: anche ritmo, a volte regolare a volte sincopato, ma sempre dicotomico: inspirare e espirare: due poli di una stessa verità che ha bisogno comunque di accogliere il suo contrario per esistere. E chi, più di un artista, pardon… di un respiratore, si aggira nei territorio del poetico e del simbolico “in cui il sì e il no delle cose sono parimenti credibili” ? Chi più di un artista-respiratore si ispira e, dopo aver inspirato, espira, espia, ripara, con le sue Opere, alle brutture, sue e dell’uomo in genere?

    Inspirare e espirare è movimento evidentemente al centro del concetto di condivisione e trova nell’arte la sua naturale metafora e nell’artista il suo traduttore antropologico.
    L’artista-respiratore inspira, infatti, dal mondo le cose e le fenomenologie che muovono le cose, e le espira facendo succedere, a quelle cose, qualcosa. È una specie di albero che affonda le sue radici nella terra e nella storia e, attraverso un processo non dissimile dalla fotosintesi, dà nome e forma alla natura informe facendosi intermediario tra i suoi regni e il regno della cultura che si alimenta di queste opere di intermediazione. In questo senso la Conoscenza è, prima di essere ogni altra cosa, un atto immaginativo e creativo che trova nell’Opera (non per forza d’arte, ma qualsiasi Opera) la sua manifestazione e nell’uomo come essere immaginario il suo medium. Per questo Joseph Beuys dirà che “Ogni uomo è un artista”, ossia un essere immaginario (almeno potenzialmente), intimamente spirituale e creativo, e per questo ogni riflessione che tenti di sintetizzare quegli attraversamenti, sempre complessi che si ascrivono al “Conoscere”, non può non circumnavigare, sezionare, setacciare lo specifico di queste ispirazioni e espirazioni in cui l’Opera si as-solve e, al fine, si ri-solve.

    Dunque, sono un artista, e lo sono ne più ne meno di qualunque bipede esemplare della specie umana. Ma non solo. Sono anche un respirante che tenta di fruire delle molteplici metafore che giungono dal respiro dei respiratori. Troppo spesso, infatti, si dimentica -o forse vi si presta solo poca attenzione- a come ogni ispirazione dell’artista-respiratore non potrebbe riempirsi di significato e assurgere al sociale e al culturale se all’uomo-immaginante, all’uomo artista, non si coniugasse il suo necessario contraltare, il fruitore: quel “Altro” attraverso il cui sguardo l’Opera, l’immaginato, scende dal piedistallo del solipsismo e si fa materia disponibile. L’Opera, quale testimone della Conoscenza, è sempre, cioè, un processo di intima condivisione tra almeno due individui in relazione: uno che immagina e l’altro che accoglie quell’immaginazione e gli dà esistenza.

    Quando parliamo di “Condivisione della Conoscenza” di “Società della Conoscenza” ci troviamo, quindi, fin da subito, di fronte a due latenze che necessitano di essere esplorate e portate in luce, affinché la condivisione sia davvero tale e non semplicemente l’ennesimo mito della contemporaneità.

    Il fatto che tali latenze si trasformino, il più delle volte, in vere e proprie rimozioni, per quanto risultato di diversi fattori, può però essere ricondotto, in buona sostanza, ad una difficoltà più profonda: quella di riconoscere l’Altro come parte essenziale nella costruzione mai finita della propria identità (o della propria Opera, semmai ci fosse differenza); di riconoscere sempre e comunque l’Altro come colui che mi è (come l’Opera) maestro, semplicemente per il fatto che, mio simile/diverso, se lo guardo non solo mi ri-guarda (doppio movimento che contempla l’idea di cura e attenzione mia all’Altro e, insieme, il fatto che l’Altro, guardandomi, a sua volta mi riconosce come suo simile/diverso), ma anche che, attraverso il suo sguardo, anch’io mi guardo, mi ci scopro riflesso. Si tratta, insomma, di quell’ineludibile mutuarsi che caratterizza (consapevolmente o meno) ogni relazione, poiché solo nello iato che si crea tra me e l’Altro si avvicenda, colmandolo, la possibilità di conoscere, ossia di mutarsi o, ancora una volta, di far succedere qualcosa a quella cosa (a quell’Opera) che sono.

    In questa complessa relazione di intima corrispondenza che si genera nel movimento conoscitivo, emerge dunque e sopra a tutto l’inevitabilità della relazione quale elemento che comunque sottende ogni condivisione tra umani e, di riflesso, l’irriducibile dimensione educativa che, volenti o nolenti, sempre vi si insinua.

    Eppure, quando si parla di “Condivisione della Conoscenza” e della società che discenderebbe dalla rivoluzione delle nuove tecnologie, quasi sempre si elude che ogni Conoscenza è il risultato di una condivisione, che non c’è condivisione senza relazione e che, ogni relazione, implica, in qualche modo, un incontro educativo.
    In tutta l’Agenda di Lisbona, come in gran parte del dibattito, per quanto articolato e diversificato per temi e riflessioni, sull’ecosistema digitale: “Relazione”, “Educare” sono vocaboli probabilmente sottesi ma, di fatto, omessi, inespressi. Tutt’al più si parla genericamente di “Formazione” ma sempre -cito, più o meno, dall’Agenda stessa- per: “[…] insegnare agli studenti e al personale delle imprese l’uso delle tecnologie dell’informazione”, secondo questi obiettivi: tutte le scuole devono essere connesse a Internet entro il 2001; tutti gli insegnanti devono essere formati all’uso di Internet e delle risorse multimediali entro il 2002; sempre entro il 2002 deve essere garantito ovunque il pubblico accesso ad Internet o ai centri di Conoscenza, con formazione gratuita in loco; mentre entro il 2003, deve essere portata a termine l’alfabetizzazione digitale di lavoratori e studenti che lasciano la scuola e, entro il 2005, di tutti i cittadini.

    Ora, al di là dell‘insensato ottimismo di una tale timing, nessuno può evidentemente obiettare della bontà di questi obiettivi. Quando si parla di “Società della Conoscenza” di ““Condivisione della Conoscenza” ”, si parla giustamente, anzitutto, di questo, ma si corre al contempo il rischio -dicevamo- di ridurre le potenzialità di ciò che evoca l’immagine di questa “Condivisione” e di questa ideale “Società”, riducendone, contemporaneamente, le complessità e, quindi, di fatto, rischiando di ignorarne le problematicità profonde, fino a mancarne l’obiettivo.

    È indubbio che “Condividere la Conoscenza” sia qualcosa di più del semplice avere gli strumenti per farlo. Gli strumenti, infatti, sono la premessa affinché la condivisione sia possibile, ma per far sì che tale condivisone avvenga per davvero, affinché si possa davvero parlare di una “Società della Conoscenza”, è indispensabile la volontà di mettersi in relazione all’Altro per condividersi, e la consapevolezza di farlo conoscendone i vantaggi sia sul piano individuale che sul piano sociale. Insomma, appare non solo esageratamente ottimista pensare di poter edificare una “Società della Conoscenza”, esclusivamente esigendo una -per quanto fondamentale- più adeguata legislazione, o una serie di strumenti per connettersi in rete, ma segnala anche una rimozione profonda che rischia di negare qualsiasi autentico accesso alla condivisione. Il lavoro di regolamentazione, il dispositivo tecnologico, non possono, cioè, non essere associati ad un parallelo investimento pedagogico in grado di svelare queste latenze accompagnandoci all’assunzione di nuove consapevolezze e nuovi comportamenti, affinché l’auspicabile “Società della Conoscenza” non si riduca ad una Società della Tecnologia o, la massimo, della Scienza.

    L’idea di una pedagogia ansimante sul letto di morte che trascina nel suo oblio qualsiasi riferimento ad una ormai impronunciabile istanza educativa lasciando il campo ad una più apparentemente dinamica “formazione”, non è certo cosa nuova; già Riccardo Massa nel lontano 1987 provava a spiegarne gli assunti quali segnali di un’epoca e delle sue mitologie.

    Ma da allora la questione si è fatta -se è possibile- decisamente più drammatica e, insieme alla sempre più vistosa distanza che le istituzioni formative hanno via via preso di fronte ad ogni urgenza educativa (di cui non mancano certo i segnali), il personal computer prima e Internet poi, hanno persino dato forma alle mitologie del tempo, liberandole dal puro dogma e incarnando l’idea di un mondo che, almeno in potenza, sembrerebbe in grado di sopravvivere di pura in-formazione, supportato da una tecnologia dell’istruzione apparentemente, ma solo apparentemente, per tutti… In questo senso, l’assenza della dotazione educativa dal dibattito sulla “Società della Conoscenza” non è che la riprova di quella rimozione cui Massa guardava, chiedendo, già allora, di coglierne il significato nascosto.

    Non si vuole certo qui demonizzare il computer e le sue abnormi potenzialità evolutive; ma anzi, proprio porre un segnale di attenzione affinché ogni scenario di liberazione e diffusione della Conoscenza si riveli davvero tale e la montagna non finisca, come spesso accade nella storia umana, per partorire il topolino.
    La velocità con cui le nuove tecnologie investono e dissolvono i vecchi paradigmi di riferimento finirà, con buona pace di tutti, per concretare davvero questa benedetta “Società della Conoscenza” (forse anche in Italia…), il problema sarà però capire chi avrà, a quel punto, come suoi cittadini e quale sarà il concetto di Conoscenza cui si riferiranno. Il pericolo che mi pare incombere è quello di una società tecnocentrata e tecnocratica dove, ad un’elite di esperti conoscitori della rete e delle sue modalità di accesso, si sommi una maggioranza più o meno perduta tra un sito pornografico e il video di un idiota che su Youtube si prende il suo quarto d’ora di celebrità schiacciandosi i testicoli in una pressa idraulica; ma entrambi prede di un fulgore di fallace onniscienza e orfani del processo immaginario-costitutivo che definisce le modalità profonde con cui la Conoscenza si produce e gli aspetti relazionali attraverso i quali si condivide e si diffonde.

    Chi passa, come me, il tempo respirando e sa che questo suo respirare per avere un senso deve necessariamente entrare in relazione con l’Altro, conosce gli ostacoli profondi che la contemporaneità frappone tra due soggetti in relazione e la loro possibile ““Condivisione della Conoscenza” ”, ostacoli che le nuove tecnologie potrebbero contribuire a farci superare ma che, ad oggi, in assenza di un’efficace consapevolezza pedagogica, sembrano solo esasperare.
    Mi riferisco in particolare alla sempre più marcata inettitudine allo stupore e alla meraviglia, soprattutto nelle nuove generazioni cui ogni miracolo tecnologico sembra il risultato scontato di un presente incapace di guardare al futuro attraverso gli scenari della fantascienza; la disabitudine all’immaginazione, causa dell’iperinquinamento di immagini cui siamo sottoposti, immagini “[…] prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma e come significato, come forza di imporsi all’attenzione, come ricchezza di significati possibili” ; la resistenza all’espressione irrazionale, segnata da una scuola che, al massimo dei suoi sforzi, riesce ad accedere ai labirinti dell’arte con quella cosa improbabile che è l’educazione all’immagine… Ma sopra a tutto, anche quando, con opportuni dispositivi, si riesce a portare l’Altro sul confine dell’atto creativo e immaginale, la domanda che inopportunamente sempre precede l’urgenza passionale è: “E se me la rubano?”: l’idea, l’Opera, il manufatto, l’intuizione e -seppur metaforicamente- l’anima, o se volete ridurne la portata, laddove l’arte ci accompagna nei territori della cura, il sintomo.

    “E se me la rubano?”. Domanda giustificabile ma, in qualche modo, illegittima, che contraddice la stessa idea di Conoscenza. Non c’è infatti Conoscenza che non sia il risultato di una Conoscenza pregressa. La Conoscenza contempla, di fatto, sempre il “furto” (se così vogliamo dire) di qualcosa e poi la sua trasformazione –per questo si apparenta maledettamente con l’arte. La domanda “E se me la rubano?” è quindi il sintomo di una società ben lontana dal significato di Conoscenza e assolutamente disgiunta dalla possibilità di condividerla. Il problema, semmai, è capire per quale motivo sia sempre più semplice condividere la Conoscenza, quando questa è la “Conoscenza dell’Altro”. Quando invece è in gioco il proprio mettersi in condivisione, il proprio condividersi, e si annusa fino in fondo che per condividersi bisogna in qualche modo dividersi con… tutto si fa drammaticamente più difficile e sorge la domanda “E se me la rubano?”… È qui, allora, che deve entrare in gioco l’elemento educativo, l’accompagnamento pedagogico.
    Ed ecco, quindi, la proposta, nei termini di percorsi capaci di interagire, anzitutto con le nuova generazioni, attraverso progetti che sappiano mostrare come ogni dividersi con… si trasformi, nell’ambito della Conoscenza, in una strana divisione che amplifica anziché sottrarre.

    Sono un respiratore e ho da tempo individuato la cifra di questi percorsi nel grande contenitore gnoseologico dell’arte cercando in ogni Opera di lavorare all’emersione di quella strettissima affinità che lega il fatto artistico e l’uomo (qualsiasi uomo) con la sua sete di assorbire, produrre, e condividere Conoscenza; cercando di palesare, non solo che il fatto artistico è la conseguenza di una Conoscenza condivisa, ma che non esiste fatto artistico laddove manca la condivisione.

    Ogni oggetto dell’arte viene, per così dire “in luce”, attraverso la condivisione di una molteplicità di sguardi che si condividono l’oggetto stesso, latore di Conoscenza. C’è lo sguardo dell’artista che cattura l’oggetto decifrando gli oggetti che gli giungono dal mondo e ad esso restituendoli in quella forma nuova e inaspettata che chiamiamo “Opera”, ma c’è anche lo sguardo del fruitore che, di fatto, porta l’Opera ad esistenza, dando vita allo snodo di una rete neurale in grado di raccogliere e canalizzare gli stimoli dell’Opera, trasformandoli in consapevolezze e traducendoli in costumi ed azioni che ricadono su uno degli infiniti territori della realtà, modificandola.

    È in questo senso che la rete somiglia molto all’arte e che l’arte potrebbe essere, per la rete, il suo libero codice naturale capace di liberare tutti i codici che vi si annettono; a patto che, oltre a presentarne le forme (come già accade), ne disveli i processi che costituiscono il “fare arte”, con opportuni dispositivi capaci di facilitare la condivisione profonda dei saperi, facendosi metafora di quella auspicabile “Società della Conoscenza” in cui, con rispetto e sempre meraviglia, partecipare, insieme, a quella Grande Conversazione dove gli uomini, animati dalla loro fantasia e dai loro saperi, creano nuovi mondi e nuovi uomini.

    Massimo Silvano Galli - www.msgdixit.it





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