Scienza


La creatività è quella grande abilità che ci distingue dai computer e che ci rende migliori. La creatività ti apre delle porte che nessun manuale, corso di studi o seminario potranno mai aprirti.

Con la creatività puoi trasformare anche la cosa più stupida in una vera fonte di denaro. Per esempio, qualche anno fa, un’azienda Americana aveva il problema di che giocattolo lanciare sul mercato. Serviva un’idea veramente innovativa o l’azienda avrebbe avuto grossi problemi ad andare avanti. Così il designer, dopo lunghi tentativi falliti, trovò la soluzione: “Adotta un sasso!” era lo slogan. Questa azienda si mise a vendere sassi in scatolette di cartone bucherellate.

Quell’anno questa azienda ha avuto un fatturato superiore al 1000000 di dollari.

Un sasso e un’idea si sono trasformati in un milione di dollari. Un fino di rame e una guaina di gomma si sono trasformati nel telefono. Se tornassi indietro di un millennio e dicessi alle persone quello che oggi dei fili di rame sono in grado di fare verrei preso per un pazzo. Quali altre cose apparentemente stupide si possono sfruttare per cambiare il mondo?

Chi lo sa. Una cosa però è certa: se una persona è creativa è in grado di vedere ciò che gli altri ancora non vedono. Le persone creative sono in grado di creare cose incredibili e si sfruttarle al massimo.

La cosa bella è che tutti possiamo sviluppare la creatività. E’ semplice e divertente, anche se spesso non sappiamo come fare. Per cui inizia subito. Acquista la Settimana Enigmistica e divertiti con i Rebus. Sono il modo migliore per mettere alla prova e risvegliare la tua creatività.

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La storia di un esploratore solitario

 

Scrivere di osteopatia per chi l’osteopatia la pratica quotidianamente, la vive, ne segue l’evoluzione ed i principi è a dir poco riduttivo.

L’ osteopatia non è “semplice manipolazione ossea” né medicina complementare, osteopatia è un percorso di consapevolezza riguardo la possibilità di donare salute rispettando l’uomo, quale espressione del “Grande Architetto”, come diceva Andrew Taylor Still, riferendosi a Dio.

Nato nello stato della Virginia nel 1828, viveva nel Kansas vicino Baldwin City, si formò come medico e così come accadeva per molti dei medici del tempo, fu assunto nell’esercito degli Stati Uniti per portare la sua opera in soccorso ai soldati in guerra. Storic

Gli orrori che egli ebbe a vedere nei campi da battaglia e soprattutto la successiva morte della moglie e di due figli a causa di meningite ed il fallimento cui egli stesso patì nel non essere riuscito a salvare le vite dei propri cari, lo lasciarono completamente disilluso riguardo la pratica della medicina del tempo. Tempi in cui si tendeva a curare attraverso l’uso di alcool e droghe;  rimedi questi tra i principali nella pratica medica di allora.

Still per cui, dissociandosi dai rimedi medici del tempo, che sentiva come inefficaci e barbari, inizia  un lungo ed accurato percorso di studio anatomico, che lo portò ad effettuare come un “forsennato”, continue dissezioni sui cadaveri, analizzandone i più piccoli particolari della costituzione fisica.

Una frase di Still, familiare per gli addetti ai lavori, esplicita bene il concetto osteopatico secondo Still: L’OSTEOPATIA È ANATOMIA, ANCORA ANATOMIA, SEMPRE ANATOMIA”.

Lo stesso Still affermava :  “L’ANATOMIA E’ DA CONSIDERARSI L’ALFA E L’OMEGA, L’INIZIO E LA FINE DI TUTTE LE FORME E DELLE LEGGI CHA DANNO VITA AL CORPO UMANO”.

Ogni osteopata deve conoscere perfettamente l’anatomia nei minimi particolari al fine di poter proiettare all’interno del corpo la propria azione.

Il percorso pionieristico svolto dal vecchio dottore ad oggi prosegue, vivo più che mai grazie alle tante scuole/ università osteopatiche presenti in tutto il mondo ed all’interno delle quali l’anatomia è una, se non la maggiore, delle materie insegnate agli studenti.

Cito quanto affermato dall’anatomista Bell in una sua bellissima frase. Egli dice:

Impara ad osservare il corpo vivo con i tuoi occhi, poi impara a guardare il corpo con le tue dita e gli occhi aperti, poi impara a guardare il corpo con gli occhi chiusi”.

Questa frase, ritengo sia l’espressione  più vera per gli osteopati odierni, nonché la perfetta sintesi a ciò che un bravo discepolo di Still dovrebbe aspirare per sé e per il successo terapeutico indotto al paziente.

 

 

 

La prima scuola in osteopatia

 

Era il 22 giugno del 1874 quando Andrew Taylor Still fonda a Kirksville, nello stato del Missouri la prima scuola di osteopatia, oggigiorno è denominata Andrew Taylor Still University, Kirksville College of Osteopathic Medicine.

Il 22 Giugno del 1874 è la fase conclusiva, la concretizzazione di un personale ed isolato, quanto difficile e contrastato cammino compiuto da questo geniale uomo, un uomo di scienza con una profonda spiritualità. Nel tempo, Still insieme ai suoi studenti svilupparono un completo programma di studi che includeva una serie di trattamenti fisici specializzati, ora chiamati Trattamento Osteopatico Manipolativo (OMT).

Alla fine del 1800 Still insegnava che la malattia era la conseguenza di un mal posizionamento delle ossa, evento che creava disagio al flusso del sangue (“la legge dell’arteria è suprema” usava dire Still) e degli impulsi nervosi.

Per cui la cura delle malattie per il dottor Still passava attraverso la manipolazione ossea al fine di ripristinare, in ultima analisi il flusso interrotto o comunque deficitario.

Questo storicamente, è il periodo della guerra civile americana.

 

Lo stato del Missouri, riconoscendo in un secondo momento l’adeguatezza del programma di studi e la validità dell’osteopatia, propose a Still un contratto con il quale promuovere un corso di laurea in osteopatia all’interno della facoltà di medicina. Still in nessun modo volle accostare l’osteopatia alla medicina allopatica, per cui scelse di mantenere distinta la laurea di “Dottore in  Osteopatia” (”Doctor of Osteopathy, D.O.”) dal Dottore in medicina (M.D. Medical doctor). Oggigiorno in America questa diversificazione formativa è ancora vigente.

Le condizioni storico-culturale-ambientale sulle quali si formò il pensiero del dr. Still, sono quelle appena espresse. Egli, partendo da tale premessa ed usando un approccio filosofico alternativo, si oppose all’uso delle droghe e della chirurgia come rimedi, riservandone l’uso ai casi in cui fossero l’unica cura conosciuta per una certa condizione, come un antidoto lo è per un veleno o l’amputazione per una cancrena.

 

 La sua filosofia si basava sulla comprensione dell’integrazione tra corpo, mente e spirito.

Inizialmente Still si pronunciò attraverso una triade di principi sotto elencati, sui quali fondava la filosofia osteopatica:

·        l’unicità del corpo;

·        l’interrelazione tra la struttura e la funzione;

·        la capacità del corpo di autoregolarsi quando meccanicamente in salute;(omeostasi).

A questi primi tre principi, se ne sono accostati altri quattro, frutto di un processo di evoluzione  dell’ osteopatia, avvenuto in seguito a continue ricerche scientifiche, le quali hanno apportato chiarimenti maggiori circa i meccanismi terapeutici dell’osteopatia, valorizzandone ancor di più la validità.

Vediamoli!

·        La malattia è la conseguenza della non capacità dell’organismo di produrre la fisiologica adattabilità, o quando dei cambiamenti ambientali superano la capacità del corpo di ripararsi da sé;

·        Il movimento dei fluidi corporei è essenziale al mantenimento della salute.

·        Il sistema nervoso autonomo gioca una parte cruciale nel controllare i fluidi del corpo.

·        Ci sono componenti somatiche della malattia oltre ad essere manifestazioni della malattia sono anche fattori che contribuiscono al mantenimento dello stato di malattia.

Le critiche nei confronti di Still vertevano circa la non scientificità di quanto andava dicendo.

Gli stessi scritti venivano criticati in quanto ritenuti scritti di carattere filosofico più che scientifico.

Still però, stimolava i suoi studenti ad investigare criticamente circa la veridicità dei principi da lui stesso postulati.

La ricerca iniziò a Kirksville nell’ultimo decennio del 1800 e da allora è stata proseguita lì e in altri istituti.

L’Andrew Taylor Still Research Institute venne fondato nel 1913 e Louisa Burns  ed altri osteopati, svilupparono una rigorosa serie di indagini scientifiche sulle relazioni tra le disfunzioni muscoloscheletriche e salute e malattia.

Tra i tanti ricercatori e studiosi, osteopati e non, i quali hanno condotto ricerche nel campo osteopatico, un ruolo di enorme rilevanza è stato assunto dalla Dottoressa Viola Frymann, energica osteopata ultraottantenne americana.

La Frymann nei lunghi anni di dedizione e studio in particolare nell’ambito dell’osteopatia rivolta all’età pediatrica, ha posto in essere studi scientifici rilevanti, ponendo le basi affinché vi possano essere interscambi e dialoghi con la medicina ufficiale ed il suo metodo d’indagine.

Il trattamento osteopatico quindi, è una razionale applicazione di questi principi, attraverso l’utilizzo e l’ottima conoscenza anatomica dell’operatore osteopatia. Ciò permette l’effettuazione di un trattamento terapeutico olistico del paziente, con un’attenzione particolare al sistema neuro- muscolo-scheletrico, ritenuto come parte integrante nei processi di salute e malattia.

 

 

Dott. Matonti Ranieri D.O - R.O.I

 

 

 

 





Pubblichiamo l’intervento di Massimo Silvano Galli al convegno “Innovation Forum” tenutosi sabato 15 marzo a Milano, presso la sala del Consiglio della Provincia a Palazzo Isimbardi.

L’entusiasmo con cui, soprattutto negli ultimi anni, gli addetti e i cadetti della rete e delle nuove tecnologie, con l’aiuto dei mass-media e della imperante “teologia delle tecnoscienze”, hanno disegnato l’avvento della cosiddetta “Società della Conoscenza”, per quanto giustificato dalle reali opportunità di cui tale ipotetica società è -o sarebbe- depositaria, ha, tuttavia, costituito un freno all’analisi più profonda che necessariamente comporta ipotizzare una siffatta società e, a maggior ragione, esigono le azioni necessarie al suo concretarsi.

Tali, non oso dire superficiali ma, quantomeno, ergonomici entusiasmi, sembrano unilateralmente concentrati a superare due annose questioni che sole paiono frapporsi tra le potenzialità delle nuove tecnologie e il loro effettivo usufrutto, questioni che prendono il nome di “digital divide” e “cultural divide”, intendendo, con il primo, quel divario esistente in termini di possibilità tecnologiche di utilizzo della rete, che vanno dal non possedere fisicamente un Pc o il software necessario, al non essere raggiunti da DSL o simili; e, con il secondo, quel divario che va dall’ignorare le potenzialità/possibilità della rete, al non possedere gli strumenti conoscitivi per utilizzarla in parte o in tutte le sue opportunità. Due categorie che paiono distinte (per quanto, separatamente o insieme, collaborino al medesimo risultato) ma che, in verità, afferiscono ad un unico paradigma tecnocentrato.

Dando per adeguato, il primato tecnologico che delimita il concetto di “digital divide”, non possiamo -credo- rimanere indifferenti quando il medesimo primato soverchia il concetto di “cultural divide”, riducendo radicalmente i confini stessi della nozione di cultura che finisce per assumere, appunto, un piega strumentale alle esigenze tecnopratiche, ignorando tutte le implicazioni che, ad esempio, fanno della cultura il più vistoso oggetto di quella epistemologia della complessità con cui pure la rete deve non solo fare i conti, ma anche sostenere adeguatamente la concreta esemplificazione che della complessità rappresenta.

Gli strumenti, anche gli strumenti della conoscenza prettamente tecnica e pragmatica, sono, infatti, la premessa affinché una “Società della Conoscenza” sia possibile, ma perché tale società si reifichi, senza ridursi ad una “Società dell’Informazione” o, al massimo della scienza (ossia di una conoscenza troppo spesso mutilata da quel prefisso con- che sta a indicare unione, partecipazione, simultaneità), e cogliendo davvero e fino in fondo le sue opportunità, è necessario annullare, insieme al divario digitale e culturale, quel divario direi “psicologico” oltre il quale solo si può affacciare una non millantata “Società della Conoscenza”.

Questo divario, che il dibattito sulla rete pare disconoscere o non cogliere come merita, e che chiameremo, per stare in sintonia: “psychological divide”, ha a che fare con un’umanità ben più vasta, sia di quelli che subiscono il “digital divide”, sia di quelli che soccombono al “cultural divide”, e nemmeno esclude coloro che non appartengono a nessuna delle due categorie ma, anzi, paiono sfruttare la rete in (quasi) tutta la sua potenza.

Prima di profilare questo divario psicologico è bene tuttavia soffermarci sull’idea di “Società della Conoscenza” da cui emerge. È chiaro, infatti, che, se per “Società della Conoscenza” intendessimo esclusivamente un insieme più o meno vasto di individui che grazie ad una particolare dotazione tecnologia e ad una serie di tutele legislative, sono posti nella condizione di scambiarsi, come mai prima d’ora: informazioni, dati, saperi e sapienze, tale società non esprimerebbe l’esigenza di una soggetto dalla diversa predisposizione psichica. Una “Società della Conoscenza”, intesa come luogo di maggiore circolarità e disponibilità di saperi, avrebbe sì semplicemente bisogno di un individuo che possa utilizzare gli strumenti per accedere a queste informazioni e sappia come sfruttarli al meglio.

La “Società della Conoscenza” che concepiamo e che è intrisa nelle possibilità della rete, auspica invece un vero e proprio sovvertimento del rapporto che l’uomo contemporaneo intrattiene col sapere, e per questo avanza l’istanza di un necessario mutamento psicologico da parte dei suoi cittadini.

Per figuraci tale società dobbiamo evadere dall’idea di “luogo” che ci permea, e che possiamo sostanzialmente descrivere in due aree: quella del fuori-da-me, e quella del dentro-di-me, e spostarci in uno spazio terzo, che è poi lo spazio in cui la conoscenza prende forma e di cui la rete ha tutte le caratteristiche per essere l’incarnazione.

Compiendo una necessaria azione e-semplificatrice, pensiamo al computer, alla rete e ai suoi annessi, come all’ennesimo tentativo dell’uomo di spostare il patrimonio di informazioni in suo possesso dal dentro-di-sé al fuori-da-sé, con l’obiettivo di facilitarne la disponibilità, il recupero e l’utilizzo. Un tentativo che, per quanto non abbia conosciuto freni, essendo simbiotico alla stessa idea di evoluzione umana, registra fin dai suoi primi passi alcune importanti critiche su cui è necessario riflettere. È Platone (1998), nel suo Fedro, a metterci in guardia per primo. Quando il dio egizio Teuth si reca dal suo faraone per illustragli l’invenzione della scrittura, così la descrive: “O re, questa conoscenza renderà gli egiziani più sapienti e più dotati di memoria”. Ma il faraone gli risponde: “Tu credi di aver inventato qualcosa che aiuti la memoria, invece questa tua invenzione produrrà dimenticanza nelle anime di chi impara, proprio perché, fidandosi della scrittura, ricorderanno le cose dell’esterno, da segni alieni, e non dall’interno, da sé,” e poi conclude con una profezia che pare il ritratto della nostra post-modernità e in cui intravediamo il rischio di una “Società della Conoscenza” semplicemente intesa come luogo di parossistica circolazione delle informazioni: “Tu non offri verità agli allievi, ma una apparenza di sapienza; infatti, grazie a te, divenuti informati di molte cose senza insegnamento, sembreranno degli eruditi pur essendo per lo più ignoranti; sarà difficile stare insieme con loro, perché in opinione di sapienza invece che sapienti”.

Questo non significa, evidentemente, una demonizzazione della scrittura e degli innegabili vantaggi che ha recato all’umanità. Umberto Eco ci segnala, opportunamente, come l’esternalizzazione delle informazioni produce semplicemente un nuovo concetto di conoscenza che non si esprime più in “quante informazioni possiedo”, ma nella capacità di andare a cercare le informazioni che mi occorrono, ampliando evidentemente la possibilità di raccogliere dati essenziali.

Fare proprio il dubbio del re egizio ci offre però l’opportunità di osservare il fenomeno da un’altra angolazione, tanto più appropriata per quello straordinario strumento che è la rete, che rappresenta, o potrebbe rappresentare, un superamento delle critiche che Platone muoveva alla scrittura, quando l’accusava di non essere in grado di dialogare, né di sagomarsi all’anima a cui si rivolge per poter rispondere alle sue domande, accendendo così la scintilla della conoscenza. In verità, la rete, supera questo limite, almeno come possibilità, e dà l’opportunità di mettere in intima comunicazione, a partire da un oggetto di condivisione, l’autore e il lettore. Il problema è, semmai, come e con quali schemi mentali (e torniamo a bomba al nostro divario psicologico), queste due anime processano la loro relazione.

La questione è questa. Ogni allocazione di informazioni dal dentro-di-me al fuori-da-me produce, di fatto, un luogo il cui destino può essere almeno duplice: rimanere in quel territorio che afferisce al fuori-da-me, così come ci sembra corra il rischio la rete: una sorta di magazzino di dati più o meno vasto e facilmente accessibile; il luogo, per così dire, della potenza del sapere, proprio perché “sapere” non limitato nella raccolta, nell’usufrutto, nella velocità di accesso, etc. (qualità strettamente dipendenti dall’evoluzione tecnologica e libertaria di una società); oppure, ed è quello cui vorremmo auspicare parlando di una “Società della Conoscenza”, dare vita a quel luogo terzo che non è dentro-di-me e non è fuori-da-me.

Questa area, che non è dentro-di-me e non è fuori-da-me, è il luogo del potenziale, dell’ipotetico, di ciò che non è o non è stato, ma che può o avrebbe potuto essere. È quello spazio intermedio che Donald Winnicott (1974) indica tra il bambino e la madre in cui si va compiendo l’organizzazione dell’io e il soggetto neonato entra in rapporto con l’oggetto attraverso la sua ri-creazione simbolica con funzione sostitutiva al progressivo allontanamento dalla madre. È lo spazio meticcio della relazione che suggerisce Michel Serres (1992), in cui il Maestro e l’Allievo, il Bambino e la Madre, Io e l’Altro, (inteso come tutto ciò che non sono io) si abbandonano ad una danza le cui movenze sono dettate dalle singole esperienze di ogni proprio esterno e di ogni proprio interno, ma sospinti verso una soglia di cui entrambi ignorano la meta. È la terra di Terra di Hurqalya evocata da Henry Corbin (1979), un mundus imaginalis in cui ogni simbolo conserva e irradia la sua natura polisemica e i “sì” e i “no” delle cose convivono contemporaneamente sotto lo stesso sguardo. È il territorio, insomma, non dell’informazione, ma della trasformazione. È, appunto, quel luogo che Platone rivendica innalzando il primato dell’insegnamento orale sulla scrittura.

Avevo già dedicato alcune riflessioni a questa “Società della Conoscenza” nell’articolo “L’Arte Internet l’Altro”. Riportavo, allora, come al centro di una siddetta società vi debba essere, giocoforza, una congrua consapevolezza e capacità di determinare “condivisione di conoscenza”, intendendo per questa un interscambio di oggetti (fisici o astratti) tra due soggetti in relazione che siano in grado di andare oltre il semplice e meccanico peer-to-peer, ma si pongano, invece, pariteticamente e contemporaneamente come maestro e come allievo impegnati in uno sforzo ri-creativo, avendo entrambi interiorizzato quello spazio potenziale tra me e l’Altro quale elemento cardine nella costruzione mai finita della propria identità; avendo individuato l’Altro quale simile e al contempo diverso (altro da me), la cui ri-conoscenza determina la scoperta di quello iato, di quello spazio potenziale, in cui si avvicenda, colmandolo, la possibilità di creare, di trasformare e di trasformarsi, anzi di trans-formarsi<!–[if !supportFootnotes]–>. Una “condivisione di conoscenza” che, quindi, non si limita allo scambio dell’esistente ma, a partire dall’esistente, produce un nuovo oggetto di conoscenza.

Tale concetto di “condivisione della conoscenza” è qualcosa di più del semplice partecipare o mettere a disposizione di… è, invece e appunto, un atteggiamento mentale, quello che Winnicott (ibid.) indica quando parla di una “madre sufficientemente buona”, ossia una figura in grado di presentare il mondo (l’Altro da sé) al bambino (all’allievo) con creatività, mettendolo nella condizione di sperimentare l’onnipotenza soggettiva, mentre lo accompagna verso una condivisione meno egocentrica della realtà. Solo che nella “Società della Conoscenza” che auspichiamo, con tutte le approssimazioni del caso, ogni utente è al contempo madre e bambino dell’Altro e, insieme all’Altro, si dispone a condividere il gioco della libera ri-creazione del mondo.

Una disposizione estranea alle mitologie e ai paradigmi della nostra epoca, anzitutto per la forte concentrazione sull’io tipica del nostro tempo che ci fa diventare un po’ come quelle madri “non sufficientemente buone” che si dimostrano incapaci di giocare al gioco della libera ri-creazione del mondo e riescono a portare al bambino soltanto il mondo per come lo vedono loro, lasciandolo nella unica condizione di accondiscendere).

Il cittadino sufficientemente buono dell’ipotetica “Società della Conoscenza” è, invece, colui che è in grado di operare una sottrazione delle proprie proiezioni, affinché l’Altro non diventi la mera riproduzione delle sue forme interiori, dei suoi narcisismi, delle sue precomprensioni biografiche, o la ansiosa ricerca di questi. Il cittadino sufficientemente buono dell’ipotetica “Società della Conoscenza” è in grado di operare un decentramento da sé a favore di questo Altro, al quale apparteniamo più profondamente di quanto non si sappia o creda e a cui solo attraverso questo sforzo, in cui l’Io si sottrae, è possibile accedere (Mottana, 2002) dando forma a quello spazio potenziale in cui si genera la conoscenza.

Il questo senso, il divario psicologico che mi sembra si debba colmare, e su cui credo sia necessario lavorare, è direttamente proporzionale al disinvestimento pedagogico che coinvolge le società occidentali e che si manifesta nella totale assenza di un’educazione ai processi creativi che definiscono le modalità profonde con cui la conoscenza si produce e si diffonde, mentre si continua ad investire sull’idea di un mondo che, almeno in potenza, sembrerebbe in grado di sopravvivere di pura in-formazione, di conoscenze non ri-create ma trasmesse e supportate da una tecnologia -appunto- dell’informazione e dell’istruzione che, non a caso, tende a universalizzarsi attraverso la lotta (almeno dichiarata) al digital e al cultural divide.

La rete rappresenta, per ora, una grande opportunità che si dà nel più “grande spazio pubblico che la storia abbia mai conosciuto” (Rodotà, 2006): stringere un patto tra qualcuno che ha qualcosa da dire, mostrare, rappresentare, e qualcuno che cerca quella cosa, fatta in quel modo, detta così, in quel dato modo rappresentata, superando nei fatti, o comunque mettendo a repentaglio, il concetto di autorevolezza che ha dettato sin qui la distribuzione del sapere; superamento che non significa la deriva dell’incompetenza, bensì la possibilità per molti competenti, capaci, ma occulti o occultati dalle forme selettive di distribuzione dell’autorevolezza (mercati, censure, regimi, etc.), di trovare un luogo in cui la loro voce abbia risonanza, semplicemente stringendo, come insegnava Pier Paolo Pasolini (1990) in tempi non sospetti, un patto con il lettore: l’Altro -appunto- che mi è diverso e mi somiglia, il solo “[…] degno di ogni più scandalosa ricerca”.

Ma, per costruire una “Società della Conoscenza” è necessario non fermarsi a contemplare entusiasti questo scenario e, insieme alla sutura del digital e del cultural divide, iniziare a predisporre percorsi educativi e formativi in grado di guidare l’uomo contemporaneo a prendere possesso di quella complessità necessaria a penetrare e utilizzare la rete quale spazio potenziale dell’incontro ri-creativo con l’Altro.

Con il concetto di “psychological divide” intendiamo sottolineare che, per quanto si possa supporre una riorganizzazione in atto della conoscenza umana e dei suoi modelli (una sorta di lungo ponte che forse tra qualche decennio sapremo definire in maniera più adeguata), la rivoluzione che attraverso le tecnologie informatiche sta segnando l’agire umano, non ha ancora trovato piena corrispondenza in una eguale evoluzione psichica. Mentre il corpo dell’uomo contemporaneo è sempre più immerso in un ambiente di stimoli, informazioni, immagini, connessioni, comunicazioni che lo coinvolgono in uno spazio-tempo apparentemente senza soluzione di continuità, in cui oggetti e soggetti si danno tutti contemporaneamente sotto lo stesso sguardo; la sua psiche è ancora legata a quella razionalità meccanicistica che, dall’invenzione dell’alfabeto in poi, ha caratterizzato il suo cammino tecnologico e ancora permea il suo pensare. Per questo strumenti come il computer e la rete, che esemplificano la possibilità di un approccio complesso, rizomatico, non sequenziale e serendipico al sapere, faticano a imporre il loro vero primato evolutivo, mettendo in luce quell’area che abbiamo chiamato “psychological divide” e che tutti coinvolge in uno sguardo che troppo somiglia a quello con cui la regina dell’Amleto shakespeariano osserva il mondo e le sue cose: “Non vedete nulla, là?”, le chiede Amleto, e lei: “Proprio niente; eppure vedo tutto quello che c’è”.

La costruzione di una “Società della Conoscenza” deve necessariamente fare lo sforzo di guadare oltre questo “tutto quello che c’è”, educando ogni cittadino all’incontro con l’Altro nello spazio autentico di una conoscenza non disciplinata e generata da quel sapere che sta a monte d’ogni recinzione del sapere e ne è costitutivo: l’immaginazione creativa, potenza capace di miscelare la materia prima del dentro-di-me e del fuori-da-me e, al contempo, di generare, da questi e attraverso questi, nuova conoscenza; aculeo dei sensi in grado di trasformare qualsivoglia definizione del mondo e delle cose in una figura retorica che, mentre si allontana da ogni verità condivisa, né abbraccia un’altra, altre, più sottili e spesso più invisibili, ma non meno degne di essere osservate, gridate, reclamate.

È chiaro e evidente che un tale mutamento risponde ad una complessità di interventi che contemplano ma non si risolvono unicamente nella rete, nelle sue possibilità o nel superamento dei suoi limiti, ma coinvolgono la società tutta, in primo luogo nelle sue strutture educative che devono riequilibrare i processi dell’apprendimento affiancando al profilo del metodo scientifico un profilo, potremmo dire: “extrametodico della verità” che chiami in causa tutte quelle forme di accesso al sapere non governate dal regime della prova, ridimensionando radicalmente la visione ontologica della verità che ha dominato tutta l’età moderna (e che ancora è retaggio di un sentire più che comune) per modificare il sistema articolato per “trasmettere verità” che oggi ci travolge, in un sistema capace di “costruire conoscenza”.

La rete e le tecnologie annesse, esemplificano e promettono questa possibilità, ed è per questa ragione che il limitarsi ad un loro uso poco più che meccanico appare oggi non solo gnoseologicamente inconcepibile, ma forse anche moralmente eccepibile.

Massimo Silvano Galli





Dal 25 al 28 ottobre 2007, una delle più prestigiose Università tecnico-scientifiche del nostro Paese ospiterà CIA Chimica Industria & Ambiente, che punta su un ricco calendario di convegni

Proprio nei giorni in cui viene assegnato il maggior riconoscimento scientifico internazionale al tedesco Gerhard Ertl per i suoi studi sui processi chimici sulle superfici solide, la scienza che indaga la costituzione e le proprietà della materia torna in primo piano anche nel nostro Paese. Sarà infatti il Politecnico di Milano ad ospitare l’edizione 2007 di CIA Chimica Industria & Ambiente.
Gli stessi spazi che furono scenario di un rinnovamento epocale della Chimica Industriale nel segno della fondamentale integrazione tra scienza, tecnica e industria e nei quali si svolsero le ricerche che, nel 1963, condussero Giulio Natta a meritare il Premio Nobel per la Chimica grazie ai suoi studi sui polimeri, accoglieranno infatti, dal 25 al 28 ottobre 2007, la terza edizione dell’evento interamente dedicato alla chimica di base, chimica fine e delle specialità.

“Chimica, etica e società” saranno i tre nuclei forti attorno ai quali ruoterà un ricchissimo programma convegnistico che si contraddistinguerà per l’egida di un rigoroso comitato scientifico, per la presenza di autorevoli relatori di chiara fama internazionale, per l’esposizione in anteprima degli importanti traguardi raggiunti dalla ricerca, oltre che dei risultati consolidati in ambito applicativo.

Dalla Green Chemistry al rapporto tra chemical process e sicurezza; dal ruolo delle materie rinnovabili nel futuro dei carburanti all’analisi dei processi a membrana pensati per uno sviluppo sostenibile; dall’indagine su chimica ed energia allo studio dell’immagine pubblica di questa scienza, i convegni che costituiranno il cuore della manifestazione si articoleranno ad affrontare i temi maggiormente ricchi di implicazioni rivolte all’avvenire e alla salute dell’uomo e dell’ambiente.

Una preziosa opportunità di riflessione, dunque, una proficua occasione di incontro tra i più accreditati opinion leader del settore, un indispensabile momento di confronto e collaborazione tra l’ambito della ricerca, rappresentato dalle Università e dalle Istituzioni, e quello applicativo, incarnato dai professionisti del settore. Una tappa intermedia ma di importanza fondamentale, fertile terreno da cui nascerà, a partire dall’edizione del prossimo anno, una delle più prestigiose e complete manifestazioni fieristiche in ambito chimico.

Nota di servizio
La Segreteria Organizzativa informa che, per valorizzare al meglio la natura convegnistica della Manifestazione, CIA 2007 cambia location, trasferendosi dal DatchForum di Assago a Milano, presso i locali del Politecnico, Aula S.0.1.
Per maggiori informazioni, si invita a visitare il sito www.ciachimica.com

INFORMAZIONI GENERALI

Nome manifestazione:
CIA Chimica, Industria & Ambiente

Descrizione:
Manifestazione dedicata alla chimica di base, chimica fine e delle specialità

Quando:
Dal 25 al 28 ottobre 2007

Dove:
Politecnico di Milano
Aula S.01, Edificio 3, Padiglione Sud, piano terra
Piazza Leonardo da Vinci, 32
20133 Milano

Segreteria organizzativa:
Interglobal s.r.l.
Via Stalingrado, 27/2°B
40128 Bologna
Tel. +39 051.6313514
Fax. +39 051.4157230
www.ciachimica.com
info@ciachimica.com

Press & P.R. Office:
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Via delle Lame, 113/A
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Tra gli eventi decisamente più difficili da affrontare nell’arco della nostra vita, ci sono senza dubbio tutti quegli aspetti legati alla sfera della salute, propria o dei propri cari. Quando noi stessi o qualcuno cui siamo particolarmente legati è toccato dalla malattia, tutto intorno a noi appare in maniera diversa. La tensione e lo stress sono palpabili e la qualità della vita di tutte le persone coinvolte cambia drasticamente. Parlare di relax in questi casi, può sembrare decisamente fuori luogo, eppure…

E’ fondamentale affrontare questi eventi nella maniera migliore possibile. Mantenere la serenità, la lucidità mentale, coltivare un senso di fiduciosa speranza, anche nei casi più gravi. Non è certamente facile, a meno che non abbiamo sviluppato l’abitudine a scaricare le tensioni giorno dopo giorno, per tutta la vita. Può fare davvero la differenza.

Negli ultimi tempi ho frequentato con una certa frequenza l’ospedale, sia come paziente che per essere vicino a familiari ricoverati. Di fronte alle scene di sofferenza viste, alle persone in lotta tra la vita e la morte in un reparto di rianimazione, al dolore dei parenti che osservano impotenti al di là del vetro, al frenetico adoperarsi dei medici e degli infermieri, tutto appare in maniera diversa.

Ho visto ragazzi e ragazze poco più che adolescenti distesi su un letto in un groviglio di tubi. Ho visto le loro famiglie; sui loro volti c’erano dipinte le emozioni più diverse: rabbia, dolore, stanchezza, speranza, amore… Ho visto medici ed infermieri lottare instancabilmente per riuscire a rimettere in sesto un cuore, un rene o un polmone…

Dentro di me una domanda si faceva lentamente strada: perché? Perché mai dobbiamo provare tanta sofferenza? Poi ho iniziato a riflettere su quante volte stiamo lì a cavillare per ore su problemi e situazioni che ci appaiono gravissimi… quante volte ci lamentiamo di un dolorino qua e là… di quel cliente così… di quel collega che…

Quando si entra in contatto con la vera sofferenza, tutto cambia. Ci si rende conto di cosa conta davvero. La vita è una cosa meravigliosa. Il mondo , malgrado i nostri sforzi per distruggerlo, è ancora un posto fantastico che merita di essere scoperto ed apprezzato. Non servono voli intercontinentali né cifre astronomiche. Abbiamo perso il gusto di ammirare un tramonto, un cielo stellato, l’orizzonte, il mare in tempesta, il sorriso di un bimbo…

No, non c’è tempo per queste frivolezze! Con queste cose non si mangia mica… vuoi mettere l’importanza del fatturato, delle bollette da pagare o della carriera? E come la mettiamo col Campionato di calcio, il Festival di San Remo o la Fiction su tal de tali? Ne ho bisogno… Non ho tempo per fare nient’altro…

Non so perché ma ormai siamo tutti così convinti che non sia possibile vivere meglio. Siamo convinti che la vita sia solo sofferenza, sacrificio… E’ innegabile che i problemi ci siano. E’ noto che molte famiglie hanno serie difficoltà ad arrivare a fine mese… ed è proprio per questo che è fondamentale nutrire adeguatamente anche la mente e l’anima; dedicare un po’ di tempo a se stessi.

In ospedale ho conosciuto una famiglia davvero splendida. Di fronte al dramma che stavano vivendo, pur tremendamente in ansia e addolorati per quanto stava loro capitando, avevano una serenità ed una forza che mi ha particolarmente colpito. Quando glielo fatto notare mi hanno risposto che non avrebbe avuto senso lasciarsi andare ad isterismi, scatti d’ira, o essere arrabbiati col mondo. Loro avevano il dovere di essere sereni, di trasmettersi serenità l’un l’altro, di farsi forza a vicenda. Lo dovevano a quel ragazzo là, intubato e con poche probabilità di sopravvivenza; lo dovevano ai medici ed agli infermieri che senza sosta lo accudivano amorevolmente, lo dovevano a Dio, per tutto quello che gli aveva donato nell’arco delle loro vite.

Devo ammettere che le loro parole sono state per me un po’ come un ceffone. Là per là mi sembravano strane, la loro calma, quasi sovrannaturale… In effetti non sono in molti a riuscire a vivere così. Ci lasciamo prendere da un vortice di impegni, non scegliamo come vivere ma ci limitiamo a gestire quello che ci capita. La stragrande maggioranza delle persone vive nel regno del “mi piacerebbe…”, “dovrei proprio…” “vorrei…” ecc. poi c’è sempre un “ma” che ci frega. Ecco che, di fronte ad un problema, specialmente quelli più gravi, capita spesso di non riuscire a gestire la situazione, di perdere la calma e la lucidità, di crollare fisicamente e psicologicamente. Eppure è proprio nei momenti difficili che dovremmo dare il meglio di noi stessi, per affrontare la situazione in maniera efficace.

Dobbiamo realmente decidere di cambiare. Senza Se e senza Ma. Decidere di dedicare un po’ di tempo a noi stessi, decidere come vogliamo vivere. La strada è senza dubbio in salita e piena di difficoltà. Dobbiamo permetterci di essere felici, di godere delle cose belle della vita, e sono tante. Siamo talmente sovraccarichi, che non riusciamo nemmeno più a vederle. Di fronte a noi, a volte, tutto ci sembra grigio, privo di significato. Abbiamo perso l’entusiasmo, la gioia di vivere, l’amore, e tutte quelle emozioni che provavamo liberamente quando eravamo bambini… Certo, loro non hanno i nostri “fantastici” problemi… Ma di fronte ad un problema, anche il più grave, serve forse a qualcosa avere il muso lungo e triste? Essere arrabbiati con tutti e tutto? Essere stanchi e sfiduciati? La risposta è così ovvia che non la prendiamo neppure in considerazione…

Se stiamo bene con noi stessi, stiamo meglio anche con gli altri; possiamo affrontare meglio qualsiasi situazione; è molto probabile che anche il fatturato aumenti, e, soprattutto, potremmo essere più felici…

Probabilmente riflessioni simili sono capitate più volte a molti di noi. Poi, come se fossimo fatti di una strana gomma che riprende la forma che aveva in precedenza, torniamo alla nostra routine, ai nostri problemi ed al nostro sballato stile di vita.

Occorre coltivare giorno dopo giorno un nuovo modo di pensare, riscoprire la nostra vera identità e non lasciare che valanghe di escrementi (perdonatemi la parola forte…) ricoprano la nostra bellissima esistenza, facendoci quasi dimenticare chi siamo veramente e cosa conta davvero per noi. Abbiamo il diritto ed il dovere di vivere meglio, e spetta solo a noi fare in modo che questo accada.

A prescindere dal credo religioso di ognuno, mi fa piacere condividere un brano del Vangelo in cui si parla delle nostre (stupide) preoccupazioni nell’affrontare la vita di tutti i giorni. Va bene impegnarsi, va bene dare il meglio di se, ma per vivere bene occorre essere sempre sereni e fiduciosi.

Non preoccupatevi troppo del cibo di cui avete bisogno per vivere, né del vestito di cui avete bisogno per coprirvi.23 La vita vale più del cibo e il corpo più del vestito.24 Guardate i corvi: non seminano e non mietono, non hanno ripostiglio né granaio; eppure Dio li nutre. Ebbene, voi valete più degli uccelli!25 Chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ ora in più alla sua vita?26 Se dunque non potete fare neppure così poco, perché vi preoccupate per il resto?27 Guardate i gigli del campo: non lavorano e non si fanno vestiti. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua ricchezza, ha mai avuto un vestito così bello.28 Se dunque Dio veste così bene i fiori del campo, che oggi ci sono e il giorno dopo vengono bruciati, a maggior ragione darà un vestito a voi, gente di poca fede! (Luca12, 22-28)

Sono fermamente convinto che stando davvero bene con noi stessi e vivendo in perfetta armonia con i nostri valori potremmo ottenere risultati eccellenti in ogni campo.
Giovanni Annunziata





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