Società e Cultura


Pubblichiamo l’intervento di Massimo Silvano Galli al convegno “Innovation Forum” tenutosi sabato 15 marzo a Milano, presso la sala del Consiglio della Provincia a Palazzo Isimbardi.

L’entusiasmo con cui, soprattutto negli ultimi anni, gli addetti e i cadetti della rete e delle nuove tecnologie, con l’aiuto dei mass-media e della imperante “teologia delle tecnoscienze”, hanno disegnato l’avvento della cosiddetta “Società della Conoscenza”, per quanto giustificato dalle reali opportunità di cui tale ipotetica società è -o sarebbe- depositaria, ha, tuttavia, costituito un freno all’analisi più profonda che necessariamente comporta ipotizzare una siffatta società e, a maggior ragione, esigono le azioni necessarie al suo concretarsi.

Tali, non oso dire superficiali ma, quantomeno, ergonomici entusiasmi, sembrano unilateralmente concentrati a superare due annose questioni che sole paiono frapporsi tra le potenzialità delle nuove tecnologie e il loro effettivo usufrutto, questioni che prendono il nome di “digital divide” e “cultural divide”, intendendo, con il primo, quel divario esistente in termini di possibilità tecnologiche di utilizzo della rete, che vanno dal non possedere fisicamente un Pc o il software necessario, al non essere raggiunti da DSL o simili; e, con il secondo, quel divario che va dall’ignorare le potenzialità/possibilità della rete, al non possedere gli strumenti conoscitivi per utilizzarla in parte o in tutte le sue opportunità. Due categorie che paiono distinte (per quanto, separatamente o insieme, collaborino al medesimo risultato) ma che, in verità, afferiscono ad un unico paradigma tecnocentrato.

Dando per adeguato, il primato tecnologico che delimita il concetto di “digital divide”, non possiamo -credo- rimanere indifferenti quando il medesimo primato soverchia il concetto di “cultural divide”, riducendo radicalmente i confini stessi della nozione di cultura che finisce per assumere, appunto, un piega strumentale alle esigenze tecnopratiche, ignorando tutte le implicazioni che, ad esempio, fanno della cultura il più vistoso oggetto di quella epistemologia della complessità con cui pure la rete deve non solo fare i conti, ma anche sostenere adeguatamente la concreta esemplificazione che della complessità rappresenta.

Gli strumenti, anche gli strumenti della conoscenza prettamente tecnica e pragmatica, sono, infatti, la premessa affinché una “Società della Conoscenza” sia possibile, ma perché tale società si reifichi, senza ridursi ad una “Società dell’Informazione” o, al massimo della scienza (ossia di una conoscenza troppo spesso mutilata da quel prefisso con- che sta a indicare unione, partecipazione, simultaneità), e cogliendo davvero e fino in fondo le sue opportunità, è necessario annullare, insieme al divario digitale e culturale, quel divario direi “psicologico” oltre il quale solo si può affacciare una non millantata “Società della Conoscenza”.

Questo divario, che il dibattito sulla rete pare disconoscere o non cogliere come merita, e che chiameremo, per stare in sintonia: “psychological divide”, ha a che fare con un’umanità ben più vasta, sia di quelli che subiscono il “digital divide”, sia di quelli che soccombono al “cultural divide”, e nemmeno esclude coloro che non appartengono a nessuna delle due categorie ma, anzi, paiono sfruttare la rete in (quasi) tutta la sua potenza.

Prima di profilare questo divario psicologico è bene tuttavia soffermarci sull’idea di “Società della Conoscenza” da cui emerge. È chiaro, infatti, che, se per “Società della Conoscenza” intendessimo esclusivamente un insieme più o meno vasto di individui che grazie ad una particolare dotazione tecnologia e ad una serie di tutele legislative, sono posti nella condizione di scambiarsi, come mai prima d’ora: informazioni, dati, saperi e sapienze, tale società non esprimerebbe l’esigenza di una soggetto dalla diversa predisposizione psichica. Una “Società della Conoscenza”, intesa come luogo di maggiore circolarità e disponibilità di saperi, avrebbe sì semplicemente bisogno di un individuo che possa utilizzare gli strumenti per accedere a queste informazioni e sappia come sfruttarli al meglio.

La “Società della Conoscenza” che concepiamo e che è intrisa nelle possibilità della rete, auspica invece un vero e proprio sovvertimento del rapporto che l’uomo contemporaneo intrattiene col sapere, e per questo avanza l’istanza di un necessario mutamento psicologico da parte dei suoi cittadini.

Per figuraci tale società dobbiamo evadere dall’idea di “luogo” che ci permea, e che possiamo sostanzialmente descrivere in due aree: quella del fuori-da-me, e quella del dentro-di-me, e spostarci in uno spazio terzo, che è poi lo spazio in cui la conoscenza prende forma e di cui la rete ha tutte le caratteristiche per essere l’incarnazione.

Compiendo una necessaria azione e-semplificatrice, pensiamo al computer, alla rete e ai suoi annessi, come all’ennesimo tentativo dell’uomo di spostare il patrimonio di informazioni in suo possesso dal dentro-di-sé al fuori-da-sé, con l’obiettivo di facilitarne la disponibilità, il recupero e l’utilizzo. Un tentativo che, per quanto non abbia conosciuto freni, essendo simbiotico alla stessa idea di evoluzione umana, registra fin dai suoi primi passi alcune importanti critiche su cui è necessario riflettere. È Platone (1998), nel suo Fedro, a metterci in guardia per primo. Quando il dio egizio Teuth si reca dal suo faraone per illustragli l’invenzione della scrittura, così la descrive: “O re, questa conoscenza renderà gli egiziani più sapienti e più dotati di memoria”. Ma il faraone gli risponde: “Tu credi di aver inventato qualcosa che aiuti la memoria, invece questa tua invenzione produrrà dimenticanza nelle anime di chi impara, proprio perché, fidandosi della scrittura, ricorderanno le cose dell’esterno, da segni alieni, e non dall’interno, da sé,” e poi conclude con una profezia che pare il ritratto della nostra post-modernità e in cui intravediamo il rischio di una “Società della Conoscenza” semplicemente intesa come luogo di parossistica circolazione delle informazioni: “Tu non offri verità agli allievi, ma una apparenza di sapienza; infatti, grazie a te, divenuti informati di molte cose senza insegnamento, sembreranno degli eruditi pur essendo per lo più ignoranti; sarà difficile stare insieme con loro, perché in opinione di sapienza invece che sapienti”.

Questo non significa, evidentemente, una demonizzazione della scrittura e degli innegabili vantaggi che ha recato all’umanità. Umberto Eco ci segnala, opportunamente, come l’esternalizzazione delle informazioni produce semplicemente un nuovo concetto di conoscenza che non si esprime più in “quante informazioni possiedo”, ma nella capacità di andare a cercare le informazioni che mi occorrono, ampliando evidentemente la possibilità di raccogliere dati essenziali.

Fare proprio il dubbio del re egizio ci offre però l’opportunità di osservare il fenomeno da un’altra angolazione, tanto più appropriata per quello straordinario strumento che è la rete, che rappresenta, o potrebbe rappresentare, un superamento delle critiche che Platone muoveva alla scrittura, quando l’accusava di non essere in grado di dialogare, né di sagomarsi all’anima a cui si rivolge per poter rispondere alle sue domande, accendendo così la scintilla della conoscenza. In verità, la rete, supera questo limite, almeno come possibilità, e dà l’opportunità di mettere in intima comunicazione, a partire da un oggetto di condivisione, l’autore e il lettore. Il problema è, semmai, come e con quali schemi mentali (e torniamo a bomba al nostro divario psicologico), queste due anime processano la loro relazione.

La questione è questa. Ogni allocazione di informazioni dal dentro-di-me al fuori-da-me produce, di fatto, un luogo il cui destino può essere almeno duplice: rimanere in quel territorio che afferisce al fuori-da-me, così come ci sembra corra il rischio la rete: una sorta di magazzino di dati più o meno vasto e facilmente accessibile; il luogo, per così dire, della potenza del sapere, proprio perché “sapere” non limitato nella raccolta, nell’usufrutto, nella velocità di accesso, etc. (qualità strettamente dipendenti dall’evoluzione tecnologica e libertaria di una società); oppure, ed è quello cui vorremmo auspicare parlando di una “Società della Conoscenza”, dare vita a quel luogo terzo che non è dentro-di-me e non è fuori-da-me.

Questa area, che non è dentro-di-me e non è fuori-da-me, è il luogo del potenziale, dell’ipotetico, di ciò che non è o non è stato, ma che può o avrebbe potuto essere. È quello spazio intermedio che Donald Winnicott (1974) indica tra il bambino e la madre in cui si va compiendo l’organizzazione dell’io e il soggetto neonato entra in rapporto con l’oggetto attraverso la sua ri-creazione simbolica con funzione sostitutiva al progressivo allontanamento dalla madre. È lo spazio meticcio della relazione che suggerisce Michel Serres (1992), in cui il Maestro e l’Allievo, il Bambino e la Madre, Io e l’Altro, (inteso come tutto ciò che non sono io) si abbandonano ad una danza le cui movenze sono dettate dalle singole esperienze di ogni proprio esterno e di ogni proprio interno, ma sospinti verso una soglia di cui entrambi ignorano la meta. È la terra di Terra di Hurqalya evocata da Henry Corbin (1979), un mundus imaginalis in cui ogni simbolo conserva e irradia la sua natura polisemica e i “sì” e i “no” delle cose convivono contemporaneamente sotto lo stesso sguardo. È il territorio, insomma, non dell’informazione, ma della trasformazione. È, appunto, quel luogo che Platone rivendica innalzando il primato dell’insegnamento orale sulla scrittura.

Avevo già dedicato alcune riflessioni a questa “Società della Conoscenza” nell’articolo “L’Arte Internet l’Altro”. Riportavo, allora, come al centro di una siddetta società vi debba essere, giocoforza, una congrua consapevolezza e capacità di determinare “condivisione di conoscenza”, intendendo per questa un interscambio di oggetti (fisici o astratti) tra due soggetti in relazione che siano in grado di andare oltre il semplice e meccanico peer-to-peer, ma si pongano, invece, pariteticamente e contemporaneamente come maestro e come allievo impegnati in uno sforzo ri-creativo, avendo entrambi interiorizzato quello spazio potenziale tra me e l’Altro quale elemento cardine nella costruzione mai finita della propria identità; avendo individuato l’Altro quale simile e al contempo diverso (altro da me), la cui ri-conoscenza determina la scoperta di quello iato, di quello spazio potenziale, in cui si avvicenda, colmandolo, la possibilità di creare, di trasformare e di trasformarsi, anzi di trans-formarsi<!–[if !supportFootnotes]–>. Una “condivisione di conoscenza” che, quindi, non si limita allo scambio dell’esistente ma, a partire dall’esistente, produce un nuovo oggetto di conoscenza.

Tale concetto di “condivisione della conoscenza” è qualcosa di più del semplice partecipare o mettere a disposizione di… è, invece e appunto, un atteggiamento mentale, quello che Winnicott (ibid.) indica quando parla di una “madre sufficientemente buona”, ossia una figura in grado di presentare il mondo (l’Altro da sé) al bambino (all’allievo) con creatività, mettendolo nella condizione di sperimentare l’onnipotenza soggettiva, mentre lo accompagna verso una condivisione meno egocentrica della realtà. Solo che nella “Società della Conoscenza” che auspichiamo, con tutte le approssimazioni del caso, ogni utente è al contempo madre e bambino dell’Altro e, insieme all’Altro, si dispone a condividere il gioco della libera ri-creazione del mondo.

Una disposizione estranea alle mitologie e ai paradigmi della nostra epoca, anzitutto per la forte concentrazione sull’io tipica del nostro tempo che ci fa diventare un po’ come quelle madri “non sufficientemente buone” che si dimostrano incapaci di giocare al gioco della libera ri-creazione del mondo e riescono a portare al bambino soltanto il mondo per come lo vedono loro, lasciandolo nella unica condizione di accondiscendere).

Il cittadino sufficientemente buono dell’ipotetica “Società della Conoscenza” è, invece, colui che è in grado di operare una sottrazione delle proprie proiezioni, affinché l’Altro non diventi la mera riproduzione delle sue forme interiori, dei suoi narcisismi, delle sue precomprensioni biografiche, o la ansiosa ricerca di questi. Il cittadino sufficientemente buono dell’ipotetica “Società della Conoscenza” è in grado di operare un decentramento da sé a favore di questo Altro, al quale apparteniamo più profondamente di quanto non si sappia o creda e a cui solo attraverso questo sforzo, in cui l’Io si sottrae, è possibile accedere (Mottana, 2002) dando forma a quello spazio potenziale in cui si genera la conoscenza.

Il questo senso, il divario psicologico che mi sembra si debba colmare, e su cui credo sia necessario lavorare, è direttamente proporzionale al disinvestimento pedagogico che coinvolge le società occidentali e che si manifesta nella totale assenza di un’educazione ai processi creativi che definiscono le modalità profonde con cui la conoscenza si produce e si diffonde, mentre si continua ad investire sull’idea di un mondo che, almeno in potenza, sembrerebbe in grado di sopravvivere di pura in-formazione, di conoscenze non ri-create ma trasmesse e supportate da una tecnologia -appunto- dell’informazione e dell’istruzione che, non a caso, tende a universalizzarsi attraverso la lotta (almeno dichiarata) al digital e al cultural divide.

La rete rappresenta, per ora, una grande opportunità che si dà nel più “grande spazio pubblico che la storia abbia mai conosciuto” (Rodotà, 2006): stringere un patto tra qualcuno che ha qualcosa da dire, mostrare, rappresentare, e qualcuno che cerca quella cosa, fatta in quel modo, detta così, in quel dato modo rappresentata, superando nei fatti, o comunque mettendo a repentaglio, il concetto di autorevolezza che ha dettato sin qui la distribuzione del sapere; superamento che non significa la deriva dell’incompetenza, bensì la possibilità per molti competenti, capaci, ma occulti o occultati dalle forme selettive di distribuzione dell’autorevolezza (mercati, censure, regimi, etc.), di trovare un luogo in cui la loro voce abbia risonanza, semplicemente stringendo, come insegnava Pier Paolo Pasolini (1990) in tempi non sospetti, un patto con il lettore: l’Altro -appunto- che mi è diverso e mi somiglia, il solo “[…] degno di ogni più scandalosa ricerca”.

Ma, per costruire una “Società della Conoscenza” è necessario non fermarsi a contemplare entusiasti questo scenario e, insieme alla sutura del digital e del cultural divide, iniziare a predisporre percorsi educativi e formativi in grado di guidare l’uomo contemporaneo a prendere possesso di quella complessità necessaria a penetrare e utilizzare la rete quale spazio potenziale dell’incontro ri-creativo con l’Altro.

Con il concetto di “psychological divide” intendiamo sottolineare che, per quanto si possa supporre una riorganizzazione in atto della conoscenza umana e dei suoi modelli (una sorta di lungo ponte che forse tra qualche decennio sapremo definire in maniera più adeguata), la rivoluzione che attraverso le tecnologie informatiche sta segnando l’agire umano, non ha ancora trovato piena corrispondenza in una eguale evoluzione psichica. Mentre il corpo dell’uomo contemporaneo è sempre più immerso in un ambiente di stimoli, informazioni, immagini, connessioni, comunicazioni che lo coinvolgono in uno spazio-tempo apparentemente senza soluzione di continuità, in cui oggetti e soggetti si danno tutti contemporaneamente sotto lo stesso sguardo; la sua psiche è ancora legata a quella razionalità meccanicistica che, dall’invenzione dell’alfabeto in poi, ha caratterizzato il suo cammino tecnologico e ancora permea il suo pensare. Per questo strumenti come il computer e la rete, che esemplificano la possibilità di un approccio complesso, rizomatico, non sequenziale e serendipico al sapere, faticano a imporre il loro vero primato evolutivo, mettendo in luce quell’area che abbiamo chiamato “psychological divide” e che tutti coinvolge in uno sguardo che troppo somiglia a quello con cui la regina dell’Amleto shakespeariano osserva il mondo e le sue cose: “Non vedete nulla, là?”, le chiede Amleto, e lei: “Proprio niente; eppure vedo tutto quello che c’è”.

La costruzione di una “Società della Conoscenza” deve necessariamente fare lo sforzo di guadare oltre questo “tutto quello che c’è”, educando ogni cittadino all’incontro con l’Altro nello spazio autentico di una conoscenza non disciplinata e generata da quel sapere che sta a monte d’ogni recinzione del sapere e ne è costitutivo: l’immaginazione creativa, potenza capace di miscelare la materia prima del dentro-di-me e del fuori-da-me e, al contempo, di generare, da questi e attraverso questi, nuova conoscenza; aculeo dei sensi in grado di trasformare qualsivoglia definizione del mondo e delle cose in una figura retorica che, mentre si allontana da ogni verità condivisa, né abbraccia un’altra, altre, più sottili e spesso più invisibili, ma non meno degne di essere osservate, gridate, reclamate.

È chiaro e evidente che un tale mutamento risponde ad una complessità di interventi che contemplano ma non si risolvono unicamente nella rete, nelle sue possibilità o nel superamento dei suoi limiti, ma coinvolgono la società tutta, in primo luogo nelle sue strutture educative che devono riequilibrare i processi dell’apprendimento affiancando al profilo del metodo scientifico un profilo, potremmo dire: “extrametodico della verità” che chiami in causa tutte quelle forme di accesso al sapere non governate dal regime della prova, ridimensionando radicalmente la visione ontologica della verità che ha dominato tutta l’età moderna (e che ancora è retaggio di un sentire più che comune) per modificare il sistema articolato per “trasmettere verità” che oggi ci travolge, in un sistema capace di “costruire conoscenza”.

La rete e le tecnologie annesse, esemplificano e promettono questa possibilità, ed è per questa ragione che il limitarsi ad un loro uso poco più che meccanico appare oggi non solo gnoseologicamente inconcepibile, ma forse anche moralmente eccepibile.

Massimo Silvano Galli





Lina Sotis  e Cristina Parodi  lo hanno capito da tempo: entrambe hanno scritto dei libri sul bon-ton che hanno avuto molto successo. L’argomento infatti non è affatto obsoleto, oggi le buone maniere sono diventate un’opportunità in più, una maniera per la persona di presentarsi agli altri, sul lavoro, nella società, in modo migliore, per farsi ascoltare ed accettare di più.  L’educazione stradale, il codice civile, gli insegnamenti dei genitori e dei nonni, le memorie scolastiche, tutte queste regole acquisite nel tempo concorrono a farci vivere il quotidiano in modo più civile ed educato a tavola, per strada, con il cellulare, nelle conversazione, con i figli, mentre sei con il cane. Il cellulare – l’Italia è il paese con il maggior numero di cellulari in Europa, questo deve indurre la persona a tenere un comportamento educato perché venga usato in modo poco invadente. Se il cellulare squilla sia in casa che fuori casa e siete in compagnia, rispondete ma interrompete la comunicazione al più presto o richiamate la persona. Se ricevete un sms leggetelo quando siete da soli. Nei luoghi chiusi come il cinema, la chiesa, la palestra, in ufficio, al ristorante, il cellulare va tenuto spento;  se aspettate una telefonata urgente, magari di lavoro, mentre siete al ristorante avvisate gli altri commensali e poi allontanatevi in un luogo appartato per parlare. Le suonerie sono sempre più rumorose ed imprevedibili: non lasciamoci tentare da  registrazioni private (come il pianto del proprio bambino) o dell’ultima hit di una cantante famoso: un suono tradizionale sarà sicuramente la soluzione migliore; tutte le suonerie vanno comunque tenute ad un volume basso oppure sostituite con la vibrazione. A tavola – quando sei ospite a pranzo ricordati che non devi sederti a tavola fino a che il padrone di casa non lo abbia fatto per primo. A tavola si sta seduti senza appoggiare i gomiti sul tavolo e con le mani bene in vista mentre i piedi stanno sotto la sedia. Non offrire cibo dal tuo piatto e non prenderlo da quello degli altri commensali. Le posate vanno usate per ordine quando sono molte, cominciando da quelle più esterne. Il pane non deve mai essere infilzato con la forchetta. Mela, pera e pesca vanno sbucciate con il coltello mentre la forchetta le tiene bloccate, uva e ciliegie non vanno tagliate; il caco va tagliato a metà e mangiato con il cucchiaio mentre il fico va tagliato in quattro e mangiato con la forchetta. Se siamo noi ad organizzare un pranzo sarebbe meglio non ripetere nei piatti gli stessi ingredienti (risotto alla salsiccia e salsiccia e polenta), servire il pesce prima della carne, servire le pietanze fredde con salse fredde e pietanze calde con salse calde. Il dolce va servito prima della frutta e il salato prima del dolce. Abbigliamento- l’abbigliamento deve essere attinente all’occasione alla quale si deve presenziare, sia in famiglia che sul lavoro o nella società. Un uomo non deve andare mai in città con i bermuda, indossare una camicia a mezze maniche sotto la giacca, avere la canottiera in vista sotto la camicia, indossare le calze con i sandali. Per lei sono da evitare gli strass e gioielli vistosi prima di sera, le griffe ostentate, le calze di nylon smagliate, stivali d’estate, gli abbinamenti troppo vistosi come le fantasie leopardate insieme ai colori forti. Espressioni quotidiane – “Salve” è un’espressione da non usare con conosciuti o sconosciuti. Alla domanda “Come sta?” non bisogna rispondere sinceramente, aggiungendo tutta la sfilza di analisi mediche in corso, ma con un tranquillo, anche se finto, “Bene, grazie”. Quando si partecipa ad una conversazione bisogna lasciare spazio all’altro di esprimere la propria opinione ma dal lato opposto bisogna sempre partecipare al dialogo senza fare lunghe pause o silenzi. Dove invece è di rigore il silenzio è durante una rappresentazione teatrale, un concerto o un film al cinema. Malumori, musi lunghi e lune storte non vanno mai esibite fuori dalle mura domestiche, in pubblico bisogna sempre essere sorridenti, allegri e sereni: se proprio non ci si riesce meglio starsene a casa. Inviti, regali – agli inviti va sempre data una risposta sia in positivo che in negativo, soprattutto se è richiesto, anche se si tratta di un semplice compleanno di un compagno di scuola. Non si fanno regali ai propri superiori, mentre alle maestre si fa solo un pensiero a fine anno. Non vanno mai regalati fazzoletti, spille od oggetti appuntiti, porta monete o portafogli senza aver aggiunto una moneta. Non si regalano mai fiori ad un uomo. Se sei stata invitata ad una cena non arrivare mai a mani vuote. A spasso con il cane – il cane va portato a passeggio senza srotolare tutto il guinzaglio per strada altrimenti  i passanti sono costretti a fare lo slalom per non finire a terra. I bisogni dei cani vanno sempre raccolti con gli appositi strumenti e gettati nel bidone della spazzatura o portati a casa. In città i cani vanno tenuti sempre al guinzaglio soprattutto se il cane è di grossa taglia e se ci sono bambini nelle vicinanze.  

I bambini – non sono esenti dalla buona educazione neanche i bambini e i ragazzi. Entrambi vanno spronati a salutare, a stare seduti composti a tavola, a non interrompere una conversazione, a rispondere alle domande che gli vengono rivolte, a ringraziare per i doni che gli vengono fatti. A loro volta i genitori non devono parlare dei loro pregi o difetti in pubblico, ne parlare di loro in terza persona se sono presenti.

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Da più voci si levano lamentele e sconcerto per il modo in cui oggi la Giustizia italiana non assicura più la certezza della pena.
Secondo gli ultimi dati del Ministero della Giustizia, chi entra in carcere per omicidio, ci rimane in media soltanto 2.792 giorni, ossia 7 anni e mezzo.

Un noto giudice, con i codici alla mano, ha calcolato che è più rapido e meno costoso uccidere il proprio coniuge, che intentare una causa di separazione. Basti pensare che per un sequesrto di persona, la pena media è di 2.852 giorni (vale a dire due mesi in più dell’omicidio) per rendersi conto del paradosso!

I colpevoli di molti efferati omicidi che hanno scosso l’opinione pubblica, sono già tornati liberi dopo aver scontato soltanto pochi anni di prigione. La pena per chi viene condannato per violenza sessuale (danno incalcolabile alla persona) è di 780 giorni. Da altri dati forniti dall’amministrazione penitenziaria, emerge che su 90 mila persone entrate in carcere nel 2005, soltanto 4 mila detenuti nell’estate del 2007 ‘risiedevano’ ancora in prigione.

In poco più di due anni, 76 mila detenuti erano usciti per provvedimenti di scarcerazione o per aver beneficiato di misure alternative, mentre altri 10 mila avevano beneficiato dell’indulto. Molto spesso oggi si verificano casi di giustizia negata. Tutti noi (a maggior ragione le vittime e i loro parenti) reclamiamo una giustizia che ci tuteli maggiormente.

C’è sfiducia e rifiuto in qualsiasi cittadino che voglia credere in un sistema giudiziario capace di assicurare diritto e verità. Per quanto riguarda la violenza sulle donne, le statistiche dicono che soltanto nei primi mesi del 2007 ci sono stati 62 omicidi, 141 tentati omicidi, 1.085 violenze sessuali e 10.383 sono state vittime di lesioni.

I premi erano nati inizialmente per rendere la pena più umana ma si sono rivelati una beffa per le vittime e per le loro famiglie.

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Si sente sempre più parlare di violenza fisica, sessuale, morale, ma non si parla mai di una violenza altrettanto diffusa e lesiva quale la violenza economica. E’ questa una violenza difficilmente riconoscibile e poco denunciata. Essa si realizza con il controllo-potere esercitato su una persona attraverso il denaro.

Nella convivenza tra due partners, la violenza economica viene esercitata in diversi modi, quasi sempre nel nome “dell’amore e della fiducia” dell’uno nei confronti dell’altro con comportamenti scorretti (che nulla hanno a che vedere con l’amore) e lesivi, non soltanto dal punto di vista economico, ma soprattutto per la propria dignità e intelligenza.

La violenza economica di un partner nei confronti dell’altro si esercita con la sottomissione economica. Molte donne, con la nascita di un figlio, abbandonano su “consiglio” del partner oppure spontaneamente la loro professione, per occuparsi a tempo pieno della famiglia, rinunciando così alla propria autonomia economica. Non c’è nulla di male nel fare questo, ma bisognerebbe cautelarsi accendendo ad esempio una polizza pensionistica o altro.

Come si fa a riconoscere la violenza economica? Nei casi di separazione, si verifica spesso con la mancata corresponsione dell’assegno di mantenimento nei confronti dei figli e del coniuge (di solito è la donna), da parte del marito condannato al pagamento (inadempienza agli obblighi di mantenimento). Molte volte l’inadempienza si verifica per ‘ripicca’ nei confronti dell’altro coniuge. “Non ti dò i soldi..”, penalizzando in tal modo il benessere dei figli.

In una convivenza o matrimonio basato sulla fiducia oltre che sull’amore, non sempre si vuole vedere e accettare, dopo anni e anni vissuti insieme ad una persona, la verità, nemmeno quando ci si presenta vivida davanti agli occhi. Molte donne, per pigrizia, delegano al partner la gestione del patrimonio familiare. Ora ti elencherò alcune di queste forme di maltrattamento..:

* Con il tuo partner hai un conto corrente insieme con firma disgiunta ma..lui si occupa in via esclusiva della gestione dello stesso.

* Non ti mette al corrente a quanto ammonta l’entrata in familgia.

* Ti riconosce un mensile ed esercita lui il controllo di gestione del patrimonio familiare.

* Ti dà soltanto una piccola somma settimanale o quotidiana per fare la spesa.

* Si occupa lui personalmente di acquistare ciò che occorre a te e ai vostri figli.

* Non fa nemmeno la spesa e ti nega persino il denaro per le cure e per comprare le medicine!

* Ti costringe o convince a firmare documenti che poi si rivelano essere mutui, ipoteche e quant’altro.

* Ti fa firmare assegni scoperti.

* Ti fa fare da prestanome.

* Dilapida il tuo patrimonio.

* Dilapida il patrimonio familiare a tua insaputa.

* Ti fa mangiare una sola volta al giorno o dietro ricatto sessuale.

* Ti svuota il c/c in previsione della separazione.

* Altro…

La violenza economica nei confronti di chi la subisce, viene esercitata anche da chi, anzichè sanzionarla, la tollera.

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L’amore finisce, ma c’è chi non accetta l’abbandono e non si dà pace.
L’ex innamorato diventa un’ossessione: telefonate, sms, e-mail, murales o graffiti, regali non graditi, visite a sorpresa sotto casa o sul posto di lavoro, fino ai casi estremi di pedinamenti, appostamenti, auto distrutte, minacce di violenza, violazione di domicilio, aggressioni fisiche o sessuali, tentato omicidio e omicidio. L’ultima moda sono gli investigatori privati, reclutati per avere foto e filmati da mostrare poi ad amici, parenti e conoscenti.

In Italia la violenza è la prima causa di morte per le Donne di età tra i 15 e i 45 anni.

Sto parlando dello Stalking, ossia sindrome del molestatore assillante o inseguimento ossessivo.
Il problema è in ascesa, è molto grave e sottovalutato dalla legge italiana, in quanto purtroppo costituisce la base e la preparazione per la maggior parte degli omicidi premeditati. Tutte queste molestie persecutorie sono difficili da denunciare perchè lo Stalking nel nostro Paese non è ancora considerato un reato.
In America da diversi anni oramai, oltre alle leggi anti-stalking, anche la cinematografia si occupa di questo grave problema sociale. Tanto per citare qualche esempio, chi di noi non ricorda il film di Micheal Douglas “Attrazione fatale” o quello di Julia Roberts “A letto con il nemico”?

In questi ultimi anni anche in Italia tale fenomeno è studiato da psichiatri e criminologi, ma non è un argomento che riguarda soltanto la scienza perchè riguarda tutti noi. Non possiamo più chiudere gli occhi e fingere che non esista. Un italiano su cinque è vittima dello Stalker, ma solo il 17% trova il coraggio di denunciarlo, per paura di peggiorare la situazione o di non essere creduto.

Lo Stalker (molestatore assillante) può essere una donna affettivamente dipendente, ma le statistiche assicurano che nella maggior parte dei casi (87%) è un uomo, tra i 35 e i 40 anni. Si tratta per lo più di persona conosciuta: partner ed ex partner. Ma anche colleghi di lavoro, amici, vicini di casa che vogliono stabilire una relazione o esercitare un controllo sulla vittima.
Gli Stalkers sono persone “normali” e abili manipolatori, difficilmente commettono degli errori perché sanno come muoversi e sfruttare a loro vantaggio i vuoti delle leggi.

Le conseguenze per le loro vittime possono essere devastanti: il 20% manifesta tendenze suicide, il 45% finisce con l’abusare di tranquillanti o alcol, il 70% ha problemi psico-relazionali. Più la vittima ha paura del suo Stalker, più egli si sente motivato a perseguitarla.

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