Marzo 2006
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Mar, 14 Mar 2006
Scritto da Federix in
Scienza
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Perchè il cielo è blu ? Rispondiamo a questa domanda grazie a Google.
La luce visibile di color bianco proveniente dal Sole è composta dalla sovrapposizione di onde elettromagnetiche di diverse lunghezza d’onda che variano dai 380 nm [1 nanometro (nm) = 1 milionesimo di millimetro] della radiazione che percepiamo come violetta, fino ai 720 nm della radiazione che ci appare rossa, passando per il blu, verde, giallo, arancio.
Una volta raggiunta la Terra, un raggio solare interagisce con l’atmosfera. Quest’ultima è composta per il 78% da azoto e per il 21 % da ossigeno. Sono anche presenti altri gas come argon, acqua (in forma di vapore, goccioline e cristalli di ghiaccio) e particelle solide (polveri, ceneri dai vulcani e sale dal mare).
Le particelle di polvere e le goccioline d’acqua sono molto più grandi della lunghezza d’onda della luce visibile: in questo caso la luce viene riflessa in tutte le direzioni allo stesso modo, indipendentemente dalla propria lunghezza d’onda.
Le molecole di gas hanno dimensioni minori e la luce si comporta in maniera diversa a seconda della sua lunghezza d’onda. La luce rossa ha una lunghezza d’onda maggiore e tende ad attraversare le particelle più piccole; questa luce, dunque, interagisce molto debolmente con l’atmosfera e prosegue la sua propagazione rettilinea lungo la direzione iniziale. Al contrario, la luce blu ha una lunghezza d’onda minore e viene rifratta e riflessa in tutte le direzioni
Questa diffusione differenziale dipendente dalla lunghezza d’onda è chiamata, in inglese, Rayleigh scattering (da Lord John Rayleigh, il fisico inglese che per primo la descrisse nella seconda metà dell’Ottocento).
Più precisamente, la quantità di luce diffusa è inversamente proporzionale alla quarta potenza della lunghezza d’onda. Ne consegue che la luce blu è più diffusa più di quella rossa e quindi noi vediamo il blu e non gli altri colori..
Approfondimento sul Colore Blu
Il blu è uno dei colori dello spettro che l’uomo riesce a vedere. È uno dei tre colori primari, insieme al giallo ed al rosso. Ha la lunghezza d’onda più breve tra tutti i colori (circa 470 nanometri).
Il blu è un colore comune. È il colore del cielo e di una grande quantità d’acqua. Il cielo appare blu perché le molecole di gas che compongono l’atmosfera tendono a riflettere solo la luce blu che ha lunghezza d’onda minore, mentre le lunghezze d’onda maggiori tendono a passare oltre senza essere riflesse. L’acqua appare blu perché la luce rossa è assorbita da essa.
Il blu è spesso usato come colore dei reali, infatti si dice di “sangue blu” per indicare una persona di alto rango. Questo è il motivo per il quale viene spesso usato nelle uniformi ufficiali, come per le uniformi dei poliziotti.
Uso, simbolismo ed espressioni verbali
“essere blu dalla paura” indica una persona che è molto spaventata
“avere il sangue blu” indica una persona aristocratica, nobile, di famiglia reale
il blu è associato tradizionalmente con i ragazzi, mentre il rosa con le ragazze
in medicina il blu è usato per indicare le vene che portano il sangue, dopo essere stato privato dell’ossigeno, verso il cuore
“la schermata blu della morte” è conosciuta dagli utenti del sistema operativo windows come il blocco totale del sistema
l’azzurro o blu chiaro è il colore nazionale dell’Italia
In Star Trek il personale medico e scientifico veste uniformi blu
Uso nella pittura
Tradizionalmente il blu è stato considerato come un colore primario nella pittura, con l’arancione come secondario e suo complemento; ma in realtà questo non è corretto nella moderna teoria dei colori. Poiché la miscelazione dei pigmenti è un processo sottrattivo, si ha che i reali colori primari nella pittura sono il ciano, il magenta ed il giallo (spesso viene aggiunto anche il nero per ragioni pratiche).
Tratto da: http://it.wikipedia.org/wiki/Blu
Lun, 13 Mar 2006
Scritto da Federix in
Psicologia
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L’ aerofobia o paura di volare si manifesta in soggetti che soffrono alla sola idea di dover prendere un aereo e impedisce alle persone di prendere l’aeromobile oppure di effettuare un viaggio in tutta tranquillità. Chi è aerofobico prende l’aereo solo in casi di estrema necessità, poiché tende ad evitare accuratamente di volare.
Alla base dell’aerofobia vi è una paura costante e incontrollabile legata a tutto ciò che ha a che fare con il prendere un aereo. Questa paura può essere accompagnata da ansia , attacchi di panico, agorafobia ( paura dei luoghi affollati) , claustrofobia ( paura degli spazi chiusi) ,eccessiva sudorazione, accellerazione del battito cardiaco, eccessiva tensione muscolare, manifestazioni di irrequietezza e di disagio.
La paura di volare colpisce la gente comune senza distinzione di età, professione o ceto sociale e mina la fiducia di chi ne è affetto, poiché ne limita la libertà personale. L’aerofobico non può visitare i paesi esotici che ha sempre sognato, e soprattutto non può accettare un lavoro che prevede frequenti viaggi in aereo.
La paura di volare può insorgere anche in soggetti che hanno già volato.Le fasi di decollo e di atterraggio sono le più critiche per chi ha paura di volare, che teme anche le turbolenze i temporali e le raffiche di vento che possono destabilizzare l’aereo.
L’aerofobico vive l’aereo come un oggetto estraneo da cui difendersi , poiché vive in una situazione che non può controllare. Ad esempio chi soffre di claustrofobia ha paura di dover stare seduto in uno spazio piccolo con i finestrini sigillati, mentre chi è soffre di attacchi di panico ha paura che l’aereo precipiti oppure ha paura di sentirsi male davanti agli altri passeggeri.
La maggiore fonte di paura non è tanto prendere l’aereo, ma il non avere più i piedi sulla terra ferma. Questo “distacco” viene vissuto da alcune persone come l’essere in balia degli eventi, non poter più controllare la situazione, affidare la propria vita ad altri. L’aerofobico è preda di fantasie negative che riguardano la possibilità di un incidente aereo e l’incontrollabilità dell’evento.
Pertanto l’areofobia non insorge solo a causa della paura dei vuoti d’aria o delle turbolenze atmosferiche, ma è riconducibile alla storia personale dell’individuo, alla sua capacità di affrontare le relazioni interpersonali, al grado di autonomia personale, alla fiducia che ripone in sé e negli altri.
Dall’aerofobia si può guarire solo con l’aiuto di uno psicologo, che aiuterà la persona a focalizzare la vera origine del disagio e a gestirla.
Dott.ssa Caraccio Elena
http://www.psichehelp.com/
caraccio@psichehelp.com

Lun, 13 Mar 2006
Scritto da Federix in
Psicologia
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Per molto tempo, medici, psichiatri, psicologi hanno dato poca importanza agli abusi subiti dai bambini, come se fosse un tabù riconoscerne l’esistenza. Fino a cinquanta, sessant’anni fa era normale ad esempio che il bambino fosse oggetto di pene corporali anche pesanti a scopo “educativo”.
Nel 1929 al XIX Congresso di Medicina Legale due medici francesi presentarono un lavoro sulle sevizie a danno dei bambini ma per lunghi anni la negazione del problema ha portato a trovare pseudo-risposte razionali e scientifiche al riguardo come quella del dott. R. Astley (1953) che dopo aver visitato parecchi bambini, che venivano ricoverati in ospedale per fratture al cranio e/o agli arti, giungeva alla conclusione di una “fragilità ossea” dei pazienti senza interrogarsi sulle reali cause del danno fisico.
Con la scoperta dei raggi X, nel 1962 tre ricercatori Rezza, Silverman e Kempe dopo aver studiato molti bambini con traumi cranici, frattura degli arti, emorragie o piaghe, giungono alla definizione della “sindrome del bambino maltrattato”.
Alcune ricerche condotte da medici hanno studiato gli aspetti evidenti dell’abuso come il maltrattamento fisico, mentre è stata focalizzata l’attenzione sull’aspetto psicologico solo quando si è considerata l’infanzia una vera e propria fase evolutiva, A questo proposito, Il contributo della psicoanalisi è stato utile, poiché ha posto l’accento sull’età evolutiva come il periodo in cui si pongono le basi per lo strutturarsi di una personalità sana o patologica.
Il contributo psicanalitico si é perciò incentrato sulla relazione primaria madre-bambino, sulla funzione dell’ambiente umano che sostiene e favorisce lo sviluppo e sul valore del trauma, nelle sue componenti psicologiche e fisiche, nell’ostacolare, deviare o deformare lo sviluppo stesso.
Una volta che è stata riconosciuta sia la dimensione fisica che la dimensione psicologica dell’abuso sui minori si è proceduto ad una classificazione della tipologia di violenza sui bambini:
1) maltrattamento fisico e psicologico, 2) abuso sessuale, 3) prostituzione, 4) sfruttamento del minore per materiale pornografico, 5) incuria , 6) abbandono del minore, 7) infanticidio. In questa sede si approfondirà il discorso dell’abuso sessuale. .
In generale si può definire abuso sessuale ogni relazione tra adulto e bambino, all’interno della quale un atto sessuale viene imposto al minore. L’influenza dei aspetti sociali, culturali ed economici é secondaria nella genesi dei comportamenti abusanti, che risultano diffusi in ogni classe sociale.
Quando nelle relazioni a carattere sessuale sono coinvolti gli adolescenti, i confini entro i quali definire l’abuso sessuale si fanno più confusi. E’ infatti impossibile e sempre arbitrario definire il momento in cui l’adolescente raggiunge la capacità di acconsentire liberamente e pienamente alla relazione sessuale.
Oltre l’età, la definizione di abuso sessuale prevede la valutazione di altri parametri come, per esempio, la questione se l’abuso è stato perpetrato all’interno o all’esterno della cerchia famigliare , per quanto tempo sono perdurati gli episodi abusanti, se sia stato commesso da coetanei o adulti,
Il coinvolgimento di un minore in una relazione sessuale, infatti, si basa spesso su una posizione di potere e dominio da parte dell’adulto. L’esperienza clinica ha ampiamente evidenziato che chi aggredisce i bambini cerca, attraverso comportamenti sessuali, di soddisfare bisogni che hanno a che fare con la ricerca di sensazioni di potere, controllo e dominio.
Le conseguenze a breve e lungo termine dell’abuso sessuale sono comunque gravi e serie, dal punto di vista psicopatologico, tali da produrre una ferita psicologica interna che difficilmente riesce a cicatrizzarsi.
In particolare le violenze sessuali possono evolvere nella forma di sindromi post-traumatiche (PTSD), o in quadri psicopatologici più complessi del tipo:
§ deformazioni dello sviluppo psicoaffettivo dell’immagine del Sé e del senso dell’autostima;
§ patologie psicosomatiche;
§ patologie del comportamento sessuale;
§ patologie del comportamento, dell’adattamento e della vita di relazione;
§ disturbi del comportamento alimentare;
§ gravi disturbi della personalità.
Bisogna fare molta attenzione nel diagnosticare l’esistenza di un abuso in un bambino poiché i sintomi manifestati e le condotte sono sempre aspecifiche, anche se vi sono dei fattori che caratterizzano le condotte del bambino :
1) in età prescolare : disturbi del sonno, irritabilità, disturbi alimentari, alterazioni del livello di attività, aggressività, iperattività;
2) in età scolare : malattie fisiche(dolori addominali e del tratto gastroenterico, cefalea), disturbi del sonno, disturbi alimentari, problemi scolastici, comportamenti fobici (sitofobia ecc.) ed avversione o diffidenza verso certe persone, , isolamento dalle comuni attività svolte e dalla vita sociale, eccessiva o scarsa igiene, comportamenti regressivi, condotte compiacenti e remissive, riduzione autostima o sfiducia verso l’adulto, depressione/Ansia (come arresto brusco delle attività di gioco con tristezza, disagio ed ansia), crisi acute di pianto, disturbi della condotta( fughe, atti delinquenziali o prostituzione), comportamenti ostili, aggressivi o autodistruttivi, abuso di sostanze psicotrope, attività sessuale promiscua o gravidanze precoci, tentativi di suicidio.
Dott.ssa Caraccio Elena
http://www.psichehelp.com/
caraccio@psichehelp.com

Lun, 13 Mar 2006
Scritto da Federix in
Psicologia
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Nel IV secolo a.c., Ippocrate fu il primo studioso a dare una descrizione clinica della depressione definendola “melancolia” (dal greco melas = nero e chole’ = bile), poichè pensava che la “bile nera” avvelenasse la mente e l’anima.
La depressione ondeggia tra normalità e patologia: ogni cambiamento è perdita di qualche cosa di conosciuto e avventura nell’ignoto e, quindi comporta sentimenti di depressione per la perdita ,e vissuti di ansia verso l’ignoto.
Vivere significa affrontare continuamente cambiamenti e quindi è sempre presente il rischio di passare dalla depressione fisiologica alla depressione patologica. Quando però i sintomi depressivi non hanno un evento scatenante o persistono per troppo tempo, oppure quando impediscono di vivere serenamente allora si entra nella patologia.
Generalmente chi soffre di questo disturbo mostra un umore depresso, una marcata tristezza quasi quotidiana e non riesce più a provare lo stesso piacere nelle attività che prima prediligeva. I soggetti depressi hanno pensieri negativi circa il proprio futuro e la realtà che li circonda, e manifestano molte difficoltà nell’affrontare la vita di ogni giorno.
Pertanto, questa patologia coinvolge diverse manifestazioni dell’attività mentale quali l’umore, la psicomotricità, il pensiero e gli istinti. Sono presenti inoltre sintomi neurovegetativi concernenti la libido, il sonno e l’appetito, nonché alterazioni dei ritmi sonno – veglia.
In particolare, i sintomi che vengono utilizzati per la diagnosticare la depressione sono:
§ alterazione dell’umore: tristezza, solitudine, apatia;
§ concetto negativo di se’ con autorimproveri e autoaccuse;
§ desideri autopunitivi e regressivi( desiderio di morte, di nascondersi, di fuga);
§ alterazioni vegetative: alimentazione anomala (aumento o perdita di peso), insonnia, ipersonnia, risveglio precoce, calo della libido ;
§ comportamento psicomotorio rallentato o agitato;
§ sento di tensione, diminuzione di forze, vertigini, ipotensione, dispnea, stipsi, colite, perdita di appetito, perdita di peso, senso di freddo, cardiopalmo, dolori diffusi.
Recentemente, l’Organizzazione Mondiale della Sanita’ ha segnalato che il 10 % circa degli uomini e il 25 % delle donne soffrono di depressione.
Quindi, si deve tenere presente che la depressione: a) può colpire tutte le fasce di eta’, indipendentemente dalla categoria socioculturale di appartenenza, b) e’ la patologia psichiatrica più diffusa tra la popolazione, c) e’ la quarta patologia in assoluto per incidenza statistica in Italia (incluse le patologie organiche),d) causa il 70-80 % dei suicidi.
La depressione deve essere considerata una malattia vera e propria, causata da disturbi chimici del cervello, che sono ereditati e/o causati da stress. La gravità di questa patologia dipende dal numero di sintomi, dalla loro intensità, e dall’impatto che hanno sulla salute mentale e fisica di una persona.
Dalla depressione si può guarire grazie a diverse componenti:
a) l’intervento di uno psichiatra a cui spetta l’indicazione della terapia farmacologica da seguire;
b) il sostegno di uno psicologo, che deve analizzare insieme al paziente le cause della depressione;
c) la comprensione dei familiari che devono sostenere psicologicamente la persona depressa.
Nei casi di pazienti molto depressi ,si ricorre ai farmaci antidepressivi, che offrono un’alta probabilità di guarigione. Infatti, la depressione comincia a migliorare generalmente dopo alcune settimane di terapia coi farmaci antidepressivi, e generalmente scompare dopo alcuni mesi o anche prima. Dopo la scomparsa dei sintomi, la terapia antidepressiva deve essere continuata per un ulteriore periodo, per prevenire una ricaduta. A volte, specialmente nelle depressioni più gravi e ripetute, può essere necessario modificare la prima terapia per ottenere risultati migliori.
Poiché ,esistono molti tipi di depressione, la cura farmacologica non è standard per ogni paziente, ma viene personalizzata. Pertanto, non è raro dovere cambiare la terapia dopo alcune settimane se non si osserva una risposta, a causa della diversità clinica e biochimica d’ogni persona.
È molto importante che la persona depressa si rivolga ad uno psicologo, perché quando si ha questa patologia tutto appare negativo, privo di valore, doloroso, non c’è più futuro, non si ha fiducia in sé. Lo psicologo e il paziente cercano di analizzare e cambiare questa visione pessimistica che distorce la percezione reale del mondo circostante. Inoltre,s i cerca di indagare e di capire le cause che hanno scatenato questa patologia.
Infine, la famiglia e le persone care dovrebbero stare vicino alla persona depressa con tutto il sostegno, l’affetto e il calore morale necessari al conforto di una così grande sofferenza.
Concludendo mi sembra appropriato citare lo scrittore contemporaneo Paulo Coelho, che ha vissuto tre anni in un manicomio, e che ci trasmette come l’esperienza depressiva, anche quella più cupa e più folle, può comunque essere un’occasione di crescita:
˝….Il miracoloso dono della serenità può essere conquistato sempre in qualsiasi luogo, anche in quelli apparentemente più improbabili e anche nelle situazioni più tristi.
E, se non tutto, almeno un po’ ˝.
Dott.ssa Caraccio Elena
http://www.psichehelp.com/
caraccio@psichehelp.com
