marzo 2008


Pubblichiamo l’intervento di Massimo Silvano Galli al convegno “Innovation Forum” tenutosi sabato 15 marzo a Milano, presso la sala del Consiglio della Provincia a Palazzo Isimbardi.

L’entusiasmo con cui, soprattutto negli ultimi anni, gli addetti e i cadetti della rete e delle nuove tecnologie, con l’aiuto dei mass-media e della imperante “teologia delle tecnoscienze”, hanno disegnato l’avvento della cosiddetta “Società della Conoscenza”, per quanto giustificato dalle reali opportunità di cui tale ipotetica società è -o sarebbe- depositaria, ha, tuttavia, costituito un freno all’analisi più profonda che necessariamente comporta ipotizzare una siffatta società e, a maggior ragione, esigono le azioni necessarie al suo concretarsi.

Tali, non oso dire superficiali ma, quantomeno, ergonomici entusiasmi, sembrano unilateralmente concentrati a superare due annose questioni che sole paiono frapporsi tra le potenzialità delle nuove tecnologie e il loro effettivo usufrutto, questioni che prendono il nome di “digital divide” e “cultural divide”, intendendo, con il primo, quel divario esistente in termini di possibilità tecnologiche di utilizzo della rete, che vanno dal non possedere fisicamente un Pc o il software necessario, al non essere raggiunti da DSL o simili; e, con il secondo, quel divario che va dall’ignorare le potenzialità/possibilità della rete, al non possedere gli strumenti conoscitivi per utilizzarla in parte o in tutte le sue opportunità. Due categorie che paiono distinte (per quanto, separatamente o insieme, collaborino al medesimo risultato) ma che, in verità, afferiscono ad un unico paradigma tecnocentrato.

Dando per adeguato, il primato tecnologico che delimita il concetto di “digital divide”, non possiamo -credo- rimanere indifferenti quando il medesimo primato soverchia il concetto di “cultural divide”, riducendo radicalmente i confini stessi della nozione di cultura che finisce per assumere, appunto, un piega strumentale alle esigenze tecnopratiche, ignorando tutte le implicazioni che, ad esempio, fanno della cultura il più vistoso oggetto di quella epistemologia della complessità con cui pure la rete deve non solo fare i conti, ma anche sostenere adeguatamente la concreta esemplificazione che della complessità rappresenta.

Gli strumenti, anche gli strumenti della conoscenza prettamente tecnica e pragmatica, sono, infatti, la premessa affinché una “Società della Conoscenza” sia possibile, ma perché tale società si reifichi, senza ridursi ad una “Società dell’Informazione” o, al massimo della scienza (ossia di una conoscenza troppo spesso mutilata da quel prefisso con- che sta a indicare unione, partecipazione, simultaneità), e cogliendo davvero e fino in fondo le sue opportunità, è necessario annullare, insieme al divario digitale e culturale, quel divario direi “psicologico” oltre il quale solo si può affacciare una non millantata “Società della Conoscenza”.

Questo divario, che il dibattito sulla rete pare disconoscere o non cogliere come merita, e che chiameremo, per stare in sintonia: “psychological divide”, ha a che fare con un’umanità ben più vasta, sia di quelli che subiscono il “digital divide”, sia di quelli che soccombono al “cultural divide”, e nemmeno esclude coloro che non appartengono a nessuna delle due categorie ma, anzi, paiono sfruttare la rete in (quasi) tutta la sua potenza.

Prima di profilare questo divario psicologico è bene tuttavia soffermarci sull’idea di “Società della Conoscenza” da cui emerge. È chiaro, infatti, che, se per “Società della Conoscenza” intendessimo esclusivamente un insieme più o meno vasto di individui che grazie ad una particolare dotazione tecnologia e ad una serie di tutele legislative, sono posti nella condizione di scambiarsi, come mai prima d’ora: informazioni, dati, saperi e sapienze, tale società non esprimerebbe l’esigenza di una soggetto dalla diversa predisposizione psichica. Una “Società della Conoscenza”, intesa come luogo di maggiore circolarità e disponibilità di saperi, avrebbe sì semplicemente bisogno di un individuo che possa utilizzare gli strumenti per accedere a queste informazioni e sappia come sfruttarli al meglio.

La “Società della Conoscenza” che concepiamo e che è intrisa nelle possibilità della rete, auspica invece un vero e proprio sovvertimento del rapporto che l’uomo contemporaneo intrattiene col sapere, e per questo avanza l’istanza di un necessario mutamento psicologico da parte dei suoi cittadini.

Per figuraci tale società dobbiamo evadere dall’idea di “luogo” che ci permea, e che possiamo sostanzialmente descrivere in due aree: quella del fuori-da-me, e quella del dentro-di-me, e spostarci in uno spazio terzo, che è poi lo spazio in cui la conoscenza prende forma e di cui la rete ha tutte le caratteristiche per essere l’incarnazione.

Compiendo una necessaria azione e-semplificatrice, pensiamo al computer, alla rete e ai suoi annessi, come all’ennesimo tentativo dell’uomo di spostare il patrimonio di informazioni in suo possesso dal dentro-di-sé al fuori-da-sé, con l’obiettivo di facilitarne la disponibilità, il recupero e l’utilizzo. Un tentativo che, per quanto non abbia conosciuto freni, essendo simbiotico alla stessa idea di evoluzione umana, registra fin dai suoi primi passi alcune importanti critiche su cui è necessario riflettere. È Platone (1998), nel suo Fedro, a metterci in guardia per primo. Quando il dio egizio Teuth si reca dal suo faraone per illustragli l’invenzione della scrittura, così la descrive: “O re, questa conoscenza renderà gli egiziani più sapienti e più dotati di memoria”. Ma il faraone gli risponde: “Tu credi di aver inventato qualcosa che aiuti la memoria, invece questa tua invenzione produrrà dimenticanza nelle anime di chi impara, proprio perché, fidandosi della scrittura, ricorderanno le cose dell’esterno, da segni alieni, e non dall’interno, da sé,” e poi conclude con una profezia che pare il ritratto della nostra post-modernità e in cui intravediamo il rischio di una “Società della Conoscenza” semplicemente intesa come luogo di parossistica circolazione delle informazioni: “Tu non offri verità agli allievi, ma una apparenza di sapienza; infatti, grazie a te, divenuti informati di molte cose senza insegnamento, sembreranno degli eruditi pur essendo per lo più ignoranti; sarà difficile stare insieme con loro, perché in opinione di sapienza invece che sapienti”.

Questo non significa, evidentemente, una demonizzazione della scrittura e degli innegabili vantaggi che ha recato all’umanità. Umberto Eco ci segnala, opportunamente, come l’esternalizzazione delle informazioni produce semplicemente un nuovo concetto di conoscenza che non si esprime più in “quante informazioni possiedo”, ma nella capacità di andare a cercare le informazioni che mi occorrono, ampliando evidentemente la possibilità di raccogliere dati essenziali.

Fare proprio il dubbio del re egizio ci offre però l’opportunità di osservare il fenomeno da un’altra angolazione, tanto più appropriata per quello straordinario strumento che è la rete, che rappresenta, o potrebbe rappresentare, un superamento delle critiche che Platone muoveva alla scrittura, quando l’accusava di non essere in grado di dialogare, né di sagomarsi all’anima a cui si rivolge per poter rispondere alle sue domande, accendendo così la scintilla della conoscenza. In verità, la rete, supera questo limite, almeno come possibilità, e dà l’opportunità di mettere in intima comunicazione, a partire da un oggetto di condivisione, l’autore e il lettore. Il problema è, semmai, come e con quali schemi mentali (e torniamo a bomba al nostro divario psicologico), queste due anime processano la loro relazione.

La questione è questa. Ogni allocazione di informazioni dal dentro-di-me al fuori-da-me produce, di fatto, un luogo il cui destino può essere almeno duplice: rimanere in quel territorio che afferisce al fuori-da-me, così come ci sembra corra il rischio la rete: una sorta di magazzino di dati più o meno vasto e facilmente accessibile; il luogo, per così dire, della potenza del sapere, proprio perché “sapere” non limitato nella raccolta, nell’usufrutto, nella velocità di accesso, etc. (qualità strettamente dipendenti dall’evoluzione tecnologica e libertaria di una società); oppure, ed è quello cui vorremmo auspicare parlando di una “Società della Conoscenza”, dare vita a quel luogo terzo che non è dentro-di-me e non è fuori-da-me.

Questa area, che non è dentro-di-me e non è fuori-da-me, è il luogo del potenziale, dell’ipotetico, di ciò che non è o non è stato, ma che può o avrebbe potuto essere. È quello spazio intermedio che Donald Winnicott (1974) indica tra il bambino e la madre in cui si va compiendo l’organizzazione dell’io e il soggetto neonato entra in rapporto con l’oggetto attraverso la sua ri-creazione simbolica con funzione sostitutiva al progressivo allontanamento dalla madre. È lo spazio meticcio della relazione che suggerisce Michel Serres (1992), in cui il Maestro e l’Allievo, il Bambino e la Madre, Io e l’Altro, (inteso come tutto ciò che non sono io) si abbandonano ad una danza le cui movenze sono dettate dalle singole esperienze di ogni proprio esterno e di ogni proprio interno, ma sospinti verso una soglia di cui entrambi ignorano la meta. È la terra di Terra di Hurqalya evocata da Henry Corbin (1979), un mundus imaginalis in cui ogni simbolo conserva e irradia la sua natura polisemica e i “sì” e i “no” delle cose convivono contemporaneamente sotto lo stesso sguardo. È il territorio, insomma, non dell’informazione, ma della trasformazione. È, appunto, quel luogo che Platone rivendica innalzando il primato dell’insegnamento orale sulla scrittura.

Avevo già dedicato alcune riflessioni a questa “Società della Conoscenza” nell’articolo “L’Arte Internet l’Altro”. Riportavo, allora, come al centro di una siddetta società vi debba essere, giocoforza, una congrua consapevolezza e capacità di determinare “condivisione di conoscenza”, intendendo per questa un interscambio di oggetti (fisici o astratti) tra due soggetti in relazione che siano in grado di andare oltre il semplice e meccanico peer-to-peer, ma si pongano, invece, pariteticamente e contemporaneamente come maestro e come allievo impegnati in uno sforzo ri-creativo, avendo entrambi interiorizzato quello spazio potenziale tra me e l’Altro quale elemento cardine nella costruzione mai finita della propria identità; avendo individuato l’Altro quale simile e al contempo diverso (altro da me), la cui ri-conoscenza determina la scoperta di quello iato, di quello spazio potenziale, in cui si avvicenda, colmandolo, la possibilità di creare, di trasformare e di trasformarsi, anzi di trans-formarsi<!–[if !supportFootnotes]–>. Una “condivisione di conoscenza” che, quindi, non si limita allo scambio dell’esistente ma, a partire dall’esistente, produce un nuovo oggetto di conoscenza.

Tale concetto di “condivisione della conoscenza” è qualcosa di più del semplice partecipare o mettere a disposizione di… è, invece e appunto, un atteggiamento mentale, quello che Winnicott (ibid.) indica quando parla di una “madre sufficientemente buona”, ossia una figura in grado di presentare il mondo (l’Altro da sé) al bambino (all’allievo) con creatività, mettendolo nella condizione di sperimentare l’onnipotenza soggettiva, mentre lo accompagna verso una condivisione meno egocentrica della realtà. Solo che nella “Società della Conoscenza” che auspichiamo, con tutte le approssimazioni del caso, ogni utente è al contempo madre e bambino dell’Altro e, insieme all’Altro, si dispone a condividere il gioco della libera ri-creazione del mondo.

Una disposizione estranea alle mitologie e ai paradigmi della nostra epoca, anzitutto per la forte concentrazione sull’io tipica del nostro tempo che ci fa diventare un po’ come quelle madri “non sufficientemente buone” che si dimostrano incapaci di giocare al gioco della libera ri-creazione del mondo e riescono a portare al bambino soltanto il mondo per come lo vedono loro, lasciandolo nella unica condizione di accondiscendere).

Il cittadino sufficientemente buono dell’ipotetica “Società della Conoscenza” è, invece, colui che è in grado di operare una sottrazione delle proprie proiezioni, affinché l’Altro non diventi la mera riproduzione delle sue forme interiori, dei suoi narcisismi, delle sue precomprensioni biografiche, o la ansiosa ricerca di questi. Il cittadino sufficientemente buono dell’ipotetica “Società della Conoscenza” è in grado di operare un decentramento da sé a favore di questo Altro, al quale apparteniamo più profondamente di quanto non si sappia o creda e a cui solo attraverso questo sforzo, in cui l’Io si sottrae, è possibile accedere (Mottana, 2002) dando forma a quello spazio potenziale in cui si genera la conoscenza.

Il questo senso, il divario psicologico che mi sembra si debba colmare, e su cui credo sia necessario lavorare, è direttamente proporzionale al disinvestimento pedagogico che coinvolge le società occidentali e che si manifesta nella totale assenza di un’educazione ai processi creativi che definiscono le modalità profonde con cui la conoscenza si produce e si diffonde, mentre si continua ad investire sull’idea di un mondo che, almeno in potenza, sembrerebbe in grado di sopravvivere di pura in-formazione, di conoscenze non ri-create ma trasmesse e supportate da una tecnologia -appunto- dell’informazione e dell’istruzione che, non a caso, tende a universalizzarsi attraverso la lotta (almeno dichiarata) al digital e al cultural divide.

La rete rappresenta, per ora, una grande opportunità che si dà nel più “grande spazio pubblico che la storia abbia mai conosciuto” (Rodotà, 2006): stringere un patto tra qualcuno che ha qualcosa da dire, mostrare, rappresentare, e qualcuno che cerca quella cosa, fatta in quel modo, detta così, in quel dato modo rappresentata, superando nei fatti, o comunque mettendo a repentaglio, il concetto di autorevolezza che ha dettato sin qui la distribuzione del sapere; superamento che non significa la deriva dell’incompetenza, bensì la possibilità per molti competenti, capaci, ma occulti o occultati dalle forme selettive di distribuzione dell’autorevolezza (mercati, censure, regimi, etc.), di trovare un luogo in cui la loro voce abbia risonanza, semplicemente stringendo, come insegnava Pier Paolo Pasolini (1990) in tempi non sospetti, un patto con il lettore: l’Altro -appunto- che mi è diverso e mi somiglia, il solo “[…] degno di ogni più scandalosa ricerca”.

Ma, per costruire una “Società della Conoscenza” è necessario non fermarsi a contemplare entusiasti questo scenario e, insieme alla sutura del digital e del cultural divide, iniziare a predisporre percorsi educativi e formativi in grado di guidare l’uomo contemporaneo a prendere possesso di quella complessità necessaria a penetrare e utilizzare la rete quale spazio potenziale dell’incontro ri-creativo con l’Altro.

Con il concetto di “psychological divide” intendiamo sottolineare che, per quanto si possa supporre una riorganizzazione in atto della conoscenza umana e dei suoi modelli (una sorta di lungo ponte che forse tra qualche decennio sapremo definire in maniera più adeguata), la rivoluzione che attraverso le tecnologie informatiche sta segnando l’agire umano, non ha ancora trovato piena corrispondenza in una eguale evoluzione psichica. Mentre il corpo dell’uomo contemporaneo è sempre più immerso in un ambiente di stimoli, informazioni, immagini, connessioni, comunicazioni che lo coinvolgono in uno spazio-tempo apparentemente senza soluzione di continuità, in cui oggetti e soggetti si danno tutti contemporaneamente sotto lo stesso sguardo; la sua psiche è ancora legata a quella razionalità meccanicistica che, dall’invenzione dell’alfabeto in poi, ha caratterizzato il suo cammino tecnologico e ancora permea il suo pensare. Per questo strumenti come il computer e la rete, che esemplificano la possibilità di un approccio complesso, rizomatico, non sequenziale e serendipico al sapere, faticano a imporre il loro vero primato evolutivo, mettendo in luce quell’area che abbiamo chiamato “psychological divide” e che tutti coinvolge in uno sguardo che troppo somiglia a quello con cui la regina dell’Amleto shakespeariano osserva il mondo e le sue cose: “Non vedete nulla, là?”, le chiede Amleto, e lei: “Proprio niente; eppure vedo tutto quello che c’è”.

La costruzione di una “Società della Conoscenza” deve necessariamente fare lo sforzo di guadare oltre questo “tutto quello che c’è”, educando ogni cittadino all’incontro con l’Altro nello spazio autentico di una conoscenza non disciplinata e generata da quel sapere che sta a monte d’ogni recinzione del sapere e ne è costitutivo: l’immaginazione creativa, potenza capace di miscelare la materia prima del dentro-di-me e del fuori-da-me e, al contempo, di generare, da questi e attraverso questi, nuova conoscenza; aculeo dei sensi in grado di trasformare qualsivoglia definizione del mondo e delle cose in una figura retorica che, mentre si allontana da ogni verità condivisa, né abbraccia un’altra, altre, più sottili e spesso più invisibili, ma non meno degne di essere osservate, gridate, reclamate.

È chiaro e evidente che un tale mutamento risponde ad una complessità di interventi che contemplano ma non si risolvono unicamente nella rete, nelle sue possibilità o nel superamento dei suoi limiti, ma coinvolgono la società tutta, in primo luogo nelle sue strutture educative che devono riequilibrare i processi dell’apprendimento affiancando al profilo del metodo scientifico un profilo, potremmo dire: “extrametodico della verità” che chiami in causa tutte quelle forme di accesso al sapere non governate dal regime della prova, ridimensionando radicalmente la visione ontologica della verità che ha dominato tutta l’età moderna (e che ancora è retaggio di un sentire più che comune) per modificare il sistema articolato per “trasmettere verità” che oggi ci travolge, in un sistema capace di “costruire conoscenza”.

La rete e le tecnologie annesse, esemplificano e promettono questa possibilità, ed è per questa ragione che il limitarsi ad un loro uso poco più che meccanico appare oggi non solo gnoseologicamente inconcepibile, ma forse anche moralmente eccepibile.

Massimo Silvano Galli

Nokia N82ESPOO, Finlandia – Nokia presenta il Nokia N82 nell’elegante versione nera, che va ad arricchire la gamma dei multimedia computers Nseries con una combinazione di imaging avanzato, navigazione integrata e connettività internet ad alta velocità. N82 Black permette agli utenti di “georeferenziare” le foto e di salvarle con le indicazioni della data e del luogo. Destinato a stupire i viaggiatori del mondo e gli appassionati di fotografia con la fotocamera da 5 megapixel, il potente flash Xenon e l’ottica Carl Zeiss, l’attivazione ultrarapida della fotocamera, l’autofocus con assist lamp dedicato, il breve tempo di carica tra gli scatti e la qualità di registrazione paragonabile a quella in DVD, garantiscono fotografie perfette dei momenti speciali, anche in condizioni di luce scarsa. Il Nokia N82 Black sarà in distribuzione fra qualche settimana a un prezzo stimato di 400 euro, tasse e sovvenzioni escluse.

“Il Telefonino Nokia N82 è stato creato per raccontare” afferma Andrea Facchini, direttore marketing Nokia Italia. ”La fotocamera di ultima generazione offre agli utenti la possibilità di catturare le immagini di viaggio e non solo, mentre l’A-GPS integrato aiuta a scoprire luoghi nuovi che con l’aggiunta di informazioni ‘contestuali’ possono essere condivisi in tempo reale con gli amici grazie alla connettività Wi-Fi e HSDPA.”

Grazie all’A-GPS integrato il Nokia N82 associa automaticamente alle imagini le informazioni sulla località in cui sono state scattate permettendo così di visualizzarle su una mappa, in rete o sul dispositivo stesso. Per condividere le proprie fotografie o i filmati, sarà sufficiente caricarli direttamente dal proprio cellulare Nokia N82 su servizi come Share on Ovi, Flickr o YouTube.

Con l’installazione dell’esclusiva applicazione gratuita Nokia Sports Tracker, sul sito Sports Tracker gli utenti potranno condividere le destinazioni e i percorsi dei viaggi effettuati e visualizzare le foto georeferenziate. Il Nokia Sports Tracker è un software basato su GPS per smartphone Nokia che permette anche di tenere traccia del proprio allenamento, memorizzando automaticamente informazioni, che possono essere condivise con gli altri, sulla velocità, sulla distanza percorsa e sul tempo impiegato.

Moderni esploratori alla scoperta del mondo

La presentazione di questa eccezionale applicazione è stata affidata a diversi “esploratori”, partiti alla scoperta del mondo con un cellulare Nokia N82 con GPS integrato come compagno di viaggio. Il widget di Sports Tracker traccia gli spostamenti dei viaggiatori, registrando su una mappa costantemente aggiornata i luoghi in cui ogni immagine è stata scattata. Attualmente, il widget è stato integrato in molti blog e siti di social networking.

Per consentire a tutti di registrare i propri viaggi, storie e fotografie e condividerli con gli amici, proprio come gli esploratori, il widget di Sports Tracker sarà presto disponibile su molti dispositivi mobili convergenti della serie S60, sia nuovi che già esistenti. È possibile inoltre condividere e confrontare i percorsi compiuti o i dati relativi ai propri allenamenti con gli amici o con la community Sports Tracker.

I viaggi degli altri utenti possono essere anche ricercati in base alla località. Questo permette ad esempio di trovare un percorso inedito e entusiasmante.

Il Nokia N82 è un vero e proprio compagno di viaggio e supporta memory card microSD fino a 8GB che permettono di salvare fino a 3600 fotografie ad alta risoluzione, 5 ore di filmati di elevata qualità, fino a 6.000 canzoni o tutte le regioni disponibili per l’applicazione Nokia Maps.

Nokia.com

I desideri non erompono così, all’improvviso. Si formano inconsciamente dentro di noi e vengono in superficie solo quando diventano qualcosa  di definibile, del tipo “io voglio una pizza”. Prima di questo, o i desideri non sono avvertiti, o, al massimo, sono avvertiti come un’inquietudine diffusa. Tutti abbiamo provato quel senso di voler qualcosa, senza però sapere davvero cosa. Ebbene, si tratta di un desiderio non ancora arrivato a maturazione.

Platone una volta disse: “La necessità è la madre dell’invenzione”, ed aveva ragione. In modo simile, la Kabbalah ci insegna che il solo modo per imparare qualsiasi cosa, è per prima cosa volerla imparare. È una formula molto semplice: quando vogliamo qualcosa, facciamo il necessario per ottenerla. Troviamo il tempo, raduniamo le energie, e sviluppiamo le capacità necessarie. Ne risulta che il motore del cambiamento è il desiderio.

Il modo in cui i nostri desideri si sviluppano definisce e insieme illustra l’intera storia umana. I desideri dell’umanità, sviluppandosi sempre di più, hanno spinto le persone a studiare il proprio ambiente allo scopo di soddisfarli. Diversamente da minerali, piante e animali, le persone si evolvono costantemente. In ogni generazione, e in ogni persona, i desideri crescono sempre più forti.

Prendere il Posto di Guida

Il motore del cambiamento – il desiderio – è fatto di cinque livelli, dal livello zero al quarto livello. I Kabbalisti si riferiscono a questo motore come al “desiderio di ricevere piacere” o semplicemente “il desiderio di ricevere”. Quando la Kabbalah apparve per la prima volta, circa 5000 anni fa, il desiderio di ricevere si trovava al livello zero. Oggi, come forse avete indovinato, ci troviamo al quarto livello, il livello più intenso.                                                                   

Ma nei giorni antichi, quando il desiderio di ricevere si trovava a livello zero, i desideri non erano abbastanza forti da separarci dalla natura e l’uno dall’altro. A quei tempi, questo fatto di essere tuttuno con la natura, cosa per la quale molti di noi oggi spendono denaro per re-imparare e non sempre con piena riuscita, era il modo naturale di vivere. Le persone non conoscevano altro. Non sapevano nemmeno che avrebbero potuto essere separate dalla natura, e neppure lo desideravano.

Infatti, in quei giorni, il rapporto umano con la natura e quello vicendevole scorrevano talmente senza intoppi, che non erano nemmeno necessarie le parole; anzi, le persone comunicavano con il pensiero, in un modo molto simile alla telepatia. Era un’epoca di armonia, e l’intera umanità era come una sola nazione.

Ma poi sopravvenne il cambiamento: i desideri delle persone iniziarono a crescere e a divenire più egoistici. Le genti iniziarono a voler cambiare la natura e ad usarla per sé stessi. Invece di volersi adattare alla natura, cominciarono a volerla cambiare per provvedere ai propri bisogni. Costoro crebbero separati dalla natura, distinti ed estraniati da essa e l’uno  dall’altro. Oggi, molti e molti secoli dopo, scopriamo che non fu una buona idea. E’ chiaro che tutto questo non funziona.

Da quella divisione in poi, cerchiamo di tener testa alla natura. Invece di correggere l’egoismo crescente per rimanere nell’unione con la natura, per proteggerci da essa abbiamo costruito uno scudo meccanico, tecnologico. La ragione iniziale per cui vennero sviluppate la scienza e la tecnica fu di garantirsi un’esistenza  più “sicura” distante dalle forze della natura. Tuttavia, che noi ne siamo coscienti o no, ne risulta che in effetti stiamo cercando di controllare la natura e di sostituirla al posto di guida.

Oggi, molte persone crescono già stanche delle promesse non mantenute della tecnologia, promesse di benessere, salute, e soprattutto, di un domani sicuro. Ben pochi oggi hanno conseguito tutto ciò, e costoro non possono neanche avere la certezza di averlo anche in futuro. Ma il vantaggio di tale situazione è di costringerci a riconsiderare la nostra strada e chiederci: “È possibile che dall’inizio abbiamo percorso, per tutto il tempo, il sentiero sbagliato?”

In modo particolare oggi conveniamo sulla crisi e sull’impasse che stiamo fronteggiando, possiamo apertamente riconoscere che la strada che abbiamo scelto è un vicolo cieco. Invece di compensare la nostra opposizione egocentrica alla natura con la scelta della tecnologia, avremmo dovuto mutare l’egoismo in altruismo, e di conseguenza essere in armonia con la natura.

Nella Kabbalah, il termine utilizzato per questo cambiamento è Tikun (correzione). Realizzare il nostro essere in opposizione alla natura, significa prendere atto della divisione avvenuta tra noi esseri umani cinque mila anni fa. Ciò si chiama “il riconoscimento del male”. Non è facile, ma di sicuro è audace; e soprattutto è il primo passo verso l’autentico benessere e felicità.

 www.kabbalah.info/italykab

Samsung miCoach phone F110Valencia, 6 marzo 2008 – Samsung Electronics, innovatore e produttore leader nel settore della telefonia mobile, e adidas, gigante tedesco dell’abbigliamento sportivo, hanno unito le loro forze per il lancio del miCoach phone – il primo vero cellulare musicale per lo sport.

Il lancio di questo cellulare unico nasce dalla consapevolezza sempre crescente nei consumatori dell’importanza di uno stile di vita all’insegna della salute. miCoach è il dispositivo perfetto per tutte quelle persone che nel corso dell’allenamento fisico vogliono godere della propria musica e di altre funzioni multimediali allo stesso tempo.

“Il miCoach phone apre un mercato “sportronics” assolutamente nuovo, creato per utenti attivi con forti attitudini multimediali” afferma YH Lee, Vice Presidente Marketing della divisione Telecommunications Business di Samsung.
“Conosciamo bene quello che i consumatori esigono dai loro cellulari, per questo stiamo ampliando sempre più la scelta di cellulari, per avvicinarci il più possibile agli stili di vita di ogni singolo individuo”.

“miCoach è il sistema di allenamento interattivo più avanzato disponibile sul mercato, che miscela la tecnologia mobile sofisticata con il training e l’espressione più avanzata di innovazione nello sport”, constata Eric Liedtke, Vice Presidente Brand Marketing di adidas. “L’unicità di miCoach sta nella capacità di raccogliere ed analizzare i dati personali e programmare piani di training sulla base del proprio stato fisico e degli obiettivi specifici, dando un feedback immediato durante l’allenamento attraverso il miCoach phone”.

Il Samsung miCoach phone (F110), munito di sensore da scarpa e monitor per la misurazione del battito cardiaco, offre un sistema completo di allenamento personale “on the go”. Il cellulare fornisce consigli per il training e aggiornamenti sui tempi conseguiti, oltre ad incoraggiare gli utenti con musica ad hoc per l’esercizio fisico.

Con un click, gli utenti possono connettersi al contapassi e al sensore della frequenza cardiaca per cominciare il proprio allenamento. Un coach personale motiva gli utenti durante la corsa ad aumentare la velocità o semplicemente avverte che l’allenamento in “15 minuti è completato”. Toccando due volte il cellulare vengono prodotti gli aggiornamenti sull’allenamento. Grazie al display LCD da 2.0” è possibile visualizzare in tempo reale i risultati, il battito cardiaco, la distanza percorsa, la velocità e le calorie bruciate.

Il miCoach phone offre tra le sue funzioni anche musica ad hoc per motivare gli atleti a superare i propri limiti: gli utenti possono organizzare le canzoni sulla base del tempo o dei valori motivazionali, permettendo loro l’ascolto del tipo giusto di musica che desiderano per l’allenamento.

Il miCoach phone è sottile abbastanza per accompagnare facilmente gli atleti nel loro allenamento grazie a un design slider compatto di 14.5mm. Il tasto di navigazione particolarmente robusto e il retro del cellulare consistente garantiscono una presa eccezionale.

Il cellulare Samsung è munito di una fotocamera da 2 megapixel e una capacità di memoria di 1GB, che consente agli atleti di acquisire i loro ”traguardi” d’allenamento. Il miCoach phone dispone inoltre di opzioni di connettività USB e Bluetooth, grazie alle quali hanno la possibilità di trasferire velocemente i file di contenuti multimediali e di sincronizzare i dati in modo integrato con il portale web miCoach.com.

Il miCoach phone sarà disponibile in Italia a partire da Giugno nella versione Cool Gray nella confezione standard, che conterrà il miCoach phone, la fascia da applicare al braccio, il sensore contapassi e il sensore della frequenza cardiaca al prezzo suggerito di €399.

Samsung.com

Zurigo – È allarme. Da mesi, infatti, giungono tristi notizie riguardanti la scarsità di greggio.
Le riserve di carburante fossile che la natura ci riserva, si stanno esaurendo. Su questo gli scienziati sembrano unirsi in un coro unanime, mentre appaiono in netto disaccordo e dubbiosi sulla data del giorno X, il momento in cui l’uomo dovrà definitivamente rinunciare all’attuale risorsa energetica principale, il petrolio. In realtà, ogni giorno vengono scoperte nuove riserve di greggio, la maggior parte in Iraq, paese che vanta forse il titolo mondiale di produttore di oro nero.

“Ufficialmente l’Iraq con le sue riserve di petrolio, quantificabili in circa 115 miliardi di barili, è al quarto posto nella graduatoria delle nazioni con la maggior quantità di greggio – dopo l’Arabia saudita, il Canada e l’Iran. Ma il 90% del territorio resta ancora inesplorato e pertanto non si sa dell’esistenza o meno di eventuali giacimenti di greggio” afferma l’esperto in cultura mediorientale Michael Amram. Recenti studi stimano la presenza, non ancora verificata, di circa 200 milioni di barili, quantità che farebbe salire l’Iraq al secondo posto nella lista mondiale. L’Energy Information Administration, sostenuta dagli Stati Uniti, ritiene addirittura possibile un valore di 400 miliardi di barili. In questo caso l’Iraq scavalcherebbe notevolmente la prima della lista, l’Arabia saudita.

Oltre alle grandi riserve petrolifere, che coprirebbero il 30% della richiesta mondiale, sono l’ottima qualità del greggio e i bassissimi costi di produzione pari a 1,50 USD a barile a fare dell’Iraq un fornitore di petrolio molto interessante – soprattutto per investitori stranieri. Ne potranno trarre profitto anche i piccoli imprenditori. La M&S Investment, azienda svizzera specializzata nella compravendita di valuta internazionale, promuove sul suo sito internet www.Dinar2Buy.com gli investimenti finanziari nel Dinar iracheno.

“Senza dubbio, economia e Dinar trarrebbero vantaggio in caso di una intensa ricerca petrolifera in Iraq. Soprattutto il basso valore della valuta, che si è triplicato negli ultimi anni, promette agli investitori grandi guadagni”, ha concluso Amram.

In questo senso cresce anche il numero di richieste d’investimento presso la M&S Investment. Uno dei tanti motivi è il nome consolidato dell’azienda, sia livello nazionale che internazionale. È un dato di fatto che la M& Investment lavori ai più alti standard di qualità per soddisfare ogni tipo di esigenza – soprattutto per quanto riguarda la segretezza dei dati e la lotta contro il riciclaggio di denaro sporco e falso – in più aderisce all’organizzazione di autoregolazione VQF.

Ulteriori informazioni sul Dinar iracheno come possibilità d’investimento si possono avere sul sito www.dinar2buy.com.

M&S Investment GmbH

La M&S Investment GmbH è il più grande offerente europeo di valuta irachena – il Dinar iracheno (IQD). La società risiede nel cuore della principale città di commercio e affari finanziari svizzera, Zurigo. Inoltre ha una sede logistica a Basilea. Attraverso il sito internet www.Dinar2buy.com la M&S Investment offre i suoi servizi finanziari a un’ampia clientela, dai piccoli investitori alle multinazionali europee. La società lavora ai più elevati standard di qualità– soprattutto per quanto riguardo la segretezza dei dati e la lotta contro il riciclaggio di denaro sporco e falso. La M&S Investment aderisce all’organizzazione di autoregolazione VQF ed è riconosciuta dall’amministrazione delle finanze svizzera.

Internet: www.dinar2buy.com

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