luglio 2008
Archivi Mensili
sab, 26 lug 2008
I partecipanti ad una semplice lezione di Hatha-Yoga, o Yoga comune, considerato più propriamente fisico, vengono spesso invitati dal loro docente a chiudere gli occhi anche durante il mantenimento delle posizioni.
Ciò permette loro di stare nel presente attraverso un procedimento di esperienza diverso dall’usuale, incominciando ad abitare, concretamente, il loro universo interiore.
Ed é così che, talvolta inconsapevolmente, gli allievi ricevono la prima vera iniziazione, rinascendo a nuova vita, una vita fondata su una maggiore consapevolezza.
Per questa ragione, lo Yoga, in nessun caso, neanche nell’Hatha-Yoga stesso, deve essere considerato come una normale forma di ginnastica esteriore.
Ancor più per altri tipi di Yoga, soprattutto per la meditazione, dove l’approccio “interiore” risulta ancora più evidente.
Sembrerebbe una cosa tanto semplice chiudere gli occhi ma in realtà non lo é in quanto, ad occhi chiusi, l’allievo si ritrova a mettere in azione il suo stato di attenzione su un terreno che non gli é abituale.
La sua usuale esperienza, e per conseguenza tutto ciò che sta nella sua mente fino a quel momento, gli deriva dall’esperienza dei sensi e questa nuova condizione, lo disorienterebbe se il docente con la sua presenza e le sue parole non gli facesse da punto di riferimento.
Il Maestro, infatti, normalmente, continua invitando l’allievo a prendere coscienza della posizione del suo corpo mantenendogli tuttavia l’attenzione, in un certo senso, in periferia, affinché la pratica non risulti, all’inizio, troppo scioccante per mancanza di conoscenza.
Solo quando una certa maturità consentirà allo studente di affrontarsi più in profondità, gli verrà suggerito di far convergere la consapevolezza sull’atto respiratorio, affacciandosi all’esperienza dell’io sono o senso dell’io (il sanscrito aham), il principio di individuazione e, per conseguenza, anche del soggettivo.
Il soggettivo, per la cultura Yoga, deriva dal principio centripeto e di coesione che nel Samkhya Darsana, uno dei sei punti di vista ortodossi dell’induismo, viene chiamato Ahamkara.
L’Ahamkara é lo stadio nel quale si trova la materia o Prakrti, quando, attivata dall’impulso dell’evoluzione, procede dallo stato neutro di Mahat (cioè di massa energetica) a quello di, come si legge sull’enciclopedia dello Yoga, massa unitaria, apercettiva, ancora priva di esperienza personale, ma già con l’oscura coscienza di essere un ego.
Da un punto di vista pratico-evolutivo tutti possono intuire che si tratta di quel principio che permetterà, in seguito, ad ogni cosa di essere quella che è, cioè un microcosmo con il suo nome e la sua forma.
L’Ahamkara rappresenta, essendo un fondamento di separazione, un vero e proprio ostacolo che si avverte in meditazione, impedire l’esperienza dell’unità, poiché il vero sè, imbrigliato in questa condizione, non riesce a rendersi conto della propria autonomia a causa dell’ignoranza, per la quale il sè scambia corpo, sensi e mente per il vero sè.
E questa mancanza di discriminazione tra sè e non sè, si dice sia la causa di ogni afflizione, se non altro per l’aspetto di instabilità caratteristico del non sè.
Con il sostegno della discriminazione avrà origine la libertà.
E questo, al ricercatore serio, appare chiaro da subito.
Sperimenterà varie fasi durante le quali percepirà la sua esistenza fisica come un involucro o come un abito, all’interno del quale si sentirà racchiuso, e nei momenti peggiori tale sensazione sarà accompagnata da senso di oppressione.
Il “meditante” meno preparato, invece, resterà catturato da questo suo microcosmo, soprattutto dal mentale, affascinato come un bambino al luna-park, dalla grande varietà di situazioni presenti dentro di lui e lì potrà perdersi per molto tempo, addirittura dimenticando l’esperienza-obiettivo che si era proposto.
Dicevamo che è la mancanza di discriminazione tra sè e non sè a trarre in inganno, facendo scambiare la visione soggettiva per la realtà.
Ciò è dovuto all’Avidya, parola sanscrita che sta per ignoranza.
Colui che percorre il sentiero della Yoga deve andare incontro ad una dura purificazione mentale prima di vedere insorgere in lui una capacità discriminativa oggettiva.
di Amadio Bianchi
Questo articolo è utilizzabile gratuitamente con il consenso dell’ Autore.
sab, 26 lug 2008
Con le facili torsioni a terra che vi propongo in questo articolo, è possibile eliminare alcuni disturbi della spina dorsale, renderla elastica in tutta la sua lunghezza, tonificare gli organi addominali, combattere la stipsi e stimolare l’attività epatica e biliare.
Procedete nel seguente modo: sdraitevi sul pavimento in posizione di rilassamento e, per qualche istante, sviluppate ad occhi chiusi, dapprima la consapevolezza del corpo, poi quella del respiro. Quando sarete riusciti a trasferire completamente la vostra attenzione nel presente ed in ciò che state facendo, iniziate sviluppando un primo esercizio dinamico: piegate le gambe ed inspirando spingete il bacino verso l’alto. Portate le braccia sul pavimento oltre il capo, stimolando così la colonna vertebrale ad inarcarsi come nella fotografia.
Quando espirate portate le ginocchia verso il petto, abbracciatele per favorire sia l’emissione di aria sia la distensione della vertebre lombari.
Ripetete il movimento una decina di volte ed al termine riposatevi con le gambe distese, le braccia rilassate vicino al corpo, tendendo a mantenere il mento vicino allo sterno.
Ora sviluppate un secondo esercizio per favorire lo sblocco del bacino e della parte più bassa della colonna vertebrale: portate il piede destro sopra il sinistro in modo che il tallone si posizioni tra l’alluce ed il secondo dito del piede sinistro, come nella fotografia.
Inspirate ed espirando scendete con entrambi i piedi verso il lato destro,
poi ritornate con i piedi al centro inspirando ed espirando fateli scendere dal lato opposto.
Ripetete questo esercizio dinamico per 10 volte sia con il piede destro sopra il sinistro, sia con il sinistro sopra il destro, poi sciogliete la posizione e di nuovo rilassatevi favorendo il ripristino della respirazione spontanea.
Passiamo al terzo movimento che, in maniera più ampia, favorirà lo sblocco del bacino e della sezione inferiore della colonna. Per prima cosa disponete le mani con le dita intrecciate sotto la nuca assumendo una posizione comoda, poi distanziate i piedi e le ginocchia divaricando il più possibile le gambe.
Anche in questo caso si deve accordare il movimento dinamico degli arti con il respiro nel modo seguente: mentre le gambe sono perpendicolari al pavimento inspirate, poi, con l’aiuto dell’espirazione fatele scendere entrambe sul lato destro.
Inspirate ancora mentre le riportate al centro ed espirando guidatele dal lato opposto.
Proseguite fino a quando non avvertite una sensazione di sblocco, fermate le gambe al centro, unitele e portate, accavallandola, la gamba destra sulla sinistra.
Inspirate e, con l’aiuto dell’espirazione fate scendere entrambe le gambe sul lato destro. Mantenete la posizione statica per 2 minuti. La gamba destra, grazie alla forza di gravità, gradualmente trascinerà la sinistra verso il pavimento, favorendone lo stiramento. Ritornate con le gambe al centro, invertite, accavallando la sinistra sulla destra e ripetete l’esercizio dall’altro lato.

Riportate nuovamente le gambe al centro, sciogliete la posizione, e lasciate scivolare i piedi fino a stendere le gambe completamente. Sciogliete anche la posizione delle braccia e distendetele lungo il corpo.
Riposatevi qualche istante permettendo al sangue e all’energia di circolare liberamente e di portare sollievo soprattutto alla parte bassa del corpo. Per non distrarvi, restate attenti alle sensazioni che vi giungono dal piano fisico, e al ritmo della respirazione. Tre, quattro minuti di pausa potranno bastare.
Con l’esercizio seguente, interesserete una porzione di colonna vertebrele leggermente più alta e precisamente l’area lombare. Unite le gambe e piegatele avvicinando le ginocchia al petto.
Abbracciatele e mantenetele in questa posizione abbastanza a lungo. Sentirete un gran sollievo ai reni. Prima di proseguire, inspirate profondamente, poi espirando, lasciate scendere entrambe le gambe sul lato destro e contemporaneamente ruotate la testa dal lato opposto.
Mantenete la posizione statica, sviluppando una respirazione calma e profonda, per non meno di due, tre minuti. Potete mentalmente contare i secondi per avere la certezza, quando sviluppate la posizione dal lato opposto, di mantenere la stessa durata. Ciò va a beneficio dell’incremento simmetrico del corpo. Per impostare la posizione dall’altro lato, inspirando riportate le gambe al centro ed espirando disponetele dall’altro lato, ricordandovi di ruotare la testa in senso contrario rispetto alle gambe.

Anche in questo caso il ritmo della respirazione, durante la fase statica, verrà ottimizzato su un ritmo calmo. Può essere interessante osservare come, durante le torsioni, la respirazione tenda a sviluppare l’elasticità laterale della gabbia toracica. Prima di proseguire potete beneficiare di un’altra pausa disponendo come al solito il corpo nella posizione di rilassamento.
L’ultima torsione, quella che maggiormente interessa la parte più alta della colonna vertebrale, viene impostata disponendo il corpo, ben allineato, sul fianco destro. Piegate, quindi, la gamba sinistra e posizionatela con il piede aderente al ginocchio destro, mentre appoggiate il ginocchio sinistro al pavimento. La mano destra, portata sul ginicchio sinistro lo trattiene, aderente al pavimento, durante la torsione. Il braccio sinistro viene inizialmente mantenuto disteso davanti al viso con il palmo della mano sul pavimento. Inspirando, sollevate il braccio perpendicolare al pavimento e espirando proseguite nella rotazione fino a portarlo dall’altro lato, sospeso a pochi centimetri da terra.

Seguite con la testa il movimento del braccio ruotandola verso lo stesso lato. Abbiate l’accortezza di mantenere la mano sospesa di qualche centimetro dal pavimento per dar vita ad una posizione attiva per circa tre minuti. Sempre per motivi di sviluppo simmetrico del corpo, dopo aver mantenuto la posizione da un lato la svilupperete anche dal lato opposto.

Non è conveniente terminare la pratica subito dopo le torsioni. È bene preoccuparsi di riallineare i dischi vertebrali e promuovere l’allungamento della spina dorsale.
Diviene importante, dunque, prima di terminare eseguire un ultimo esercizio che avrà il compito di riallineare bene la colonna.
Sedetevi e cercate di mantenere la schiena ben eretta. Inspirando portate prima le braccia verso l’alto, poi espirando lentamente spingetele in avanti come se voleste afferrare un oggetto posto oltre i vostri piedi. Abbiate l’accortezza di mantenere le gambe distese. Appoggiate le mani nel punto che riuscite a raggiungere senza eccessivo sforzo e immobili proseguite mantenendo la posizione per almeno quattro, cinque minuti.
Terminate la pratica disponendo infine il corpo nella posizione supina. Quando vi rialzerete fatelo in modo graduale evitando, così, gli effetti dell’abbassamento della pressione sanguigna.
di Amadio Bianchi
Questo articolo è utilizzabile gratuitamente con il consenso dell’ Autore.
sab, 26 lug 2008
La respirazione “lobulare” toracica e il rilassamento
Il respiro, nella cultura indiana, viene associato al soffio vitale eterno e come tale assume una fondamentale importanza anche nei processi di evoluzione metafisica ma è, a mio parere, anche il mezzo più adatto per veicolare il “prana” (energia manifesta) nel corpo umano, la cui presenza promuove salute e guarigione.
Non dimentichiamo, tuttavia, che, grazie all’inspirazione, si introduce ossigeno nei polmoni e, per mezzo della circolazione sanguigna, viene distribuito in tutto il corpo, mentre l’esalazione è la funzione che la natura utilizza per espellere l’anidride carbonica pervenuta all’apparato respiratorio con il sangue.
Se prendiamo in considerazione sia il corpo, sia la circolazione sanguigna, sia l’apparato respiratorio, suddivisi in tre parti, avremo: la respirazione addominale in grado di influenzare la salute della parte più bassa del corpo (dal basso addome in giù) considerata “fisico-istintuale”; la respirazione toracica intercostale, cosiddetta media, che riguarda il sistema cardiovascolare e la costituzione “emotiva” ed infine la respirazione alta o clavicolare agente sulla salute degli organi in relazione con l’aspetto intellettivo.
Prendiamo in considerazione, dunque, la possibilità di favorire sia la prevenzione, sia la guarigione di malattie cardiovascolari instaurando una corretta e più efficiente respirazione toracica.
Ecco cosa potete fare:
sedetevi sul pavimento. La posizione da preferire è quella orientale sui talloni poiché, in questa posizione, la colonna vertebrale rimane spontaneamente eretta e, per conseguenza, il torace aperto e non contratto. Se tuttavia ci fossero impedimenti, potete sedervi a gambe incrociate o su una sedia purché la schiena sia staccata dallo schienale.
Date inizio alla respirazione “lobulare” appoggiando entrambe le mani sul torace, all’altezza dei pettorali, in modo che i medi si sfiorino. Il contatto delle mani favorisce la concentrazione nell’area interessata.
Inspirate profondamente cercando di convogliare l’aria verso l’area dell’apparato respiratorio che si trova sotto le vostre mani.
Se state agendo correttamente, il torace si espande provocando l’allontanamento dei medi e ciò vi consentirà, giorno dopo giorno, di verificare i vostri progressi.
Al contrario, quando espirate, la parte anteriore del torace si deve contrarre fino a portare le mani a sovrapporsi.
Ripetete questo esercizio, completo di inspirazione ed esalazione, più volte (da tre a nove volte) poi sistemate, rimanendo alla stessa altezza, le mani lateralmente sulle costole e sempre ponendo attenzione sul punto di contatto delle mani con il corpo, promuovete l’espansione e la contrazione dei muscoli intercostali per sviluppare una buona respirazione laterale. Anche questo, come l’esercizio che segue dovrà essere ripetuto più volte.
Portate infine il palmo delle mani a contatto con la zona posteriore, appena al di sotto delle scapole, e tentate di percepire il respiro anche in questa zona per condurla all’equilibrata espansione e contrazione.
Faccio notare che se vi fossero difficoltà nel praticare da seduti, questi esercizi, possono essere eseguiti anche da sdraiati sul pavimento o sul letto. Alcune varianti coinvolgono lo sviluppo della parte laterale che prevede una attuazione anziché bilaterale, girandosi sul fianco ora destro ora sinistro, lo sviluppo di ogni singola area. Si deve prestare attenzione alla posizione del braccio affinché resti il più possibile perpendicolare al pavimento. La sua caduta all’indietro provocherebbe una più esigua introduzione di aria. Se inoltre sussistono difficoltà nella posizione delle mani, una volta girati a pancia in giù, per dar luogo allo sviluppo posteriore, è ammesso appoggiare anziché il palmo il dorso.
Come conclusione è sempre consigliabile attuare un momento di rilassamento. Tale pratica, secondo la tradizione indiana, prevede innanzitutto la realizzazione di una corretta posizione con la testa a nord ed i piedi a sud per seguire la normale polarità dell’asse terrestre; poi bisogna tenere conto che quando il corpo si rilassa la sensazione di freddo aumenta quindi è bene coprirsi; gli occhi vanno mantenuti dolcemente chiusi, le braccia distese lungo il corpo né troppo vicine né troppo lontane ed il palmo delle mani rivolto verso l’alto; le gambe distese e rilassate con le punte dei piedi che cadono all’esterno.
Dopo che, attraverso la consapevolezza, il corpo è condotto ad abbandonarsi pienamente, si può procedere a prendere coscienza del respiro. Si parte dallo sviluppo di una osservazione passiva e, mentre la respirazione diviene più lenta e profonda, si inizia ad equilibrare il ritmo fino ad ottenere un perfetto bilanciamento su entrambe le funzioni: inspiro ed espiro. La pratica corretta del rilassamento favorisce un ridotto consumo di ossigeno e la diminuzione del battito cardiaco.
Se il rilassamento è condotto bene in genere non offre solo opportunità sul piano fisico, ma consente indagini sul piano psichico, aiutando spesso i praticanti ad individuare le cause dei disturbi che talvolta risiedono proprio qui.
di Amadio Bianchi
Questo articolo è utilizzabile gratuitamente con il consenso dell’ Autore.
sab, 26 lug 2008
Molteplici sono i modi per meditare. Prima di affrontare i principali aspetti contenuti nel sottotitolo di questo articolo, mi sembra conveniente precisare che le parole meditare e meditazione sono usate impropriamente se riferite alle pratiche orientali. Tali termini, infatti, discendono dalla parola latina “mens” e si riferiscono, pertanto, inequivocabilmente al “mentale” ed alla sua attività. Ciò che l’orientale intende conseguire con le sue pratiche interiori è sicuramente volto in altre direzioni: sperimentare il mentale nel tentativo di superarlo e giungere a stadi “sovraordinari” di contemplazione che coincidano con stati di coscienza diversi da quelli comuni, nei quali l’uomo si identifica con il contenuto della sua mente.
Come la cultura indiana afferma, ciò che sta nel mentale, risulta dalle impressioni che i fatti della vita hanno determinato in noi attraverso i sensi. Se mi è consentito il paragone, gli avvenimenti sono comparabili a pellicole di film archiviate che costituiscono la nostra memoria storica. Attraverso un particolare e complesso meccanismo, tali pellicole vengono riproposte al conscio e rielaborate, per non dire “ricolorate” dal nostro regista interiore e dai suoi stati d’animo. Egli essendo in continua evoluzione le rivede modificandole in continuazione. Si tratta pur sempre di passato, anche se rielaborato, e, quando manca la conoscenza viene purtroppo scambiato per presente. Ci tengo a sottolineare una volta in più, che, quando siamo nel mentale, siamo sempre a contatto con ciò che è già avvenuto, anche se prodotto dai sensi pochi istanti prima.
Le vie orientali sono impegnate da migliaia di anni nel tentativo di riportare l’uomo nel presente proponendone la sperimentazione nella coscienza. Anche per questo, un termine più adatto per definire tali pratiche potrebbe essere “contemplazione”. E, specialmente nelle tradizioni dell’India, la contemplazione assume una grande importanza, al punto, da essere considerata nelle pratiche spirituali determinante ai fini dell’illuminazione. In ogni caso, i conti vanno sempre fatti con il mentale e gli antichi maestri hanno proposto vari metodi per ottenere il superamento del suo contenuto: essi vanno dall’induzione o suggestione all’inganno, dal rallentamento dell’attività alla raffinata e univoca concentrazione. La via dell’inganno, ad esempio, implica la conoscenza e lo studio dei procedimenti usati dal mentale per poterli aggirare mediante astuzia; la via del “rallentamento” si persegue con la riduzione dell’attività mentale attraverso appropriate tecniche di rilassamento o ascetiche; la via della raffinata univoca concentrazione, elegge come strumenti preferiti il mantra, lo yantra, e qualsiasi altro strumento che faciliti la focalizzazione della mente in un punto. In qualche caso è ammesso passare attraverso uno stato di sovraeccitazione attraverso un carico specifico, che tende a uniformare le onde cerebrali fino a farle divenire un unica onda dello stesso tipo. Se tale onda si mantiene a lungo, origina un particolare stato di concentrazione anch’essa sovraordinaria.
La pratica, tuttavia, considerata più produttiva dalla maggior parte dei maestri è quella che sviluppa il “vairagya” o distacco. Questa, che promuove la capacità di contemplare il proprio mentale, senza venirne coinvolti, è reputata la via della conoscenza.
Facciamo di nuovo un passo indietro e prendiamo ancora in considerazione taluni metodi comuni soprattutto in uso nelle scuole di yoga occidentali, basati sull’induzione o autosuggestione. Ritengo che essi siano conseguenza dell’approccio di tipo salutistico che l’occidentale mette in atto nei confronti delle discipline orientali, ma che risultano, a mio parere, essere molto lontani dagli obiettivi più alti di queste discipline.
Tali tecniche consistono nel sedersi sul pavimento ad occhi chiusi e, come prima esperienza, praticare la consapevolezza del proprio piano fisico. Attraverso il risveglio dell’attenzione è possibile divenire consapevoli dello stato di disagio o di sofferenza su questo piano. Esso si manifesta con la presenza di tensioni di vario tipo localizzabili nelle diverse aree del corpo. Normalmente si rimuovono le tensioni attraverso la decontrazione di tali parti, inducendo uno stato diverso da quello riscontrato. Similarmente si procede poi nei confronti dell’atto respiratorio spontaneo: si induce un ritmo che può richiamare stati di maggiore tranquillità e serenità che si riflettono anche sul piano emotivo. Infine attraverso l’autosuggestione, il più delle volte procurata con l’evocazione di immagini piacevoli, si può modificare il contenuto della mente. Ripeto che questo è forse il metodo maggiormente in uso nelle scuole di yoga sia occidentali, sia orientali poco “impegnate”. Tale metodo è “provvisoriamente” salutare, ma, come ho già affermato, assai lontano dagli alti obiettivi dello yoga della “Conoscenza”.
La Conoscenza oggettiva, risulta tale, solo se non viene alterata dalla partecipazione del meditante. Nella via più elevata, cioè, si procede sviluppando la qualità dello spettatore e, con l’esercizio, si impara ad essere coinvolti il meno possibile. La tecnica grossomodo è la seguente: lo studente si siede in posizione di meditazione e nella fase iniziale impara a contemplare il suo corpo senza intervenire, semplicemente prendendo atto delle sue tensioni. La stessa cosa fa con il respiro: contempla il respiro spontaneo senza modificarne il ritmo. Infine, cosa assai più difficile, prova a osservare con distacco il contenuto della sua mente… proprio come dovrebbe fare uno spettatore “evoluto” in una sala cinematografica. Egli dovrebbe sempre essere cosciente di essere seduto, di respirare e essere consapevole che le immagini sullo schermo non sono la realtà oggettiva, ma la proiezione della mente del regista. Tale giusto atteggiamento non porta al coinvolgimento in un “falso” quale può essere un film che spesso viene scambiato dagli spettatori non “risvegliati” per il reale.
Andate in una sala cinematografica dove venga proiettata una pellicola sull’orrore e osservate quanto pochi sono gli spettatori capaci di non essere coinvolti.
Per tornare alle tecniche di meditazione, il Vairagya o distacco consente, a mano a mano che l’abilità del meditante si fa più raffinata, di affrontare gli strati più profondi del subconscio e dell’inconscio liberandoli per riviverli nuovamente nel conscio. In questo modo, senza coinvolgimento, possiamo conoscere la loro vera natura e origine e liberarci dalle impressioni che li rivestono. Essi torneranno ad essere utili come memoria-esperienza, ma non saranno più in grado di creare disturbo nè impedimento all’esplorazione di ciò che sta oltre il mentale. Trascendere il mentale, porta a conoscere la natura essenziale e reale delle cose, non più rivestite dalle sovrastrutture costruite dall’ego.
È questa la via considerata della liberazione e conoscenza.
di Amadio Bianchi
Questo articolo è utilizzabile gratuitamente con il consenso dell’ Autore.
sab, 26 lug 2008
Un’autoterapia con il colore
Ecco una tecnica molto semplice, per mezzo della quale potrete trasformare il vostro atteggiamento negativo in positivo e “ricaricare le batterie” conducendo l’energia universale (prana) a rivitalizzare il sistema nervoso e il piano fisico.
Sdraiatevi sul pavimento in posizione di rilassamento (savasana) favorendo, con il sopraggiungere dell’immobilità, il rallentamento delle attività fisiche, emozionali e mentali. Ho già fatto notare in altre occasioni che quando ci si dispone a simili pratiche, sarebbe bene scegliere un luogo silenzioso e confortevole. Meglio evitare di stendersi al sole nelle ore più calde. In caso di necessità ci si può coprire.
È bene tenere presente che, durante il rilassamento, si verifica un rallentamento della circolazione del sangue ed un abbassamento della pressione che portano ad una generale sensazione di freddo. Mantenete la mente quieta ma in piena consapevolezza.
Contemplate il vostro respiro: fate in pratica da “spettatori” all’aria che entra nelle vostre narici e che passando nei condotti nasali scende sino ai polmoni. Osservate poi il movimento inverso. Continuate fino a quando siete così assorbiti da questo movimento da divenire il respiro stesso e avvertite ogni altra percezione, prima passare in secondo piano e poi svanire. Siate consapevoli solo del “soffio”, null’altro. In breve beneficerete di un piacevole stato estatico.
A questo punto sforzatevi di portar fuori della memoria il vostro colore preferito. Il vostro colore “psichico” preferito, non quello che ognuno sarebbe portato a scegliere in quel momento per vestirsi, legato ai cambiamenti del piano emozionale, ma quello profondo che appartiene alla natura essenziale e stabile, assai poco soggetta a cambiamenti. Nello stato di assorbimento in cui la pratica vi ha portato diviene facile individuarlo dentro di sé.
Adopratevi per sviluppare quest’immagine fino a farla divenire reale, concreta, fruibile dai vostri sensi interni. Provate a schiarirla rendendo il vostro colore preferito un po’ più luminoso di come siete riusciti a visualizzarlo.
Ora immaginate che ogni cosa, ad esempio il mondo degli oggetti che vi circonda e persino l’aria che respirate, sia di quel colore. In un certo senso è come se ciò che si riesce a vedere fosse visto attraverso un filtro e si respirasse aria colorata.
L’aria passando dalle vostre narici scende nella gola, poi nei polmoni e, questi organi si colorano del colore preferito reso luminoso dal vostro precedente sforzo. Poco dopo l’aria non esisterà ma state movendo per mezzo del respiro un flusso colorato guidandolo nel vostro corpo, portandolo nell’area dell’addome, nel plesso solare.
Trattenete senza sforzo il respiro rimanendo concentrati in questo punto e poi espellete. Dopo alcune respirazioni, continuate a muovere il flusso colorato e condurlo al plesso solare, tuttavia, mentre trattenete l’aria, una spirale immaginaria, partendo dall’ombelico si estende fino a coprire tutta la superficie dell’addome. Espirate normalmente.
Ripetete più volte ma in seguito, durante l’espirazione, ipotizzate di spingere il flusso colorato dall’ombelico verso la periferia del corpo, in ogni direzione. Dovete insistere fino a raggiungere una reale sensazione di totale saturazione.
Nell’immaginazione, il vostro corpo, come un contenitore, deve essere totalmente saturo di quel colore.
Insistete ancora, sempre allo stesso modo: inspirate aria colorata portandola al plesso solare e, mentre trattenete, ideate la spirale in espansione che partendo dal vostro ombelico va a coprire l’intera superficie dell’addome; quando espirate, dal plesso solare immaginate di spingerla in tutte le direzioni verso la periferia del corpo; avendo tuttavia già ottenuto una totale saturazione la immaginate uscire dai pori della vostra pelle spingendo così all’esterno ciò che ancora non vi è riuscito colorare ovvero la vostra residua negatività. Avverrà così un processo di completa purificazione psico-fisica.
Al primo accenno di stanchezza, fermate il processo d’autosuggestione e ritornate a prendere coscienza del respiro spontaneo e naturale, del vostro corpo e della sua posizione.
Prima di iniziare a sciogliere la posizione, procedimento da sviluppare con attenta gradualità, “esteriorizzate” la vostra coscienza divenendo consapevoli dei rumori che vi giungono dall’esterno e della stanza nella quale vi trovate. Soffermatevi ad ascoltarli, senza analizzarli: è il suono della vita intorno a voi. Poi ritornate a prendere coscienza del vostro corpo ed iniziate a muoverlo con piccoli movimenti: muovete prima le dita dei piedi, poi delle mani, ruotate la testa a destra poi a sinistra ed infine individuate quali sono i movimenti spontanei che il vostro corpo desidera fare in quel momento ed assecondatelo. In seguito portatevi seduti soffermandovi qualche secondo per lasciare normalizzare la pressione del sangue ed infine alzatevi.
Dopo aver svolto correttamente la pratica si può notare che il contenuto della mente risulta modificato e rinnovato in positivo.
di Amadio Bianchi
Questo articolo è utilizzabile gratuitamente con il consenso dell’ Autore.
« Pagina precedente — Pagina successiva »