luglio 2008
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sab, 26 lug 2008
La nevrosi della patente a punti
Con tutto il rispetto per le istituzioni, bisogna affermare che alcune decisioni politiche, non portano solo miglioramento ma qualche volta una generale inquietudine che va ad accrescere quello stato di ansia che oggi va preso in considerazione come una vera e propria indisposizione sociale.
L’ansia, come ho affermato in più occasioni, è conseguente allo stato di preoccupazione conscia e inconscia verso il futuro.
In occasione del sopraggiungere di una fra le ultime deliberazioni, quella della “patente a punti”, ho notato un serio peggioramento nella salute del sistema nervoso di molti soggetti.
Mi sono posto alcune domande anche perché mi sono sentito direttamente coinvolto come automobilista.
Premetto che, in generale, sono favorevole alla disciplina. La disciplina, tuttavia, sempre secondo il sottoscritto, deve essere la conseguenza di una forma di comprensione o di evoluzione.
Sono invece certamente contrario alla disciplina che proviene da forme di repressione.
Naturalmente per la prima forma, è necessario un maggiore impegno da parte sia delle istituzioni sia degli educatori e la presenza di soggetti sensibili ed evoluti, disposti ad essere di esempio.
Reprimere mi sembra sicuramente più da involuti, eppure, nonostante il grado di evoluzione che ci vantiamo di aver raggiunto, assistiamo spesso a forme di repressione.
Gli automobilisti lo sanno molto bene, mentre forse non hanno ben presente che non ci sono solo doveri ma si può vantare anche qualche diritto. Volendo scivolare in un discorso di tipo economico come si fa oggi, oserei sostenere che l’automobilista paga veramente molto per avere poco se non addirittura anche sensi di colpa. Paghiamo il bollo, l’assicurazione, tante ma veramente tante tasse sulla benzina, i meccanici, i parcheggi ecc. ecc e la macchina finisce per diventare un esempio di come si viva nell’illusione e nell’inganno.
Presumo che ognuno di noi, almeno una volta, si sia chiesto, dopo aver sopportato tre o quattro ore di coda in autostrada, se è giusto pagare ugualmente il pedaggio per un servizio che non c’è stato.
Almeno una volta, si sia chiesto dove finiscono i sodi di tasse che si pagano sulla benzina, anziché dare diritto ad aver un parcheggio gratuito, unica concreta via che potrebbe portare ad usare meno l’automobile.
Almeno una volta, si sia chiesto se piazzare gli autovelox nascosti sia un inganno se non addirittura immorale.
Potrei continuare per ore ma visto che mi occupo di serenità e salute, dichiaro di aver notato alla presenza della “patente a punti” un accentuarsi di disturbi nervosi specialmente nei soggetti più deboli. Oggi, com’è noto, e, data la qualità della vita, molti hanno il sistema nervoso fragile.
Concludo chiedendomi se chi gestisce queste “cose”, anche solo per un attimo, si preoccupa della salute pubblica
di Amadio Bianchi
Questo articolo è utilizzabile gratuitamente con il consenso dell’ Autore.
sab, 26 lug 2008
(parte della relazione presentata dal M° Amadio Bianchi al congresso “Psicologia e Psichiatria per il 3° Millenio – Casinò di Sanremo – settembre 1998)
La mente umana, nel suo processo evolutivo, é stata rischiarata dalla luce della consapevolezza, generando sistemi il cui fine é il miglioramento della condizione umana.
Sono le circostanze che, talvolta, determinano la collocazione geografica, dove, tali sistemi, si manifestano più chiaramente al mondo.
Così, lo Yoga trova in India la collocazione storica della sua nascita rimanendo, in seguito, altresì imprigionato nella cultura religiosa di questo paese.
Ciò diviene determinante ai fini del ricercatore il quale, oggi, deve per forza passare attraverso la cultura indiana per poter comprendere il fine ed utilizzare le tecniche che vanno a formare il sistema di Liberazione denominato Yoga. E quando si dice “liberazione” si intende dire liberazione dal giogo della sofferenza umana ma per un Hindù rappresenta, inoltre, la via per liberarsi dal ciclo del samsara o delle rinascite indissolubilmente legate alla distorta visione dei sensi che impedisce lo scioglimento dell’unione con la sofferenza e l’accesso alla conoscenza del Sè assoluto.
La parola Yoga, dunque, appartiene al mondo spirituale e, qualche volta, utopistico indiano, anche se lo Yoga più antico, alcuni sostengono, non presentasse alcuna connotazione di tipo culturale o religioso.
L’antica origine dello Yoga è sicuramente pre-aria come testimoniano i ritrovamenti archeologici di Harrappa e Mohenjo-daro città appartenenti alla civiltà della valle dell’Indo che precedono lo sviluppo dell’India vedica.
Lo Yoga ritenuto classico, invece, vede la luce nei primi secoli della nostra era ed é considerato uno dei sei Darsana, o punti di vista, del pensiero filosofico-religioso Hindù la cui codificazione, come tutti sanno, si attribuisce a Patanjali, compilatore degli Yoga-sutra o Aforismi dello Yoga di datazione, come sempre accade quando si é a contatto con la storia indiana, assai incerta.
Come si é detto già tante volte, Yoga é una parola sanscrita che derivando dalla radice del verbo Yuj indica l’atto di aggiogare. Esempio: aggiogare i buoi al carro. Il suo significato accorda a questo sistema il ruolo di disciplina laddove si pensi di aggiogare la personalità istintuale presente nella natura umana, per orientarla e finalizzarla verso scopi ben più alti rappresentati da altri significati, che vedremo in seguito, attribuibili al verbo Yuj.
I fautori di questa disciplina, inizialmente si addestrano, in ambito psico-somatico, ad aggiogare mente e corpo per ottenere una perfetta unità, operante a profondi livelli verso una singola idea.
Essi passano così a sperimentare una prima sensazione di aggregazione armonica che corrisponde ad uno stadio piacevole nel quale la mente risulta parzialmente riorganizzata.
Per tornare al verbo sanscrito Yuj, troviamo quasi sempre indicati, come vi dicevo, altri significati oltre il più intrinseco “aggiogare” che ritengo possano rappresentare precise tappe e relative esperienze di coscienza, come quella sopra descritta legata al verbo unire o unione se riferito alla parola Yoga.
Una terza proposta interpretativa, appunto, si ravvisa nella parola “fusione” che per lo Yoga rappresenta il livello coscienziale d’esperienza relativamente più avanzato che, di solito, segue la completa realizzazione dell’unione psico-fisica.
In questo stadio il soggetto dopo aver preso atto dell’interrelazione dinamica esistente tra sé e ciò che lo circonda, la realizza fortemente anche come sensazione.
Ciò vale a far cadere le ultime resistenze e contrarietà verso aspetti della manifestazione, naturalmente anche verso gli uomini, sentendosi in fusione ed a loro legato da qualcosa di comune.
Cambia a questo punto la sua visione del mondo. Le parole amico, nemico o indifferente vengono sostituite da favorevole, sfavorevole o neutrale e, per conseguenza, si presenta in lui una più evidente stabilità emotiva.
Le memorie, soprattutto attraverso la pratica della meditazione, vengono anch’esse riorganizzate e spogliate dall’aspetto emotivo.
Il pesante fardello, che in molti casi costituisce il deprimente passato, viene sciolto e spesso si nota lo scomparire dei sensi di colpa.
L’individuo può così incamminarsi verso un quarto stadio di realizzazione che lo porterà a cercare la gioia duratura e ciò che sta oltre l’ordinario, ovvero il trascendente.
Lungo la via potrebbe sperimentare la suprema quiete, conoscere e riposare nella vera essenza del suo essere.
Attraverso una continua meditazione sul vero sè, che è pura coscienza eterna ed al dilà del complesso psico-somatico e delle oppressioni mondane egli potrebbe giungere alla libertà.
Nel pieno successo di questa fase il soggetto dovrebbe tornare ad integrarsi, o meglio si reintegrerebbe nella collettività, si pensa privo di resistenze, e con una chiarissima visione della realtà.
Per concludere questa prima parte devo per di più affermare che la scienza dello Yoga esige di insegnare un metodo che permetta di conseguire l’unione completa del Sé, cioè della realtà spirituale presente in ognuno di noi con quella universale la cui costituzione sarebbe, secondo una ipotesi dell’antica letteratura, realtà, coscienza, beatitudine (Satchidananda).
Questa unione sarebbe l’unico vero Yoga. Il punto da dove si parte per questa esperienza.
Uno stato di coscienza nel quale i mistici si propongono di incontrare e conoscere Dio.
Un percorso, forse a ritroso, per mezzo del quale il generato, per così dire, ritornerebbe nel grembo del generante, anzi fondendosi nella stessa natura di quest’ultimo sicuramente perdendo la sua identità individuale.
di Amadio Bianchi
Questo articolo è utilizzabile gratuitamente con il consenso dell’ Autore.
sab, 26 lug 2008
La vita “Ordinaria” ha le sue regole. Definisco vita “Ordinaria” quella “Manifesta” e caratterizzata dalla presenza di una espressione fisico-materiale “insenziente” (Prakrti), una espressione non fisico-materiale “senziente” (Purusa) e una forza che tiene unite entrambe che chiamo “Ahankara”.
Quando un essere vivente, infatti, lascia questo tipo di esistenza (onestamente, non posso escludere che ne esistano altri tipi) la prova di quanto dichiarato si palesa con evidente chiarezza.
Ogni volta che ho assistito ad un decesso, mi è sembrato fin troppo chiaro che la dipartita della parte “senziente” può essere la causa della disattivazione della componente fisico-materiale, ma, in quella circostanza, come studioso, sono sempre immediatamente portato a chiedermi: quale la possibile causa della cessata cooperazione delle due parti “senziente” e “non senziente”?? E, perchè, in questo caso, le due parti si slegano??
Quest’ultima domanda ha sempre rappresentato, per me, l’implicita ammissione dell’esistenza della terza forza che ho chiamato “Ahamkara”, forza universale presente in tutto l’universo manifesto. Essa, sul piano fisico-materiale, ad esempio sul nostro pianeta, risponde al nome di forza di gravità mentre, sul piano non materiale, origina l’ego.
Non mi voglio dilungare in eccesso su queste appassionanti antiche intuizioni dei Maestri indiani, anche perchè, il principale obbiettivo di questo mio scritto, è di occuparsi delle specifiche forze attive nel corpo umano, delle quali, l’atto respiratorio è chiara manifestazione.
Queste riflessioni sono principalmente servite a chiarire a cosa intendo riferirmi quando parlo di “vita ordinaria”, per quanto concerne la respirazione, invece, essa si manifesta, come tutti sanno nelle sue tre forme: inspirazione, astensione dalla respirazione ed espirazione.
Quando si nasce, o meglio, quando si inizia a gestire in proprio l’esistenza, dopo il taglio del cordone ombelicale, la prima di queste tre funzioni a manifestarsi è l’inspirazione. Naturalmente non per caso: sono sempre stato istintivamente portato a non credere alla casualità ancor prima che la sapienza indiana mi levasse ogni dubbio. In natura tutto sembra rispondere alle leggi dell’esistenza e la manifestazione si presenta come una ordinata azione (karma).
Mi sento di affermare, dunque, che, non per caso, la vita inizia con un’inspirazione e termina con un’espirazione e può anche essere presa in considerazione come un insieme di respiri: ogni giorno, come molti sanno, respiriamo, a seconda del nostro stato e delle condizioni esterne, da 15.000 a 20.000 volte.
Gli adepti di alcune interessanti discipline orientali, addirittura, ritengono che, all’atto della nascita, si verrebbe dotati di un certo numero di respiri. Essi, infatti, tra l’altro, si esercitano normalmente a promuovere ed utilizzare una respirazione più consapevole, più ampia e lenta (che allungherebbe anche la vita). La consapevolezza poi, permetterebbe, di cogliere il significato vitale e spirituale di tale atto e di ciascuna sua fase.
La meditazione praticata sul respiro ha portato anche me a comprendere, ad esempio, che l’inspirazione è strettamente correlata alla forza della sopravvivenza, la stessa che sostiene la vita nutrendola: inspirare, infatti, è espressione dell’assimilare sia in senso fisico, sia psichico.
Tale energia, nel nostro essere, si assume la responsabilità della sua struttura, della protezione (in relazione non solo alle difese immunitarie ma anche ai muchi e alle sostanze lubrificanti).
Chiamata, dai praticanti della medicina indiana ayurvedica “kapha”, essa è in forte relazione con il senso del gusto, dell’odorato e il senso del piacere “in generale”. Le importanti funzioni dell’esistenza sono strettamente correlate al senso del piacere: inspirare da piacere, così come bere, mangiare, far l’amore. Attraverso la sessualità, infatti, la vita sostiene se stessa, si riproduce ed estende.
Naturalmente, una vita sana, consegue dalla consapevolezza che trasformandosi in conoscenza fa perseguire il giusto e non solo quello che piace. L’attaccamento al piacere, ad esempio del bere, come tutti sanno, origina dipendenza e trascina all’alcolismo. Ciò vale anche per tutti gli altri aspetti del piacere.
L’inspirazione rappresenta, infine la forza che, a scopo di sostentamento, trascina verso di noi la “vita” esterna, per affidarla alla “trasformazione” che ha il compito di adattarla alle nostre necessità di sopravvivenza.
Il prodotto dell’inspirazione, tramite il sangue, giunge alle cellule dove, per ossidazione, viene reso adattabile e utile. Con il termine “trasformazione” intendo riferirmi non solo a questo processo, ma a tutti quelli che hanno il compito di digerire ciò che, proveniente dall’esterno (esempio cibo, emozioni), una volta trasformato, va a far parte della personale esistenza e costituzione.
Nella disciplina che pratico, tale processo, viene detta “Pitta” il quale ha, nell’astensione dalla respirazione, una sua evidente espressione.
Il compito di “trasformare” viene affidato all’elemento fuoco, elemento principale di questo agente (Dosa), esso infatti, se potessimo dare indicazione della percentuale di presenza, diremmo che è il 70% del totale mentre l’acqua solo il 30%.
Per capire, dunque, come funzioniamo, basta pensare a quando vediamo una bella mela: Kapha fornisce il desiderio di mangiarla, la prendiamo ed iniziamo con piacere a masticarla, è ancora mela nella bocca, nell’esofago ma, quando raggiunge lo stomaco, subisce quel processo di trasformazione, che chiamiamo comunemente digestione, e nel giro di tre/quattro ore, una parte di questa mela scorre nel nostro corpo sotto forma di plasma, divenendo parte integrante di noi stessi.
Questo dal punto di vista scientifico (e non solo) è molto interessante, soprattutto in rapporto al piano emozionale: il lettore non dimentichi in nessun caso, come è nella tradizione di questa disciplina medica, la costituzione psicosomatica del vivente.
Per un’ulteriore e più facile comprensione di quest’ultimo aspetto, aggiungo, quando faccio lezione ai miei allievi, essi, ascoltano le mie parole attraverso il senso dell’udito, ma è loro possibile comprendere e metabolizzare ciò che viene detto, fino a farlo divenire parte integrante della loro conoscenza, attraverso un tipo di Pitta situato nella testa chiamato “Sadaka Pitta”.
Tornando al processo di assimilazione della mela, ho dichiarato che solo una porzione di essa, quella utile, va a far parte della costituzione individuale iniziando a scorrere nel plasma, la parte riconosciuta come inutile o dannosa, invece, prende la via dell’eliminazione.
Questo è uno dei compiti (il principale è quello del moto in generale) della terza forza che andiamo a scoprire e che, nella nostra disciplina, viene chiamata “Vata”. L’eliminazione, come tutti sanno, avviene attraverso l’espirazione, la sudorazione, l’urina, le feci ecc.
In conclusione mi auguro, attraverso queste poche righe, di aver fatto comprendere ai miei lettori, che la salute dipende dalla gestione democratica di queste tre forze. La presenza di “fanatismo” nei “Dosa” (Kapha, Pitta, Vata) determinerebbe l’insorgere della malattia.
I “Dosa”, se proposti utilizzando i termini della moderna fisica, possono grossolanamente anche corrispondere all’inerzia (Kapha), l’energia (Pitta) e il moto (Vata).
Nell’atto respiratorio essi si possono collegare anche all’inspirazione, all’astensione dal respiro e all’espirazione.
di Amadio Bianchi
Questo articolo è utilizzabile gratuitamente con il consenso dell’ Autore.
sab, 26 lug 2008
Quante volte, nell’arco di una giornata, pensi alla natura? Quante volte pensi che è grazie a lei se siamo vivi?
La natura è una incredibile fonte di vita e di meraviglie. Eppure, grazie alle nostre vite frenetiche e alle nostre convinzioni limitanti, non dimostriamo gratitudine alla natura. Anzi, continuiamo a distruggerla e a rovinarla senza dei veri motivi.
Quando si parla di distruzione ambientale spesso si punta il dito contro le grandi aziende e i politici. Vero! La colpa in parte è anche loro. Ma la maggiore responsabilità è la nostra. Siamo noi che, grazie al nostro dispendio di energia, contribuiamo enormemente alla distruzione ambientale.
E’ tempo di fermarci e di cambiare le nostre abitudini. Così facendo possiamo veramente creare un futuro ecosostenibile per i noi stessi e per i nostri figli. Così ho deciso di lanciare questa iniziativa, ossia “5€ per l’ambiente”. Con questa iniziativa verrà venduto un ebook sul risparmio energetico e, il guadagnato, verrà interamente devoluto ad Aquaverde, un’associazione ambientalista svizzera che si occupa del rimboschimento della foresta Amazzonica.
L’ebook contiene tantissimi suggerimenti e consigli che permettono di risparmiare energia ( e, di conseguenza, soldi ) in modo semplice. Tutti i trucchi che ti vengono proposti non cambieranno radicalmente le tue abitudini. Per questo sono trucchi che si addicono a tutti e che permettono a tutti di raggiungere risultati concreti in termini di risparmio.
Per intenderci, io in casa applico buona parte di questi trucchi e riesco a risparmiare un buon 30% sulla bolletta energetica.
Per saperne di più su questo ebook, clicca qui.
Come puoi notare, in fondo alla pagina, ci sono delle istruzioni per inserire un bottoncino sul proprio sito. I webmasters che contribuiranno a questa iniziativa e inseriranno il pulsante riceveranno un simpatico ( e molto utile ) omaggio.
sab, 26 lug 2008

Le Officine del Vetro – Glass Murano Lighting presentano:
DIZIONARIO DEL VETRO DI MURANO
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Riteniamo interessante indicare alcune tra le voci più frequenti nel vocabolario del vetro di Murano. Solitamente sono termini dialettali e coloriti, dall’origine lontana. Laddove possibile abbiamo indicato la traduzione corrente in italiano. Nel corso del tempo inseriremo nuove voci, corredate da esemplificazioni fotografiche.
La versione attuale del glossario pare comunque sufficiente per familiarizzare con questo meraviglioso mondo.
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Decorazione in rilievo ottenuta durante la lavorazione, quando il vetro e’ ancora caldo, apportando vetro sulla superficie del pezzo.
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Vetro translucido spruzzato di particelle con ossidi metallici brillanti, per ottenere un’imitazione del quarzo avventurina. Il vetro veneziano viene fatto con particelle metalliche di rame create con una reazione chimica inserendo nel “bolo” ossido di rame.
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Consiste nel levigare la superficie “battendola” su una mola a freddo ottenendo una serie di “bolli” di varie forme dando all’oggetto l’apparenza di essere stato battuto come il ferro.
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massa vitrea incandescente, di forma tondeggiante, che viene prelevata con la canna da soffio per essere lavorata.
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Vetro di grosso spessore costituito da vari strati di piccolissime bollicine d’aria. Si ottiene introducendo il vetro in un particolare stampo ricoperto da punte metalliche, lasciando piccoli fori sulla superficie del vetro fuso; procedendo alla sommersione con un altro strato di vetro si trasformano in bolle d’aria. Lavorazione ideata da Flavio Poli negli anni’30 con la collaborazione di Archimede Seguso.
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Vetro ottenuto mescolando metalli di colore diverso per imitare le pietre come l’agata, il calcedonio, l’onice, la malachite e il lapislazzuli. Questo tipo di lavorazione fu creato a Venezia nel tardo XV secolo. Tecnica riscoperta da Lorenzo Radi verso la fine dell’ottocento.
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L’opera viene formata da due strati di vetro di colore diverso, solitamente un vetro blu cobalto o un vetro-rubino coperto da uno strato di vetro opalino. Quest’ultimo viene intagliato fino allo strato sottostante creando, in tal modo, un contrasto cromatico di grande effetto.
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Vetro realizzato utilizzando cannette di vetro rotonde o piatte e multicolori accostate o sovrapposte e poi fuse e soffiate. L’oggetto ottenuto risulta di grande effetto cromatico e decorativo.
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Tubo metallico, lungo circa un metro e mezzo, con cui il maestro vetraio preleva il vetro fuso dal crogiolo per formare il bolo e passare quindi alla soffiatura e alla formatura del vetro a mano libera o a stampo.
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Vetro ottenuto mediante l’uso di acido fluoridrico applicato al vetro dopo che lo stessa superficie e’ stata ricoperta con una particolare resina che si screpola asciugando, in modo che solo attraverso le crepe il vetro venga intaccato dall’acido e la restante superficie resta intatta. Tecnica sviluppata alla Venini a meta’ degli anni trenta da Carlo Scarpa.
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designa un tipo di vetro molto trasparente e rifrangente, ottenuto con l’impiego di silicato di piombo. Viene anche chiamato “vetro al piombo” e fu perfezionato in Inghilterra in Francia e in Boemia (fabbricato con silice, calcio e potassio), verso la fine del XVII secolo. Per estensione e’ chiamato “cristallo” qualsiasi vetro puro e trasparente, famoso quello di Murano.
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Tecnica con la quale si ottiene un vetro volutamente non portato al raggiungimento del punto di fusione. Con questa tecnica si ottengono varianti di colore, delle bolle d’aria e delle irregolarita’ simili al vetro “pulegoso” ma senza avere l’aspetto spugnoso.
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Vetro decorato con un avvolgimento di fili in vetro lattimo, lavorato con un attrezzo di nome “maneretta”, ottenendo una decorazione ondulata simile a quella del vetro a piume o a festoni.
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Antico nome che designava i vetrai di Venezia, ovvero fabbricante di “fiole” (= fiale) di ampolle e bottiglie di vetro. Come tutti gli artigiani della Serenissima Repubblica Veneta, i fiolarii erano riuniti nella loro “Arte” che fu attiva dal XIII sec. al 1797.
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Una delle tecniche più antiche in uso gia’ nel XVI secolo. Si ottiene ponendo, su una lastra metallica, delle canne in vetro trasparente con all’interno un’anima colorata, scaldandola fino al raggiungimento del punto di fusione e quindi si fa rotolare su un oggetto di forma cilindrica a cui aderisce. La quasi totalita’ delle vetrerie veneziane fanno uso di detta tecnica. Negli anni ‘50 e ‘60 Archimede Seguso realizza degli oggetti in filigrana adottando una particolare tecnica di preparazione e molatura delle canne vitree.
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Sottilissima lamina d’oro puro, di norma nelle dimensioni di cm. 8×8 a 24 carati, che viene “raccolto” dal vetro ancora allo stato pastoso nella fase iniziale di lavorazione. L’oro può essere poi ricoperto da un ulteriore strato vitreo trasparente. Se il vetro viene soffiato la “foglia” d’oro si frantuma in un suggestivo effetto di “pulviscolo aurato”. Dal XIX secolo si usa anche la foglia argentea, la quale deve essere “incamiciata” con altro strato di vetro onde evitare ossidazioni e imbrunimenti antiestetici.
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Vetro ottenuto esponendo, durante la lavorazione, la superficie dell’oggetto al fumo di una fiamma di legno; così facendo una quantita’ di particelle grigiastre aderiscono alla superficie. L’oggetto viene in fine ricoperto con uno strato di vetro. Tale tecnica venne creata da Alfredo Barbini presso la V.A.M.S.A. negli anni ‘30.
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Tale effetto si ottiene immergendo il pezzo semilavorato ancora caldo, circa 800 °C, in acqua fredda e poi di nuovo in forno. Con questa tecnica si ottiene una superficie percorsa da una “craquelure” simile al ghiaccio quando e’ screpolato. Il procedimento può essere ripetuto più volte per ottenere un effetto più o meno marcato. La tecnica ghiacciata e’ entrata in uso a partire dal ‘500.
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Tecnica veneziana che consiste nel far combaciare perfettamente a caldo due o più elementi di diverso colore per poter ottenere la forma desiderata modellandoli tra loro. Per questo procedimento si necessita di grande abilita’ da parte del maestro. Famosi sono i vasi a doppio incalmo, presentati da Venini alla Biennale del ‘62, come il “Cappello del Doge” su disegno di Thomas Stern.
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Tipo di vetro simile al “sommerso”, ma solitamente più sottile composto da due strati di vetro sovrapposti.
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Tecnica nata in Boemia nel XVI secolo, giunge poco dopo a Murano. L’incisione viene eseguita con l’utilizzo di varie punte che possono essere di due tipi: al carbonio o di metallo tenero tipo il rame. Particolere interesse hanno incontrato gli oggetti incisi da Franz Pelzel per la S.A.L.I.R.
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Fenomeno ottico che consiste nella scomposizione della luce nei sette colori primari, con effetto cangiante. L’iridescenza può essere provocata da eventi naturali come l’interramento, per i vetri antichi, che hanno come conseguenza l’usura della superficie causata dall’acido carbonico presente nei terreni. Artificialmente mediante agenti chimici gettati sul pezzo quando e’ caldo. Tale tecnica raggiunge la massima raffinatezza nei vetri di Loetz e Tiffany.
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Tipo di vetro bianco simile alla porcellana. Si ottiene opacizzando il vetro con ossido di stagno. Il lattimo venne usato nel ‘600 e ‘700 come imitazione della porcellana cinese, soprattutto per oggetti decorati a smalti. Riscoperto nel ‘900 ad opera di vetrerie quali la Barovier & Toso e la MVM Cappellin; negli anni ‘50 si raggiungono importanti risultati come nel caso di Fulvio Bianconi con le figure della serie “Commedia dell’Arte” eseguite per Venini.
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una delle quattro sezioni dell’ antica Arte vetraria veneziana (le altre erano i Supialume, gli Specchieri e Verierii), i cui artigiani si dedicavano esclusivamente alla fabbricazione delle margherite; erano tra i pochi vetrai ai quali fu consentito di lavorare a Venezia con i loro fornelli.
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Tecnica risalente all’epoca romana; caduta in disuso viene ripresa alla meta’ dell’ottocento raggiungendo l’apice nei primi ‘900 con gli oggetti degli Artisti Barovier. La tecnica di realizzazione consiste nella preparazione di un fascio di canne in vetro multicolore disposte in modo da ottenere il disegno prestabilito, quindi si procede alla fusione ed in seguito al taglio in piccoli dischi. Gli stessi vengono posti su una piastra metallica per ottenere il disegno voluto, riscaldati e quindi fatti aderire su un manufatto di forma cilindrica attaccato alla canna da soffio.
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Tecnica ideata da Mario DeLuigi per Salviati nel ‘36; e’ ottenuta dall’unione a caldo di tessere vitree simili a quelle utilizzate per la composizione dei mosaici.
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Vetro translucido opacizzato mediante ceneri di ossa calcinate e colorato con ossidi metallici in varie tonalita’ di colori.
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Con questa tecnica si evidenziano due tipi di vetro. Il primo realizzato da Ercole Barovier nel 1940 formato da un motivo “tartan” fatto con canne nere applicate su un fondo trasparente e rifinito con applicazione di foglie d’argento. Il secondo realizzato da Dino Martens nel ‘50 per l’Aureliano Toso, eseguendo vasi dalle forme assimetriche, con ricchi cromatismi ottenuti con chiazze di paste vitree di colore giallo, rosso, blu, avventurina, frammenti di canne in zanfirico e il caratteristico “fiore” formato da un raggio di canne in lattimo e nere.
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Vetro caratterizzato da bande irregolari di vetro colorato incluso nel vetro trasparente che viene riscaldato, soffiato e modellato; tale tecnica e’ stata ideata da Carlo Scarpa alla Venini.
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Vetro composto da grosse tessere di vetro squadrato e di colore diverso, fuse insieme in una sorta di mosaico. Le tessere vengono accostate una all’altra fondendole in modo che si saldino formando un vetro piano e con questo viene realizzato l’oggetto.
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Vetro creato da Ercole Barovier per la Barovier & Toso alla fine degli anni ‘20, caratterizzato da un vetro incolore contenente filamenti biancastri ed irregolari simili ad una ragnatela. La sua formula non e’ nota ma frutto di mera casualita’.
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Ideato da Napoleone Martinuzzi per Venini alla fine degli anni ‘20. Si ottiene con inclusione di una miriade di bollicine d’aria, la maggior parte in superficie, che conferiscono all’oggetto un aspetto butterato simile ad una buccia d’arancio.
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Tecnica gia’ conosciuta nel XVI secolo; e’ una variante della filigrana, caratterizzata dalla disposizione ad intreccio doppio delle canne usate per la decorazione.
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Vetro ideato da Ercole Barovier per la Barovier & Toso nel 1940. Per ottenere questo vetro si ricopre la superficie con moltissime schegge di vetro fuse in ricottura, simili a piccole gocce di rugiada. Talvolta si inglobavano foglie d’oro per impreziosire l’oggetto.
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Tecnica simile all’acidatura che si ottiene decorando l’oggetto mediante un getto di sabbia con un particolare attrezzo ricoprendo la superficie con un’apposita maschera. Si possono ottenere differenti effetti utilizzando varie qualita’ di sabbie o modificando la pressione del getto.
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Vetro creato da Cenedese che imita l’effetto dei vetri scavo, dovuta alla lunga permanenza sottoterra. Si ottine applicando minerali in polvere sulla superficie dell’oggetto.
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Questa decorazione, in uso a Murano fin dall’antichita’, si ottiene in due fasi: si dipinge la superficie con smalti e quindi si inserisce l’oggetto decorato all’interno di uno speciale forno detto “muffola” dove il calore al suo interno e’ inferiore a quello necessario alla fusione del vetro, facendo aderire alla parete dell’oggetto gli smalti in modo permanente.
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Vetro costituito da uno strato esterno di vario spessore sovrapposto ad uno strato di diverso colore. E’ ottenuto a caldo immergendo il vetro in crogioli di diversi colori. L’oggetto risulta costituito da vari strati di spessore e colore differenti.
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una delle quattro sezioni dell’antica Arte vetraria veneziana (le altre erano i Supialume, i Margaritieri e i Verieri), i cui artigiani si dedicavano esclusivamente alla fabbricazione degli specchi. Si servivano del vetro soffiato di Murano, lo trasformavano in specchi e talvolta lo molavano.
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una delle quattro sezioni dell’antica Arte vetraria veneziana (le altre erano gli Specchieri, i Margaritieri e i Verieri), i cui artigiani lavoravano il vetro alla fiamma di una lampada o di una candela, confezionando piccoli oggetti ornamentali; si servano di piccoli forni, gli unici consentiti a Venezia per ragioni di sicurezza.
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Creato da Carlo Scarpa per Venini negli anni ‘30; simile alla filigrana ma ottenuto usando canne sottilissime unite con alternanza di colori e appiattite in modo da formare delle strisce simili a nastri di tessuto, unite e manipolate per ottenere il disegno voluto.
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una delle quattro sezioni dell’Arte vetraria (le altre erano i Supialume, Margaritieri e gli Specchieri), relegati a Murano dal 1292, per eliminare il rischio di incendi che le grandi fornaci minacciavano in citta’, potevano costruire qualsiasi oggetto in vetro.
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Tecnica simile a quella della “murrina”. Si ottiene unendo un fascio di canne di vari colori e si riscalda fino alla fusione; successivamente si attaccano due canne all’estremita’ del fuso e vengono tirate e fatte roteare formando una spirale. Lo zanfirico e’ il termine moderno usato a Murano per chiamare il vetro a “retorti”.
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